Animali

I morsi dei pipistrelli vampiri, un alleato contro la rabbia

Piccole e ripetute esposizioni al virus veicolato dal mammifero succhia sangue potrebbero incoraggiare lo sviluppo naturale di anticorpi in grado di resistere alla malattia. Lo studio su due isolate comunità amazzoniche.

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La rabbia, una malattia infettiva veicolata da alcuni animali selvatici che colpisce il sistema nervoso centrale, uccide ogni anno nel mondo - secondo stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - 55 mila persone, soprattutto nelle aree rurali di Asia e Africa. Fortunatamente una nuova scoperta scientifica potrebbe rivelare una falla nel modo di agire del virus. Una ripetuta ma bassa esposizione al virus, prolungata nel tempo, potrebbe forse aiutare il sistema immunitario a combattere l'attacco del patogeno.

Un'equipe di ricercatori del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie peruviano in collaborazione con il Ministero della Salute locale, si è imbattuta nella scoperta mentre stava effettuando uno studio sulle infezioni veicolate dai pipistrelli vampiri (sottofamiglia Desmodontinae), chiamati così perché si nutrono esclusivamente del sangue di altri mammiferi. La ricerca è stata compiuta all’interno di due comunità dell'Amazzonia Peruviana, Truenococha e Santa Marta, situate rispettivamente a due e sei ore di distanza dai più vicini centri sanitari della regione e raggiungibili unicamente in barca.

I medici hanno intervistato 92 persone e raccolto campioni di sangue da 63 volontari di entrambe le comunità. Nel sangue di 7 soggetti sono stati trovati anticorpi che potevano segnalare una lotta in atto contro il virus della rabbia. Tra questi, tutti hanno riportato esperienze di morsi, graffi o contatto con i pipistrelli vampiri, ma solo una persona è stata vaccinata dopo essere stata morsicata.

Queste persone inoltre non mostravano nessuna evidenza di sintomi ricollegabili alla rabbia. Come è possibile? Su questo i ricercatori devono ancora fare chiarezza. Una possibilità è che le dosi di virus trasmesse dai pipistrelli fossero così basse che il patogeno non è riuscito a raggiungere il sistema nervoso centrale; ciò avrebbe dato il tempo all'organismo di organizzare le difese immunitarie per respingere l'aggressore. Potrebbe anche trattarsi di un ceppo di malattia poco aggressivo, o ancora le popolazioni in esame, particolarmente esposte ad agenti infettivi, potrebbero aver sviluppato una forma di difesa genetica a questa malattia.

Test più approfonditi occorreranno per confermare questi dati. Il virus della rabbia si diffonde da un individuo all'altro attraverso i morsi di un animale infetto. Dalla ferita raggiunge il cervello attraverso un percorso insolito che non passa dal sangue, ma dalle fibre nervose. Un viaggio tanto più lento quanto più la ferita è lontana dal cervello, e che spesso dà il tempo a chi è stato infettato di correre ai ripari facendosi somministrare il vaccino.

24 agosto 2012 Elisabetta Intini
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