Api, un altro problema

Sempre più alveari vengono spostati dalla loro zona di origine e usati per impollinare le piante nelle serre, con gravi conseguenze sulle popolazioni locali.

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Povere api: sono state di recente dichiarate "l'animale più importante del pianeta" eppure sono una delle specie più a rischio d'estinzione, vittime di pesticidi, inquinamento, parassiti e cambiamenti climatici. E stando a una ricerca condotta da Ignasi Bartomeus (Estación Biológica de Doñana, Spagna) questi insetti devono ora guardarsi da un'altra, inattesa minaccia: altre api, che arrivano da lontano e rubano loro cibo e risorse. È l'effetto collaterale del mantenere serre a scopo commerciale, che hanno bisogno di venire invase da sciami di impollinatori che arrivano da lontano.

 

L'invasione delle (altre) api. I numeri sono impressionanti: ogni anno, circa un milione di colonie di api allevate a scopo commerciale vengono spedite in giro per il mondo e utilizzate dai proprietari di serre per impollinare le loro piante. Il problema è che nella maggior parte dei casi si tratta di api che sono state allevate a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, e che quando vengono rilasciate nel nuovo ambiente non faticano a fuggire in buon numero dalle serre per andare in cerca di cibo e di un luogo dove fare il nido, facendo così concorrenza alle popolazioni locali.

 

Povertà genetica. Gli esemplari da importazione possono trasmettere malattie o parassiti che gli insetti locali non sono attrezzati ad affrontare; in più, la possibilità di accoppiamento tra alieni e locali potrebbe alla lunga rivelarsi un problema, perché si rischia un'omogeneizzazione del patrimonio genetico delle api, e quindi una minor resistenza a malattie o cambiamenti ambientali, se non addirittura la perdita di caratteri evolutivamente favorevoli (per esempio la capacità di adattarsi a temperature più alte o più basse). Un quadro preoccupante per un problema che si potrebbe risolvere in maniera semplice: basterebbe usare solo api locali per impollinare le serre.

 

30 ottobre 2019 | Gabriele Ferrari