Sulle orme dei grandi esploratori

Siete pronti a "tuffarvi" nell'intricata foresta amazzonica?

Dal 29 maggio al 16 giugno, un giornalista e un fotografo inviati da Focus Storia hanno ripercorso, muovendosi in barca sui fiumi e incontrando le popolazioni indigene, l'itinerario di un famoso naturalista del passato, Alexander von Humboldt, che nel 1799 giunse in Sud America per esplorare la foresta amazzonica.

Si tratta della terza di quattro spedizioni sulle orme dei grandi esploratori del passato. I giornalisti di Focus Storia stanno documentando con i loro racconti e le loro foto che cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si è evoluta l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.

Focus.it segue in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno inviato brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potrete leggere il loro diario dall'inospitale Amazzonia.

 
I PROTAGONISTI


IN COLLABORAZIONE CON






































































 
 
 
San Carlos de Rio Negro, latitudine 1° Nord, 11 giugno 2005
 
  Fotogrammi da una frontiera
Nelle acque color Coca-Cola e finalmente senza zanzare. Si visita una cittadina governata dalla noia. E un’altra governata dalla guerrilla
 
   
  Due ragazzini in canoa sul Rio Negro
 
  Entriamo nel Rio Negro, dalle acque che sembrano uno specchio: adios, mosquitos! Perché in Amazzonia ci sono due tipi principali di fiumi, d’acque nere o bianche. Le bianche, come quelle dell’Orinoco e del primo tratto del Casiquiare, provengono spesso dalla cordigliera andina, o da terreni geologicamente giovani: sono spesso argillose, basiche e ricche di sostanze nutritive. Risultato: fauna e larve di zanzare abbondanti. Le acque nere invece, che scendono principalmente dagli antichissimi tepui dello scudo della Guyana, dilavati da milioni di anni di erosione, sono povere di nutrienti. E povere di microrganismi: le sostanze che vi si disciolgono (per esempio i tannini, scuri come il tè nero, che vengono dalle radici delle piante) non vengono decomposte. Risultato: acque scure e acide, dove le larve di zanzare non sopravvivono. Sul Rio Negro, quindi, meno mosquitos, almeno lontano dai pantani. Farsi il bagno è buffo: sembra di nuotare nella Coca-Cola. Ironia del destino, proprio un battello della Coca-Cola ha fatto la rotta di Humboldt, come noi, per rifornire di acqua aromatizzata questi luoghi remoti e disabitati. Ci ha superati e preceduti quassù.

A San Carlos de Rio Negro, pueblito di frontiera dove il barone Humboldt dovette fermarsi (se avesse passato il confine col Brasile, lo avrebbero arrestato come spia degli spagnoli), si respira la triste, estenuata calma di molte cittadine della frontiera amazzonica. C’è una palafitta, abitata da falene gigantesche, che fa da “ristorante-birreria”. Mette sempre lo stesso disco, con un adattamento per fisarmonica di “Piange il telefono”, in spagnolo. C’è anche una pista d’atterraggio in terra battuta, che i bambini usano per far volare gli aquiloni («tanto se arriva un aereo si sente»). C’è una chiesa: sul soffitto, un grande Cristo crocefisso brilla nell’aura argentata di cento cd incastonati tutt’intorno. A San Carlos c’è anche internet. E il telefono pubblico, anzi, privato. È la casa di una signora, con un cartello fuori che dice: «Vendesi ghiaccioli e cemento. Si compra oro». Nel soggiorno la padrona vende i numeri di carte telefoniche scritti su un foglietto: compri, siedi sul sofà e telefoni. Di fronte a tutti, e di fronte a un museo di chincaglierie stupefacente: antiche bambole in legno e paglia accanto al pupazzetto di plastica di Titti il canarino, un cranio di caimano assieme a una splendida scultura indigena, un enorme gatto siamese di ceramica che porta appeso al collo una fotografia antica di nudo artistico. E poi: un elefante rosa con le orecchie dorate, un ritratto di Humboldt, un’enciclopedia e 18 diplomi incorniciati: di scuola elementare, di commerciante emerito, di “olimpiadi dei piccoli”…

