19
feb 2009

Robot e intelligenza artificiale

La prima, vera intelligenza aliena?
La prima, vera intelligenza aliena?

È l'alba di una nuova specie? Che cosa è la robotica oggi? Quali sono le domande "sbagliate" sui nostri fratelli di latta? Sfatiamo un luogo comune e vediamo, con Bruno Siciliano, presidente della Società Internazionale di Robotica e Automazione, alcuni degli scenari di ricerca più affascinanti di questo settore. (Raymond Zreick, 18 febbraio 2009)

Il dibattito sull'intelligenza artificiale è un equivoco: non basta che un computer stravinca a scacchi per fare gridare al mondo che le macchine sono più intelligenti degli umani. È vero che il gioco degli scacchi è da sempre associato a intelligenza e doti di pensiero non comuni, ma questo vale per "noi". Per le macchine la verità è differente, perché il numero di mosse possibili è finito. È un numero enorme per lo standard umano, non per "loro". E una macchina abbastanza potente e veloce può calcolare e ricalcolare tutte le risposte e le combinazioni per ogni singola posizione sulla scacchiera, e scegliere quella sempre vincente. Però non è vera scelta. Non è pensiero autonomo, non è intelligenza. È software.

 
INTELLIGENZA... "NATURALE"

Anche il dibattito sulla nostra intelligenza è un equivoco: è dalla fine degli Anni '50 che non abbiamo più una definizione univoca per questa parola. Oggi si parla, piuttosto, di intelligenze multiple, più "abilità" che "intelletto", localizzate in parti differenti del cervello: intelligenza logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestetica (motoria), interpersonale e intrapersonale. Sono sette, oppure nove (secondo Howard Gardner, padre di questa classificazione) includendo le intelligenze esistenziale e naturalistica. O anche di più contando quelle emotiva ed empatica, il cui studio è strettamente correlato a quello sui neuroni specchio: empatia, apprendimento e sistema specchio hanno aperto nuovi filoni di ricerca nella neurobotica.

EPPURE... Bisogna intendersi su parole come "intelligenza". «Cinquant'anni fa i robot di oggi erano avveniristici», commenta Bruno Siciliano, che abbiamo incontrato a fine gennaio a Verona, in occasione di Infinitamente. Sul piano dei comportamenti, per esempio, «adesso ci sono sistemi capaci di prendere "decisioni approssimate"», che è una caratteristica molto umana. Per un robot, una decisione approssimata (o sfumata) è il frutto della cosiddetta logica fuzzy, che dà alla macchina la capacità di valutare una situazione non più solamente con i soliti "1" e "0" (vero/falso), ma con tutti i valori intermedi. È grazie a queste sfumature di verità che l'impianto frenante dell'ascensore di casa, in caso di necessità, sa valutare la temperatura dei cavi e agire in modo elastico ed efficace per garantire la nostra sicurezza. E che le auto robot che hanno corso senza controllo umano la Grand Challenge (la traversata del deserto del Nevada, negli Usa) sapevano se il terreno su cui si trovavano in un dato momento era roccioso, molto roccioso, un po' roccioso... In fondo, questo fa dell'ascensore e delle auto dei sistemi abbastanza intelligenti, per dirla in logica fuzzy!

CHI HA BISOGNO DELLE TRE LEGGI? «Un robot capace di agire in modo autonomo è un traguardo ancora lontano. Ma è da un pezzo che la cibernetica ha perso l'esclusiva sulle macchine: sistemi robotici e intelligenza artificiale sono adesso materia per le scienze cognitive», prosegue Bruno Siciliano. Neurofisiologia, neuroscienze, psicologia, linguistica, filosofia, antropologia, etologia, arte... Si sono anche sviluppate nuove scienze, come la neurobotica, che studia il comportamento umano attraverso l'emulazione delle macchine e macchine i cui processi decisionali siano simili a quelli del cervello umano. O la roboetica, neonata disciplina che, con un processo inverso a quello prospettato da Asimov con le sue tre leggi della robotica, si occupa delle problematiche legate all'uso delle tecnologie per arrivare a definire le regole che dovremmo rispettare noi, non quelle per i robot.

 
SAPREMO RICONOSCERLA?

