I pesci pagliaccio e la "sbronza" di CO2

Esposto ad alti livelli di anidride carbonica il protagonista di "Nemo" diviene spavaldo e incurante del pericolo. Come se fosse ubriaco.

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Un pesce pagliaccio nuota tra i coralli. Photo credit: © Randy Faris/CORBIS

Certe conseguenze dell'aumento di CO2 sono riscontrabili quotidianamente. Altre un po' meno: su alcuni pesci della barriera corallina, come il famoso pesce pagliaccio (Amphiprion percula) le alte concentrazioni di questo inquinante hanno lo stesso effetto di una bevuta di troppo. Gli esemplari esposti a livelli importanti di CO2 divengono spavaldi, disinibiti e incuranti del pericolo, con il rischio di rimetterci la pelle, come dimostra una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Climate Change.

Che coppia! Un pesce pagliaccio e un anemone di mare

Ogni anno 2,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica derivante dall'attività umana si dissolvono negli oceani, rendendoli più acidi. Già in passato un team di ricercatori della James Cook University di Townsville (Australia) aveva dimostrato che l'aumento di questo gas rende imprudenti alcuni abitanti del reef, come il protagonista di Nemo.
Ora un gruppo di scienziati dell'Università di Osla ha scoperto il motivo di questo "squilibrio" comportamentale. La CO2 interferirebbe sulla funzionalità del neurotrasmettitore acido gamma-aminobutirrico (GABA), coinvolto nel controllo della funzione inibitoria nel sistema nervoso di molti vertebrati.

I ricercatori hanno allevato larve di pesce pagliaccio in due vasche di acqua marina, con rispettivamente normali (450 microatmosfere) ed elevate (900 microatmosfere) concentrazioni di CO2. Una volta raggiunta l'età adulta, i pesci potevano scegliere se infilarsi in getti di corrente contenenti l'odore di un comune predatore come la cernia a macchie blu (Cephalopholis cyanostigma) o se optare per un flusso d'acqua privo di odore. I pesci allevati nella CO2 hanno scelto la corrente "alla cernia" nel 90% dei casi, mentre i loro compari cresciuti in acque normali hanno evitato il pericolo il 90% delle volte.

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La buona notizia in tanta imprudenza è che trattando i pesci drogati di CO2 con un antidoto, una sostanza chimica che blocca il recettore del neurotrasmettitore GABA, gli animali sembravano rinsavire. Secondo gli esperti, gli alti livelli di CO2 sarebbero in grado di modificare il comportamento di alcuni recettori del GABA, rendendoli eccitatori anziché inibitori, come sono normalmente. Da qui le azioni sconsiderate dei poveri pesci. Altre creature acquatiche, a causa di questo fenomeno, si dimostrano incapaci, per esempio, di cambiare repentinamente direzione di movimento, una fondamentale carta di sopravvivenza per vivere a basse profondità. A rischio stordimento sarebbero comunque pesci e crostacei, cioè gli animali che respirano acqua, poiché rispetto agli animali acquatici che respirano aria sono meno abituati a confrontarsi con alti livelli di anidride carbonica. L'aumento progressivo dei gas inquinanti potrebbe mettere seriamente a rischio gli equilibri della catena alimentare marina.

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20 Aprile 2012 | Elisabetta Intini