10
apr 2008

Sbagliando si impara? Non sempre!

La persistenza della memoria
La persistenza della memoria

Si dice spesso che dai propri errori si impari sempre qualche cosa. Un recente studio ci avverte, però, che esiste un meccanismo che potrebbe indurci a ripetere determinati sbagli. (Susanna Trave, 11 aprile 2008)

Se state lottando per richiamare una parola che siete sicuri di avere sulla punta della lingua, o se continuate a "inciampare" sulla stessa sequenza di note al pianoforte, perseverare nel cercare di ricordare o di rimediare allo stesso errore non è la soluzione migliore. Uno studio condotto all'Università di McMaster, in Canada, avverte infatti che ripetuti tentativi infruttuosi di riportare alla memoria qualche cosa che non ricordiamo potrebbero generare uno schema mentale che ci condanna all'insuccesso. La ricerca ha preso il via dall'esperienza diretta di una delle due autrici che ha notato come, per determinati vocaboli, si trovasse ripetutamente nella situazione di non riuscire a ricordarli ben sapendo di conoscerli perfettamente. Questo ha condotto la ricercatrice a formulare l'ipotesi che l'atto stesso di commettere l'errore, malgrado venisse poi corretto, potesse generare l'apprendimento di quell'errore.

Perseverare non aiuta. Per cercare di capire meglio questo meccanismo, è stato chiesto a un gruppo di studenti di dare il nome ad alcuni oggetti dei quali veniva fornita solo la descrizione. Coloro che non rispondevano subito, ma che sostenevano di avere la parola sulla punta della lingua, sono poi stati esortati a pensarci su, alcuni per 10 secondi e altri per 30 secondi. I risultati hanno svelato che chi aveva passato maggior tempo nel tentativo di ricordare aveva una probabilità maggiore di trovarsi nelle stesse condizioni, per la stessa parola, il giorno successivo. Sembrerebbe quindi che il tempo passato nella condizione di errore rafforzi la via mentale sbagliata che non permette di ricordare. I ricercatori stanno ora cercando di scoprire quale sia il meccanismo che, al contrario, ci toglie dai guai nelle ricorrenze dell'errore. Nel frattempo, se non riusciamo a venire a capo di un problema è meglio abbandonare i tentativi di risolverlo: più ci agitiamo e ci sforziamo e più potremmo affondare nelle sabbie mobili dei meccanismi mentali legati ai nostri sbagli.

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claudiobivacqua | pubblicato il 24/05/2008 alle 16.36 | Segnala un abuso
Commento

Pavlov disse : Se ogni interazione con l'ambiente portasse una giusta punizione il soggetto vivrebbe con una marea di informazioni da utilizzare per migliorare la sopravvivenza. La ricerca non è assolutamente chiara! l' articolo descrive diversi tipi di punizione. La vera punizione è uno stato emotivo negativo che associato allo stimolo presente indica che bisogna stare in allerta in futuro quando il soggetto percepirà quello stesso stimolo. Più è elevata l'intensità dello stimolo, più il ricordo sarà vivo e nitido quindi maggiormente la punizione sarà rimembrata dal soggetto. Ovviamente quando la punizione è una cosa che chi la da ritiene di colpire chi la riceve e invece chi la riceve non viene colpito, allora ecco una falsa punizione, che non ha nessuna funzione. L'emozione è l'unico indicatore di pericolo e di salvezza, una punizione deve essere inflitta per colpire e per motivare il soggetto. Purtroppo le parole e i pensieri non inducono un emotività tale da colpire il soggetto rispetto a quando l'esperienza viene provata in prima persona, quindi una punizione puo essere inutile dal punto di vista osservabile ma no dal punto di vista introspettivo. La variabile che rende la punizione tale è proprio l'intensità emotiva. grazie della lettura ...

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