La regola del successo (editoriale)

Un team di ricercatori americani identifica la formula del romanzo di successo: precisa e rigorosa tiene conto di ogni parola. Ma non della creatività.

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La biografia di Steve Jobs, un successo universale. A Mumbai si vende anche ai semafori (© Andrew Holbrooke/Corbis)

“Grazie ma non siamo interessati”: all’inizio degli anni ‘90 più di 20 case editrici risposero con queste parole, o altre simili, a un’insegnante inglese che aveva inviato loro un suo manoscritto. Lei, l’insegnante, si chiama Joanne Kathleen Rowling e il manoscritto narrava le vicende di un giovane mago di nome Harry Potter.
La storia avrebbe potuto andare diversamente se gli editor di quelle case editrici avessero avuto a disposizione il software recentemente messo a punto da Vikas Ganjigunte Ashok, Song Feng e Yejin Choi, tre ricercatori della Stony Brook University di New York. Secondo un paper pubblicato dall’ Association of Computational Linguistics, questo programma sarebbe infatti in grado di leggere un romanzo e di predire, con un successo dell’84%, se avrà o meno successo.

Il metro dello stile
I ricercatori hanno utilizzato un processo noto come stilometria statistica, un’analisi quantitativa e qualitativa degli schemi linguistici e stilistici che accomunano i libri di successo. Il loro lavoro è iniziato dalla biblioteca del Progetto Gutenberg, un database di oltre 44.500 libri pubblicamente consultabile. 
Ashok e i suoi colleghi hanno preso in considerazione titoli di ogni genere, dalla letteratura alla poesia alla fantascienza. Il successo editoriale è stato valutato tenendo in considerazione sia la critica sia il numero di download collezionati da ogni testo in un certo intervallo di tempo.
L’analisi ha coinvolto anche titoli non presenti nel Progetto Gutenberg. Tra questi Storia di due città di Charles Dickens, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, Il Simbolo Perduto di Dan Brown e alcuni dei vincitori del Premio Pulitzer. Lo studio ha inoltre preso in esame le prime 1000 frasi di 4129 libri di poesia e 1117 racconti brevi. 

Descrittivi e vincenti

Questa enorme mole di testi è stata analizzata da diversi punti di vista: la costruzione delle frasi, l’uso della grammatica, la distribuzione delle parole relative ai sentimenti. Ne è emerso che i best seller fanno un uso abbondante delle congiuzioni (e, ma) e delle preposizioni per unire tra loro i periodi e li arricchiscono con numerosi nomi e aggettivi. Nei testi di minor successo invece le frasi sono più corte, vi è un maggior impiego percentuale di verbi e avverbi per descrivere cosa sta succedendo - indice di povertà descrittiva - e c'è un elevata frequenza di parole straniere. In questi testi abbondano inoltre i superlativi e le parole che indicano sentimenti estremi.
«Sembra insomma che per avere successo, piuttosto che scrivere “Sara era davvero tristissima” sia meglio descrivere le sue emozioni e ciò che sta provando» spiega Choi. «Occorre dunque utilizzare uno stile che si avvicina molto a quello giornalistico» conclude la ricercatrice. E in effetti sia Hemingway sia Dickens cominciarono la loro carriera come giornalisti.

C'è chi dice no...
Lo studio ha però suscitato molte perplessità e qualche critica tra gli addetti ai lavori. Michael Hamilburg, un agente letterario di New York, in un’intervista a Livescience sostiene che questo software non può avere alcuna utilità pratica, perchè il suo lavoro, scoprire talenti letterari, è anche fatto di intuizione e relazioni.
E gli scrittori? Cosa ne pensano dell’idea di far valutare i loro lavori a un computer? Qualcuno non la prende così male, per esempio Ron Hansen, autore americano di successo e docente di scrittura creativa alla Santa Clara University, in California.«I verbi sono il motore della fiction e spesso la qualità della scrittura viene misurata dalla varietà e dalla precisione con cui vengono utilizzati».
Certo è che l’idea di un software che si limita ad applicare formule ed algoritmi per decidere le sorti di un manoscritto - la stampa o il bidone della carta- lascia spazio a più di una perplessità: non si rischia in questo modo di veder pubblicati libri tutti uguali il cui unico metro di giudizio sia il guadagno che possono portare alle casse dell'editore e dell'autore?

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