Il parassita che minaccia le api italiane

L'Aethina tumida, un coleottero che si nutre di tutto ciò che trova nell'alveare, sta mettendo a rischio il patrimonio apistico nostrano ed europeo. Come fermarlo?

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Un esemplare di Aethina tumida. | Bram Cornelissen, Flickr

Una nuova minaccia per i nostri alveari: dopo aver messo a dura prova gli apicoltori di Stati Uniti e Australia orientale l'Aethina tumida, un coleottero di origine sudafricana parassita delle api è entrato in Italia, violando il meccanismo di difesa messo in campo dall'Unione Europea per proteggere gli impollinatori nostrani.

 

l'area interessata. Nel settembre 2014 la presenza dell'insetto è stata confermata a Gioia Tauro (Calabria), in un areale di 20 km che è stato prontamente raggiunto e isolato dai servizi di Polizia veterinaria del Ministero della Salute Italiano, in accordo con le Autorità europee e calabresi e con la piena collaborazione della FAI-Federazione Apicoltori Italiani.

 

nemico... a carico. «L'Aethina tumida vive a carico delle api all'interno dell'alveare» spiega Raffaele Cirone, Presidente della FAI, la Federazione Apicoltori Italiani «agisce come un "roditore" e si nutre dei favi, della cera e di tutto ciò che trova nella "casa" delle api, trovandovi le condizioni ideali in fatto di cibo, temperatura e umidità per riprodursi». Il miele contaminato diviene inutilizzabile mentre l'arnia, distrutta, è colonizzata dalle larve. Una femmina di Aethina tumida può deporre, nel suo ciclo vitale, anche 2 mila uova.

 

Un'ape su 4. «Il parassita porta le famiglie delle api al collasso, distruggendo il 25-30% del patrimonio apistico (i dati si riferiscono alle apicolture industriali degli Stati Uniti, già interessate dal fenomeno). Il tutto va a sommarsi a una situazione già critica per l'apicoltura italiana ed europea, già toccate dalla sindrome di spopolamento degli alveari e da altri parassiti come l'acaro Varroa».

 

I responsabili. Il viaggio che ha permesso all'Aethina tumida di entrare nel nostro Paese deve ancora essere ricostruito. «Il divieto di importazione di api da paesi terzi, vigente su tutta l'Unione Europea, è stato così violato» afferma Cirone. Interessi commerciali hanno favorito l'ingresso nel nostro territorio di un pericoloso ospite che sta mettendo a rischio l'intero settore apistico italiano.

 

Un male necessario. Il parassita si eradica con l'abbattimento e la distruzione mediante il fuoco. Un sacrificio enorme per chi vive di questa attività, ma che va fatto per evitare che il coleottero si diffonda. «Non si tratta di fare terra bruciata dell'intero patrimonio», chiarisce Cirone. «Nella zona rossa sono stati distrutti circa 3300 alveari sugli 11-12mila presenti. Quella della Calabria è anche una zona ad alta densità di popolazioni apistiche».

 

Vano rinvio. Per chi è costretto a distruggere i propri favi è previsto un indennizzo, che sta però tardando ad arrivare per motivi burocratici. Purtroppo «anche se la maggior parte degli apicoltori locali ha risposto al nostro appello, in questo momento ci troviamo nel vivo di un acceso dibattito tra chi richiede uno sforzo maggiore per l’eradicazione e chi, invece, reclama l'endemicità del parassita per sottrarsi all'applicazione delle misure sanitarie, scaricando così i danni sulla totalità degli allevatori di api» chiarisce Cirone.

 

Milioni in fumo. «L'eradicazione è l'unica strada. Non si può pensare di convivere con questo parassita. Bisogna pensare all'interesse comune». Prima che sia troppo tardi: la diffusione del parassita su scala nazionale sarebbe catastrofica.

 

"Il danno di 1,5 milioni di euro, finora sopportato dagli Apicoltori che hanno distrutto gli alveari infestati - si legge su un comunicato della FAI - è nulla, se raffrontato ai 50 milioni di euro all'anno che l'intero comparto potrebbe subire con le perdite di alveari, api regine e mancata produzione di miele. Smisurato, infine, il danno che ne deriverà all’apicoltura europea, stimato in almeno 500 milioni di euro all'anno".

 

9 marzo 2015 | Elisabetta Intini