Le foche muoiono di morbillo e la colpa è del riscaldamento globale

Il morbillo delle foche è favorito dallo scioglimento dei ghiacci, un fenomeno che sta facilitando la circolazione di virus letali per i mammiferi marini.

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Una foca bianca fotografata su una spiaggia dell'arcipelago tedesco di Helgoland, nel Mare del Nord. | Shutterstock

Il Mar Glaciale Artico è una delle zone più colpite dal riscaldamento globale, e tra i suoi abitanti ci sono alcune delle specie più a rischio del Pianeta: lo scioglimento dei ghiacciai, l'inquinamento e l'impoverimento degli habitat dovuto alla pesca eccessiva stanno danneggiando l'ecosistema polare. I grandi mammiferi (foche, otarie, leoni di mare) in particolare sono tra gli animali che più di tutti stanno subendo gli effetti dei cambiamenti climatici, e spesso in modi imprevedibili: un recente studio della University of California, Davis, per esempio, ha dimostrato come l'aumento delle temperature sia direttamente collegato all'epidemia di morbillo delle foche nel Pacifico settentrionale.

Peggio del nostro morbillo. Il Phocine distemper virus (PDV) appartiene al genere Morbillivirus ed è specializato nell'attaccare i pinnipedi, in particolare le foche. Causa febbre, respiro affannoso, insonnia, nausea, e non di rado porta alla morte dell'animale: nel 1988, quando venne identificato per la prima volta, sterminò 18.000 esemplari di foca comune (il suo bersaglio privilegiato) e 300 di foca grigia. Occasionalmente il patogeno è può infettare anche altre specie e, in più, può essere trasportato in giro per gli oceani da ospiti immuni, per esempio leoni marini e otarie.

 

Riscaldamento globale... L'aumento delle temperature apre nuovi percorsi tra i ghiacci artici, facilitando lo spostamento dei grossi mammiferi marini e quindi, involontariamente, la diffusione del "morbillo delle foche". Non solo: lo studio ha scoperto che il patogeno, che è diffuso soprattutto nell'Atlantico, è riuscito ad attraversare il Mar Glaciale Artico a dorso di cetacei e spuntare anche nel Pacifico, dove ora potrebbe diffondersi con la stessa virulenza; il rischio è che un'epidemia particolarmente violenta possa esplodere negli oceani e spazzare via l'intera specie.

 

24 novembre 2019 | Gabriele Ferrari