I ragni non hanno orecchie. Ma ti sentono arrivare

Attraverso la peluria, alcune specie di ragni, benché senza orecchie, percepiscono i suoni anche a diversi metri di distanza.

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Tutt'orecchi (anzi, tutto peli): un maschio adulto di Phidippus audax. | Thomas Shahan, Flickr

Se già le zampe pelose dei ragni vi facevano impressione, figuriamoci tra qualche riga. Proprio quella peluria, nei ragni saltatori - una famiglia che include il 13% di tutte le specie di ragni conosciute - è talmente sensibile che riesce a captare voci e rumori da diversi metri di distanza.

 

La scoperta descritta su Current Biology confuta la diffusa teoria che questi animali, non avendo orecchie, non possano sentire, e si basino solo su tatto e vista.

 

Gradita sorpresa. Gli scienziati della Cornell University (USA) sono giunti a questa conclusione inaspettatamente, durante uno studio finalizzato a misurare le capacità visive dei ragni saltatori della specie Phidippus audax, attraverso il monitoraggio dell'attività elettrica del loro cervello.

 

Chi va là? Il gruppo ha notato una attivazione anomala nella risposta neurale di questi animali quando qualcuno spostava rumorosamente una sedia del laboratorio, o batteva le mani. La capacità è stata subito ricondotta alla peluria delle zampe. Quando questa è stata bagnata con acqua e resa incapace di vibrare, infatti, i neuroni auditivi dei ragni hanno smesso di attivarsi in risposta ai suoni.

 

preferenze. Ulteriori studi hanno appurato che gli aracnidi di questa specie riescono a udire un battito di mani a oltre 5 metri di distanza, e sono più sensibili ai suoni cupi (tra gli 80 e i 130 Hz) come le voci maschili e il ronzio delle vespe parassitoidi, loro predatrici.

 

Ti sento (ma che hai detto?). Non si tratta comunque di un udito sopraffino: quello che i ragni sentono somiglia un po' «a una comunicazione telefonica disturbata», dicono i ricercatori. Probabilmente intuiscono il rumore e la direzione da cui proviene, ma non sembra esserci alcuna interpretazione o interazione.

 

14 ottobre 2016 | Elisabetta Intini