L'anestesia indolore della bavosa

Identificati gli ingredienti del morso della bavosa con le zanne: un mix di sostanze tossiche e psicotrope che "punisce" il predatore che l'ha inghiottita, costringendolo a rigettarla fuori.

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Meglio non provare a ingoiare una bavosa con le zanne (qui, della specie Meiacanthus grammistes).|Alex Mustard/Nature Picture Library/contrasto

Un gruppo di ricercatori australiani ha svelato il mistero del morso indolore - eppure potente - di un piccolo pesce del Pacifico, la bavosa con le zanne. Quando questo abitante della barriera corallina è inghiottito da un predatore, con una stretta di fauci ben assestata ritrova la libertà: lo sprovveduto pesce che l'ha inghiottito inizia a tremare e nuotare in modo scoordinato, avverte un brusco calo di pressione, rilassa la mascella e apre la bocca. A quel punto la bavosa, indenne, può fuggire.

La TAC di una bavosa con le zanne. Clicca sull'immagine per avviare l'animazione. | Anthony Romilio, via NYT

Gli ingredienti fino ad oggi segreti del micidiale cocktail del morso della bavosa sono stati identificati dagli scienziati della Liverpool School of Tropical Medicine del Queensland (Australia) e pubblicati su Current Biology.

 

Nicholas Casewell, tra gli autori, ha testato il veleno di 11 specie di bavose del Pacifico occidentale, come la Meiacanthus grammistes e la Meiacanthus atrodorsalis, identificando tre componenti principali.

 

Nessun dolore. Le encefaline, neurotrasmettitori della famiglia delle endorfine, contenute anche nel veleno di alcuni scorpioni, agiscono sui recettori dei derivati dell'oppio, e hanno probabilmente un effetto analgesico. Sono sostanze della stessa classe dell'eroina e di alcuni medicinali antidolorifici.

 

Un'altra sostanza, il neuropeptide Y (secreto anche dalle lumache di mare), causa un abbassamento di pressione di quasi il 40% entro 4 minuti. Infine un terzo ingrediente, un enzima che si trova nel veleno di serpente, genera infiammazione.

 

Al momento non si prevedono applicazioni per queste sostanze. Il valore della ricerca, però, conferma la ricchezza di elementi ancora ignoti delle creature del reef, la cui sopravvivenza è minacciata dalle attività umane. Il rischio è di decimarle prima ancora di averle conosciute.

 

03 Aprile 2017 | Elisabetta Intini