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Entriamo nel Rio
Negro, dalle acque che sembrano uno specchio: adios,
mosquitos! Perché in Amazzonia ci sono due tipi
principali di fiumi, d’acque nere o bianche. Le bianche,
come quelle dell’Orinoco e del primo tratto del Casiquiare,
provengono spesso dalla cordigliera andina, o da terreni geologicamente
giovani: sono spesso argillose, basiche e ricche di sostanze
nutritive. Risultato: fauna e larve di zanzare abbondanti. Le
acque nere invece, che scendono principalmente dagli antichissimi
tepui dello scudo della Guyana, dilavati da milioni
di anni di erosione, sono povere di nutrienti. E povere di microrganismi:
le sostanze che vi si disciolgono (per esempio i tannini, scuri
come il tè nero, che vengono dalle radici delle piante)
non vengono decomposte. Risultato: acque scure e acide, dove
le larve di zanzare non sopravvivono. Sul Rio Negro, quindi,
meno mosquitos, almeno lontano dai pantani. Farsi il
bagno è buffo: sembra di nuotare nella Coca-Cola. Ironia
del destino, proprio un battello della Coca-Cola ha fatto la
rotta di Humboldt, come noi, per rifornire di acqua aromatizzata
questi luoghi remoti e disabitati. Ci ha superati e preceduti
quassù.
A
San Carlos de Rio Negro, pueblito
di frontiera dove il barone Humboldt dovette fermarsi (se
avesse passato il confine col Brasile, lo avrebbero arrestato
come spia degli spagnoli), si respira la triste, estenuata
calma di molte cittadine della frontiera amazzonica. C’è
una palafitta, abitata da falene gigantesche, che fa da “ristorante-birreria”.
Mette sempre lo stesso disco, con un adattamento per fisarmonica
di “Piange il telefono”, in spagnolo. C’è
anche una pista d’atterraggio in terra battuta, che
i bambini usano per far volare gli aquiloni («tanto
se arriva un aereo si sente»). C’è una
chiesa: sul soffitto, un grande Cristo crocefisso brilla nell’aura
argentata di cento cd incastonati tutt’intorno. A San
Carlos c’è anche internet. E il telefono pubblico,
anzi, privato. È la casa di una signora, con un cartello
fuori che dice: «Vendesi ghiaccioli e cemento. Si compra
oro». Nel soggiorno la padrona vende i numeri di carte
telefoniche scritti su un foglietto: compri, siedi sul sofà
e telefoni. Di fronte a tutti, e di fronte a un museo di chincaglierie
stupefacente: antiche bambole in legno e paglia accanto al
pupazzetto di plastica di Titti il canarino, un cranio di
caimano assieme a una splendida scultura indigena, un enorme
gatto siamese di ceramica che porta appeso al collo una fotografia
antica di nudo artistico. E poi: un elefante rosa con le orecchie
dorate, un ritratto di Humboldt, un’enciclopedia e 18
diplomi incorniciati: di scuola elementare, di commerciante
emerito, di “olimpiadi dei piccoli”…
A San Carlos, anzi, di fronte, non c’è il posto
di frontiera, né i soldati, né il sindaco. C’è
la guerriglia. L’ombra delle Farc, fatta di mille storie,
ci ha seguito per tutto il viaggio. Nella persona di un indigeno
anziano che raccontava, ammirato, di un soldato con un fucile
tutto lucido «di quelli russi, che sparano tanti colpi».
Nella prima pagina di un quotidiano, dedicata a un comandante
(soprannominato “Robin Hood”) che atterrò
a Puerto Ayacucho per restituire personalmente un aeroplano
rubato da criminali comuni. Nella storia, che tutti raccontano,
di come i guerriglieri, penetrati sino allo Yapacana con mitra
e granate, sequestrarono le armi dei cercatori d’oro.
E nelle storie drammatiche degli indios, che parlano di figli
sequestrati per diventare soldati della rivoluzione e di figlie
sedotte con la promessa di soldi e di una vita migliore. Così,
decido di conoscere San Felipe, il “lato
colombiano”. Chiedo consiglio: mi dicono che non è
pericoloso, basta non essere americani e non avere una macchina
fotografica. E allora: prendo una canoa-taxi e attraverso
il fiume. Ma la mia fantasia di giovanotti armati fino ai
denti, con un cappellaccio di cuoio in testa, intenti a fumare
sigari guardando la frontiera, si dissolve presto. Sorprendente.
Ci sono l’ambulatorio, la scuola, la chiesa, il telefono,
la tv via cavo, il mercato, i bar. E tutto funziona: a quanto
pare, il governo colombiano non taglia i ponti con le regioni
da cui si è ritirato. C’è anche la festa
da ballo e il campionato di calcetto, cui sono invitati a
partecipare i ragazzi venezuelani. I guerriglieri, se ci sono,
sono ben mescolati fra contadini, pescatori e commercianti.
Mi spiegheranno presto: nessuno si fa vedere in divisa, dove
ci sono forestieri. E un elicottero da guerra ha sorvolato
la zona, ultimamente. I guerriglieri aspettano uno scontro
imminente.
A
San Carlos ci sono gli indios, ovviamente. Alcuni vengono
a vendere, comprare, barattare, e quasi non parlano spagnolo.
Altri, invece, non usano più la lingua della loro gente:
il baniwa lo parlano in pochi, ormai, il baré,
quasi nessuno. Perché molti si sono fermati qui, dieci
o cinquant’anni fa, abbandonando la terra e la casa
per venire in città a far studiare ai figli il mondo
e il mercato dei bianchi. Hanno smesso di insegnare la propria
lingua ai bambini, per vergogna, perché non crescessero
diversi, perché diventassero criollos. Perché
avessero un futuro diverso. A San Carlos, molti hanno trovato
l’alcolismo. Hanno scoperto che studiare poteva non
servire: per entrare nel club non bastava aver fatto le elementari,
le medie, le superiori. E l’università costa
troppo. A San Carlos, la notte, c’è il pianto
e la lama di coltello degli uomini ubriachi. C’è
lo sguardo fisso e fiero delle donne indigene che tengono
duro per tentare di sbrogliare la matassa sporca di una vita
cattiva. A San Carlos ci sono tante bettole semivuote, qualche
biliardo. C’è una voglia disperata e disperante
di trovare qualcosa da fare. Di inventare, se non un futuro,
un presente decente. A San Carlos non c’è una
discoteca. «Niente sala da ballo», mi spiega un
signore brillo che sta giocando a bochas (sì,
proprio le nostre bocce), «e niente prostitute. Proibito:
zona indigena». A San Carlos, però, oggi che
tentiamo di dormirci noi, c’è una festa di compleanno
accanto alla casa che ci ospita. Un po’ per le dimensioni
della sala, un po’ per il caldo, gli invitati, adolescenti,
straripano e si disperdono sul vialetto. All’una di
notte, estenuato dai bassi atomici del merengue e
del vallenato, mi affaccio e, tanto per far qualcosa,
chiedo: «Ma quanti anni compie, il festeggiato?».
Un ragazzino mi risponde con le dita: tre. «Però,
sta dormendo».
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