Il (cyber) malato immaginario
Dottore digitale
La facilità di accesso alle informazioni offerta dal web sta facendo nascere una nuova generazione di malati immaginari: i cybercondriaci. Una ricerca americana fa luce su questo fenomeno. E tu? Ti fidi del dottor Internet? (Alessandro Bolla, 2 dicembre 2008)
Vi è mai capitato di svegliarvi con il mal di testa? O con lo stomaco un po’ sottosopra? Secondo le statistiche mediche è molto più probabile che siano i postumi dei bagordi della sera prima piuttosto che qualcosa di veramente grave. Eppure tanti cybernauti, al primo malessere, si attaccano al computer, googolano i propri sintomi ed effettuano una rapida, e probabilmente sbagliata, autodiagnosi. Spesso convincendosi, senza alcuna base clinica, di essere affetti dalle più terribili malattie. È la cyberchondria, ossia l’ipocondria cybernetica, una delle conseguenze negative portate dal web e dalla facilità di reperire online informazioni di ogni tipo. Questo nuovo fenomeno digitale sta crescendo in modo significativo dal 2000 ed è stato oggetto di uno studio condotto da Microsoft e pubblicato qualche giorno fa. Obiettivo della ricerca era quello di verificare la possibilità di ridurre gli effetti negativi della cybercondria modificando il comportamento dei motori di ricerca. DISINFORMATICA Eric Horowitz, responsabile del progetto, e i suoi colleghi sono partiti dalle ricerche effettuate su Live Search, il motore di ricerca di casa Microsoft. E per chiavi di ricerca come "mal di testa" hanno scoperto che i risultati che collegano questo banale sintomo al tumore al cervello sono molti di più rispetto a quelli che parlano di abbuffate o eccesso di caffeina. Bastano pochi clic per innescare una spirale di ricerche che conduce a conclusioni superficiali e soprattutto errate con strascichi di ansia e stress facilmente immaginabili. Il fenomeno ha ormai assunto dimensioni piuttosto vaste: secondo gli esperti circa il 2% di tutte le ricerche effettuate sul web è legato alla sfera della salute e circa un terzo del campione analizzato (5.000 dipendenti Microsoft) ha approfondito i risultati della prima ricerca fino ad arrivare a pagine che parlavano di malattie gravi. E più della metà di loro ha dichiarato che la ricerca di informazioni mediche ha interrotto almeno una volta il lavoro e le attività quotidiane.
SE QUALCOSA PUÒ ANDAR MALE, LO FARÀ
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| DUBITATE GENTE, DUBITATE |
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Secondo i ricercatori la qualità dei contenuti medici online è piuttosto scadente. Disinformazione, imprecisioni, e, sui siti rigorosi (che comunque esistono), l’utilizzo di una terminologia e di un linguaggio incomprensibili la fanno da padroni. A questo si aggiunge l’effetto amplificatore offerto da forum e chat, dove persone inesperte e magari spaventate, chiedono e offrono consigli medici. E passare da un raffreddore a una polmonite e da questa a un cancro al polmone può essere davvero facile. | | |
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| Siamo tutti schiavi della legge di Murphy? Probabilmente no: secondo i ricercatori saltare a conclusioni tragiche (e affrettate) fa parte della natura dell’uomo ed è un comportamento le cui cause sono oggetto di studio da decenni. Gli uomini utilizzano infatti una serie di regole dettate dal comune buon senso per giungere a una conclusione circa eventi che non conoscono (per esempio chi vincerà le prossime elezioni). Ma queste regole possono portare a conclusioni errate, anche perchè, incosciamente, sappiamo già a quali conclusioni vogliamo arrivare (vedi lo speciale "Perchè Internet non ci fa cambiare idea"). Horowitz e i suoi colleghi hanno osservato come gran parte dei navigatori utilizzi, come criterio per stabilire l’affidabilità di un sito, il ranking, ossia la posizione di quel sito nei motori, piuttosto che le fonti da cui sono tratti i contenuti. Obiettivo della ricerca di Horowitz e dei suoi colleghi è quello di sviluppare tecnologie e algoritmi in grado di comprendere che l’utente sta effettuando ricerche a tema medico e che siano in grado di aiutarlo senza paventargli gli scenari più catastrofici. E tu? Quanto ti fidi di Internet come strumento di diagnosi? Partecipa al sondaggio di Focus.it
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