A San Carlos, anzi, di fronte, non c’è il posto di frontiera, né i soldati, né il sindaco. C’è la guerriglia. L’ombra delle Farc, fatta di mille storie, ci ha seguito per tutto il viaggio. Nella persona di un indigeno anziano che raccontava, ammirato, di un soldato con un fucile tutto lucido «di quelli russi, che sparano tanti colpi». Nella prima pagina di un quotidiano, dedicata a un comandante (soprannominato “Robin Hood”) che atterrò a Puerto Ayacucho per restituire personalmente un aeroplano rubato da criminali comuni. Nella storia, che tutti raccontano, di come i guerriglieri, penetrati sino allo Yapacana con mitra e granate, sequestrarono le armi dei cercatori d’oro. E nelle storie drammatiche degli indios, che parlano di figli sequestrati per diventare soldati della rivoluzione e di figlie sedotte con la promessa di soldi e di una vita migliore. Così, decido di conoscere San Felipe, il “lato colombiano”. Chiedo consiglio: mi dicono che non è pericoloso, basta non essere americani e non avere una macchina fotografica. E allora: prendo una canoa-taxi e attraverso il fiume. Ma la mia fantasia di giovanotti armati fino ai denti, con un cappellaccio di cuoio in testa, intenti a fumare sigari guardando la frontiera, si dissolve presto. Sorprendente. Ci sono l’ambulatorio, la scuola, la chiesa, il telefono, la tv via cavo, il mercato, i bar. E tutto funziona: a quanto pare, il governo colombiano non taglia i ponti con le regioni da cui si è ritirato. C’è anche la festa da ballo e il campionato di calcetto, cui sono invitati a partecipare i ragazzi venezuelani. I guerriglieri, se ci sono, sono ben mescolati fra contadini, pescatori e commercianti. Mi spiegheranno presto: nessuno si fa vedere in divisa, dove ci sono forestieri. E un elicottero da guerra ha sorvolato la zona, ultimamente. I guerriglieri aspettano uno scontro imminente.

A San Carlos ci sono gli indios, ovviamente. Alcuni vengono a vendere, comprare, barattare, e quasi non parlano spagnolo. Altri, invece, non usano più la lingua della loro gente: il baniwa lo parlano in pochi, ormai, il baré, quasi nessuno. Perché molti si sono fermati qui, dieci o cinquant’anni fa, abbandonando la terra e la casa per venire in città a far studiare ai figli il mondo e il mercato dei bianchi. Hanno smesso di insegnare la propria lingua ai bambini, per vergogna, perché non crescessero diversi, perché diventassero criollos. Perché avessero un futuro diverso. A San Carlos, molti hanno trovato l’alcolismo. Hanno scoperto che studiare poteva non servire: per entrare nel club non bastava aver fatto le elementari, le medie, le superiori. E l’università costa troppo. A San Carlos, la notte, c’è il pianto e la lama di coltello degli uomini ubriachi. C’è lo sguardo fisso e fiero delle donne indigene che tengono duro per tentare di sbrogliare la matassa sporca di una vita cattiva. A San Carlos ci sono tante bettole semivuote, qualche biliardo. C’è una voglia disperata e disperante di trovare qualcosa da fare. Di inventare, se non un futuro, un presente decente. A San Carlos non c’è una discoteca. «Niente sala da ballo», mi spiega un signore brillo che sta giocando a bochas (sì, proprio le nostre bocce), «e niente prostitute. Proibito: zona indigena». A San Carlos, però, oggi che tentiamo di dormirci noi, c’è una festa di compleanno accanto alla casa che ci ospita. Un po’ per le dimensioni della sala, un po’ per il caldo, gli invitati, adolescenti, straripano e si disperdono sul vialetto. All’una di notte, estenuato dai bassi atomici del merengue e del vallenato, mi affaccio e, tanto per far qualcosa, chiedo: «Ma quanti anni compie, il festeggiato?». Un ragazzino mi risponde con le dita: tre. «Però, sta dormendo».




 
  LE TAPPE  
  Puerto A., 13 giugno 2005

San Carlos..., 11 giugno 2005

Culimacari, 10 giugno 2005

Wirionawa, 8 giugno 2005

Tama-Tama, 7 giugno 2005

Esmeralda, 5 giugno 2005

Lau-Lau, 4 giugno 2005

rio Orinoco, 3 giugno 2005

San Fernando, 1 giugno 2005

Puerto A., 30 maggio 2005