La dieta mediterranea fa bene... solo ai ricchi

Uno studio italiano condotto su un campione di 25.000 volontari ha confermato l'efficacia della dieta mediterranea nel prevenire infarti e ictus. A beneficiarne degli effetti, però, sarebbero soltanto le persone benestanti.

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Le persone mangiano in base alla loro condizione sociale. Anche la dieta mediterranea si rivela inefficace se seguita tramite l'acquisto di prodotti di scarsa qualità.|Olinda / Shutterstock

La dieta mediterranea riduce in maniera sostanziale il rischio di infarto e di ictus e i suoi benefici sono stati confermati per l’ennesima volta da uno studio condotto dall'IRCCS Neuromed di Pozzilli (Isernia) su un campione di 25.000 persone residenti in Molise e reclutate grazie al Progetto Moli-sani.

 

Ma lo studio, pubblicato su International Journal of Epidemiology, ha portato alla luce anche un risultato inaspettato che non era stato quantificato esattamente fino ad oggi e che risulta essere un elemento fortemente discriminante: a beneficiare della dieta sono solo gli individui con un alto reddito e con una buona istruzione. Per tutti gli altri gli effetti dieta mediterranea sarebbero pressoché nulli.

 

L’indagine dei ricercatori italiani ha messo in luce un vero e proprio problema socio-economico che esclude le fasce di popolazione a basso reddito dalla possibilità di usufruire di un’alimentazione corretta e bilanciata, con tutte le conseguenze a lungo termine che si possono immaginare.

 

Benefici per pochi. Giovanni de Gaetano, uno degli autori dello studio, ha spiegato a Focus come si sia arrivati a individuare questa enorme differenza tra fasce di popolazione. «Con il nostro studio abbiamo avuto la conferma che aderire nella maniera ottimale alla dieta mediterranea si associa con una riduzione del rischio cardiovascolare che, in parole povere, vuol dire che si ha minor rischio di avere un infarto cardiaco o un ictus cerebrale» spiega de Gaetano. «Questa riduzione è risultata essere, in media, del 15%. Il dato era già di per sé molto interessante ma abbiamo voluto andare oltre e ci siamo chiesti se questa riduzione si distribuiva in maniera uniforme nella popolazione oppure se c’erano dei gruppi su cui si potevano riscontrare risultati diversi». 

 

I dati raccolti in precedenti studi avevano già evidenziato che le condizioni socio-economiche hanno influssi sulla salute, indipendentemente dalla dieta.  «Proprio per questo abbiamo voluto analizzare questo aspetto. È stato a quel punto che abbiamo osservato come chi aveva un reddito più elevato e un buon livello di istruzione percepiva vantaggi molto forti dalla dieta mediterranea, nell'ordine del 60% di riduzione del rischio cardiovascolare: molto di più della media di popolazione dell’intero campione dello studio. Non solo. Abbiamo anche riscontrato che chi aveva un reddito medio-basso o una scarsa istruzione non aveva praticamente nessun vantaggio. In conclusione abbiamo notato come ci fossero segmenti di popolazione dove gli effetti della dieta mediterranea sono particolarmente intensi mentre altri dove sono scarsi, per non dire nulli».

 

Perché ai poveri no? La dieta mediterranea fa bene, quindi, solo a chi può permettersi l’acquisto di certi prodotti di qualità e a “chilometro zero”. In tutti gli altri casi non si può affermare che faccia male ma, di sicuro, che i suoi benefici siano limitati. È la qualità dell’alimento la discriminante fondamentale: un aspetto che i ricercatori dell’IRCCS vogliono approfondire. Lo studio, infatti, non è ancora concluso.

 

In questo momento è iniziato quello che viene definito il “richiamo della coorte”, un periodo relativamente lungo durante il quale ogni partecipante viene richiamato a colloquio con i medici durante il quale vengono rinnovate le informazioni ottenute nella prima fase e vengono eseguite tutte le verifiche per capire se qualcuno ha cambiato il proprio stile di vita.

 

«Indubbiamente conoscere il tipo e la qualità dei cibi acquistati avrebbe aiutato a chiarire alcuni meccanismi che in questo momento sono stati solo di natura speculativa» ci ha spiegato Marialaura Bonaccio, del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS, «Infatti nel richiamo della coorte abbiamo in qualche modo inserito delle domande su dove le persone acquistano gli alimenti. In questo modo saremo in grado di fare una discriminazione nell'ambito di un'informazione che prima era solo quantitativa. Se prima chiedevamo quanta frutta e verdura una persone mangiasse ogni giorno adesso saremo in grado di stabilire la provenienza di quel cibo. Questo ci aiuterà a discriminare ulteriormente e ad avvicinare la lente d’ingrandimento su alcune dinamiche che, ora come ora, solo il buon senso ci sta indicando ma che, poiché conduciamo rigorose analisi scientifiche, dobbiamo in qualche modo misurare e mettere in relazione. È proprio la pista che stiamo percorrendo in questo ultimo anno». 

una dieta sana per tutti. Già con questo importante risultato, però, si possono trarre alcune conclusioni su come muoversi per migliorare la salute pubblica e su come far sì che la dieta mediterranea comporti benefici per tutti i cittadini e tutte le cittadine.

 

Il messaggio lanciato dai ricercatori, infatti, è estremamente chiaro. «La dieta mediterranea fa bene» conferma, una volta per tutte, de Gaetano, «Non c'è dubbio che questo studio confermi l'effetto protettivo che una adesione alla dieta mediterranea comporta in termini di riduzione del rischio di infarto e di ictus ma questo vale, purtroppo, soprattutto per le persone ricche. Il secondo punto è che non possiamo continuare a dire in maniera generica che la dieta mediterranea faccia bene se non diciamo anche che può non fare bene a tutti. Noi abbiamo trovato le fasce della popolazione a cui fa meno bene. La nostra è una richiesta esplicita alla società: non ci riempiamo la bocca dicendo che fa bene. Dobbiamo fare in modo che tutti possano averne vantaggio».

 

Come? Gli autori dello studio hanno lanciato una provocazione: «Una proposta che abbiamo fatto scherzosamente (ma che da qualcuno è stata presa seriamente) è di poter detrarre dalle tasse anche i prodotti selezionati e documentati come tipici della dieta mediterranea. Per esempio, se uno compra un olio d’oliva certificato e di altissima qualità lo dovrebbe potere detrarre come se fosse un vero e proprio farmaco. La nostra proposta è fatta per provocare ma, nel concreto, è la società che deve fare uno sforzo affinché la dieta mediterranea sia efficace per tutti e per tutte».

 

cibo e condizione sociale. I risultati dell’IRCCS non sono isolati e rientrano in un contesto generale di ricerca. «Mesi fa un rapporto del CENSIS ha evidenziato il ritorno delle differenze sociali a tavola» ci spiega Bonaccio, «È stato osservato, ad esempio, che c’era stata una diminuzione del 15% nell’acquisto di pesce fresco negli ultimi anni. Ma, se si legge per bene, appare subito che nelle famiglie a basso reddito la diminuzione era stata del 30% mentre in quelle ad alto reddito solo del 5%. Il dato del CENSIS va, di fatto, nella nostra medesima direzione. Le persone mangiano in base alla loro condizione sociale. La dieta delle persone più povere comporta degli effetti negativi sulla salute. Molto probabilmente perché la qualità degli alimenti che queste persone acquistano è “diversa”. In futuro lo dimostreremo scientificamente».

11 Agosto 2017 | Gianluca Liva