Dall'incubatrice nel luna park alle mamme canguro

Una storia poco conosciuta e sorprendente: ecco come si sono evolute in un secolo e mezzo le cure per i neonati prematuri.

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|Bertram Solcher/Laif/Contrasto

L'incubatrice, il dispositivo che ha rivoluzionato le cure per i neonati prematuri, facendone sopravvivere molti destinati a morte sicura, è stato all’inizio un fenomeno da baraccone, letteralmente.

 

Scatola per pulcini. Fino a meno di un secolo fa, i prematuri venivano rimandati a casa dall’ospedale senza cure particolari, e abbandonati al loro destino. Negli anni Settanta dell’Ottocento, il medico francese Stéphane Tarnier si dice che ebbe l’idea per la prima incubatrice per neonati da un sistema per tenere al caldo i pulcini che aveva visto allo zoo di Parigi.

 

Il modello di incubatrice progettato da Stéphane Tarnier.

Il primo prototipo non era altro che una scatola di legno con un coperchio di vetro: un ambiente riscaldato da una bottiglia di acqua calda al cui interno mettere i neonati prematuri, che spesso morivano proprio di ipotermia. Non era molto più sofisticata delle borse per l’acqua calda che alcuni reparti di maternità già utilizzavano, ma il merito di Tarnier fu di riuscire a convincere i colleghi che c’era qualcosa in più che si poteva fare.

 

In pochi anni, nell’ospedale in cui Tarnier lavorava e in cui installò le prime incubatrici, ci fu una diminuzione della mortalità di quasi il 30 per cento. Ma all’inizio ci credevano in pochi.

 

Neonati in mostra. Sul finire dell’Ottocento, un altro famoso ostetrico parigino, Pierre Budin, che già lavorava sul fronte della diminuzione della mortalità infantile, incoraggiando le madri ad allattare al seno, o almeno a sterilizzare il latte di mucca nel caso in cui non fosse possibile, cominciò a pubblicare rapporti dettagliati sui successi di Tarnier.

 

Pare che per convincere i colleghi riluttanti sull’efficacia dell’incubatrice abbia incoraggiato, o accettato il suggerimento di un suo allievo (non è mai stato chiarito), di mettere in mostra all'Esposizione Universale di Berlino, nel 1896, alcuni neonati “prestati” dall’Ospedale della Carità.

 

L'edificio con i bambini in incubatrice in mostra all'esposizione pan-americana di Buffalo, nello stato di New York, nel 1901. | Library of Congress

 

Attrazione da luna park. L’allievo in questione era Martin Couney, che in seguitò sviluppo su ben più vasta scala l’idea di esporre i bambini per dimostrare il funzionamento della sua invenzione. Dopo alcune prove in città europee e americane, Couney, che si sospetta non fosse neppure un medico, nonostante si sia sempre dichiarato allievo di Budin, mise in mostra una sorta di esposizione permanente di piccoli prematuri al parco divertimenti di Coney Island, nella parte meridionale di Brooklyn (New York), tra l'altro luogo di nascita del primo "Luna Park".

 

I visitatori pagavano un biglietto per entrare e guardare le file di neonati disposti nelle incubatrici, proprio come facevano per le altre attrazioni del luna park. Pare che Couney facesse vestire apposta i bambini con abiti di taglia più grande, per sottolineare quanto fossero minuscoli. E tra gli strilloni che pubblicizzavano l’attrazione si dice ci fosse anche il giovane Archibald Alexander Leach, in arte "Cary Grant", che divenne poi uno degli attori preferiti di Alfred Hitchcock.

 

Un neonato in incubatrice in un ospedale di Parigi negli anni Cinquanta. | Maurice Zalewski/Adoc-photos/Contrasto

Quella di Coney Island diventò però di fatto una sorta di clinica, con infermiere, balie e personale addestrato, pagato da Couney con il ricavato dei biglietti, dove i genitori che non sapevano cos'altro fare portavano i bambini prematuri - che in ospedale non avrebbero ricevuto alcuna cura particolare.

 

Reparti specializzati. Per quanto oggi paiano discutibili, i metodi di Couney funzionarono: dei circa ottomila bambini portati a Coney Island, pare che circa 6.500 sopravvissero. E l’attrazione contribuì a far conoscere le incubatrici, che alla fine degli anni Trenta erano ormai entrate in molti ospedali, via via perfezionate con l’aggiunta di altri sistemi, per esempio quelli per la somministrazione dell’ossigeno, e trasformate dalle scatole di legno o di metallo iniziali ai più familiari cubicoli trasparenti.

 

 

Dopo la seconda guerra mondiale, poi, nacquero i primi reparti specializzati nel prendersi cura dei prematuri, precursori delle moderne unità di terapia intensiva neonatale.

 

Come nel marsupio. Fino agli anni Settanta (siamo nel '900), le cure dei neonati prematuri erano tutte affidate alla tecnologia e alle macchine, mentre famiglie e genitori erano tenuti a distanza, nel timore che anche solo toccare questi bambini così piccoli e delicati potesse aumentare il rischio di traumi e infezioni. Poi si cominciò a capire che in alcuni casi poteva essere giusto fare l’esatto contrario.

 

Una donna partecipa al programma Kangaroo Mother Care all'ospedale di Assosa, in Etiopia. | Unicef Etiopia/Flickr

L’idea delle cosiddette cure canguro nacque in Colombia alla fine degli anni Settanta, più che altro per necessità, su iniziativa del pediatra Edgar Rey, che lavorava in uno degli ospedali cui si rivolgeva la popolazione più povera di Bogotà: sovraffollato, e con un numero di incubatrici insufficiente per i bisogni. Dopo aver letto un articolo sulla fisiologia del canguro, il cui cucciolo nasce immaturo e piccolissimo, della misura di una nocciolina, e si sviluppa per pesi nel marsupio della madre, ebbe l’idea di provare ad applicare la stessa tecnica con i neonati umani.

 

Istituì un programma per insegnare alle donne che avevano appena partorito bambini prematuri come tenerli a stretto contatto di pelle, come nutrirli e prendersene cura. Nel corso del tempo gli studi hanno poi dimostrato che la Kangaroo Mother Care è sicura ed efficace, che perfino i neonati più piccoli hanno giovamento dall’essere tenuti a contatto con il corpo della madre: alcuni parametri fisiologici, dal battito cardiaco alla pressione sanguigna migliorano, i segni di stress e le infezioni diminuiscono, la temperatura corporea rimane più stabile.

 

 

Tanta strada ancora da fare. I programmi per coinvolgere le famiglie, prima le madri e poi anche i padri, nella cura dei neonati fragili sono ormai una realtà. In tutto il mondo, nascono oggi - prima della trentasettesima settimana di gestazione - circa un milione e mezzo di bambini l’anno. Grazie al miglioramento delle tecnologie, riescono a sopravvivere in buone percentuali anche bambini nati a 23 settimane di gestazione, che pesano magari solo 500 grammi. Non in tutto il mondo, però: nei Paesi in via di sviluppo, nonostante i progressi, la nascita pre-termine è ancora una delle principali cause di morte neonatale.

17 Marzo 2017 | Chiara Palmerini