Con Pianeta Eden (1959), Stanislaw Lem, cibernetico e scrittore di fantascienza, propone un'interpretazione del tema dell'incomunicabilità tra intelligenze diverse raccontando il naufragio di un'astronave su di un pianeta lontano e apparentemente disabitato. Umani e alieni non riusciranno neppure a sospettare la reciproca esistenza fino al tragico epilogo, in un rapporto col "diverso" portato alle estreme conseguenze.

INTELLIGENZA ALIENA L'insieme di queste competenze ha portato in pochi anni a macchine capaci di muoversi in relativa autonomia in ambienti ostili all'uomo (Marte, lo spazio, gli oceani della Terra, i vulcani...) e dentro l'uomo, come le capsule già usate in endoscopia, per esempio (e dietro l'angolo ci sono micro robot che navigano nel nostro sangue per portare a destinazione un medicinale o eseguire un'operazione chirurgica). Abbiamo sistemi robotici utilizzati con successo nel campo della riabilitazione motoria, robot animali che si sono rivelati preziosi nel rapporto con alcune disabilità (come l'autismo), robot antropomorfi capaci di simulare emozioni semplici... Soprattutto, abbiamo la tecnologia per replicare funzioni e sensi dell'uomo. Nel capitolo dedicato alla roboetica dello Springer Handbook of Robotics (*), due ricercatori italiani (Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto) ipotizzano che nel corso del XXI secolo l'uomo incontrerà la prima, vera intelligenza aliena: i robot.

Sarà intelligenza? Sapremo riconoscerla?


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(*) Il 5 febbraio scorso lo Springer Handbook of Robotics si è aggiudicato due PROSE Awards dalla prestigiosa AAP (American Association of Publishers), nelle categorie "Professional" e "Scholarly Publishing". Il libro, realizzato a cura di Bruno Siciliano e Oussama Khatib, fa il punto sulla robotica e disegna gli scenari del futuro di questa scienza grazie al contributo di 165 autori. (Ed. Springer 2008 - 1.611 pp., 422 illustrazioni a colori, dvd).

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White Lily | pubblicato il 16/03/2009 alle 14.26 | Segnala un abuso
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Dopo il Test di Turing Test del koan Eseguendo la procedura del Test di Turing molto probabilmente avverrebbe così: l’essere umano non distinguerebbe la natura non umana del suo interlocutore: il test,infatti, rimette in discussione la concezione de verbi “pensare/non pensare”. La differenza che fa la differenza sta nelle potenzialità interiori (ovvero spirituali e genetiche) dell'essere umano. Sebbene la scienza medica attuale sia ben lontana nelle ricerche sull’interiorità della vita umana (studio dei casi di premorte), un essere umano in condizioni psicofisiche adeguate addestrato ad una disciplina mentale, come la disciplina zen potrebbe vincere il test di Turing. Il legame mistico tra noi e il Creatore è così profondo, specifico che non sarà facile da scopiazzare fuori dalla Natura (riproduzione umana). Personalmente la dimensione spirituale resti sicuramente inaccessibile a qualunque macchina intelligente. Per la verità anche tra gli esseri umani, è solo una sparuta minoranza ha sperimentato una qualche forma di esperienza mistica (estasi religiosa, lo satori zen ad esempio). Faccio una proposta concreta alternativa al test di Turing, Usare la tecnica/logica zen dei koan (quesiti-paradossi). La risoluzione di un koan richiede l’uso integrato di tutte le capacità della mente,del corpo e dello spirito (istinto, emozioni,sensazioni, raziocinio, intuizione, memoria), non “solo” la semplice logica formale. Risolvere un koan vivendo alla maniera zen Una macchina intelligente (robot) in grado di risolvere un koan alla maniera zen come un essere umano potrebbe dirsi di fatto una macchina psicologicamente umana. Aspetto una controproposta. White Lily

Risvegliato | pubblicato il 24/02/2009 alle 13.51 | Segnala un abuso
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Aneddoto della prova di Turing Immaginate di essere posti in una stanza; potete inviare messaggi a un'altra stanza tramite una tastiera, e ricevere risposte tramite uno schermo. Il vostro compito è indovinare, in base alle risposte ricevuto, se a rispondervi è un computer o un altro essere umano. Turing sostenne che se un computer fosse programmato in modo da non consentirci di indovinare con precisione superiore al caso non avremmo alcun elemento per argomentare che l'eventuale interlocutore umano “pensa”, mentre il computer “non pensa”.

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