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Il nostro viaggio si
conclude alla Pietra del Cucuy, a un passo dal confine triplo
fra Colombia, Brasile e Venezuela. È un blocco di pietra
che assomiglia (specie il suo riflesso nell’acqua) al
profilo pietrificato di un grande guerriero indigeno: il signor
Cucuy, che, annota Humboldt, si dice fosse ferocissimo e crudele.
Attraversiamo le frontiere. Sul lato brasiliano, la cittadina
di Cucuí è un minuscolo villaggio incollato alla
colossale caserma di un “Plotone della selva” dell’esercito
brasiliano. Nonostante i pochi passi che ci separano dal Venezuela,
tutto è diverso: le case sono palafitte di legno (invece
che fango e foglie di palma), le ragazze indossano pantaloncini
minuscoli e attillatissimi e hanno l’andatura molle e
sinuosa che qui si chiama balançado. Sul lato
colombiano, invece, incontriamo il villaggio di San
Rafael, allegro e organizzato.
Tornati a San Carlos, chiudiamo il cerchio
della rotta di Humboldt, ma usando un mezzo a lui impossibile:
un monomotore. Il volo è mozzafiato. Sia perché
l’aereoplanino fa una paura matta (e non sembra ovvio
che ci porti a destinazione), sia perché vediamo la
selva in tutta la sua maestà. Nonostante il tappeto
spesso di nubi, l’Amazzonia appare e scompare fra i
vapori: infinita, primordiale, milioni di ettari di acque
e terre, miliardi di alberi che lottano fra loro e contro
i parassiti per arrivare primi alla luce del sole. Quassù,
ti viene da pensare che sì, vivono ancora, gli esseri
fantastici del bosco e della montagna di cui Humboldt dubitava
e di cui un indio a San Carlos mi ha raccontato: il salvaje,
piccolo umanoide rumoroso e peloso, i pitadores,
cacciatori di uomini il cui richiamo è un fischio.
E tanti spiriti invisibili, che incantano come sirene e ti
fanno perdere per sempre. Il pilota vira e, come fosse un
miraggio, vediamo il monte Autana, sacro ai Piaroa, che emerge
da un oceano di nubi in tempesta. C’era un grande albero
della vita, dicono gli indios, che offriva i suoi frutti a
uomini e animali della Terra. Fino al giorno in cui un egoista
decise di abbatterlo per prendere tutto. Oggi e per sempre,
a ricordo della follia umana, resta il ceppo pietrificato
dell’albero: è lui, il monte Autana.
E
poi, eccoci oggi a Puerto Ayacucho. Duecento
anni dopo che Humboldt trovò selva e rapide, Ayacucho
è una città che cresce velocissima, che vive
di cento commerci leciti e illeciti. E di turismo: non sono
molti i matti che fanno il tragitto di Humboldt, ma venezuelani
e gringos vengono qui a fare cose che ai tempi di
Humboldt non esistevano. La pesca sportiva, per esempio: con
un amo speciale che non uccide, prendono il pavón,
un pesce del genere Chicla. È molto ambito,
perché combattivo, grande ed elegante. Lo fotografano
e poi lo rilasciano. Altri turisti vengono per provare l’emozione
di un tour nella selva di pochi giorni. E molti vengono a
fare il rafting sulle rapide che protessero per secoli
l’Alto Orinoco dalla colonizzazione. Ci vado anch’io.
Mentre il pilota spinge al massimo il motore da 40 cavalli
e lancia il gommone contro onde di tre metri, riesco a intuire
due cose: che cosa debba essere cavalcare un toro in un rodeo,
e perché Humboldt dicesse che il fiume qui non è
assolutamente navigabile.
Viene la sera. Ripenso ai fotogrammi di questo viaggio straordinario,
che mi restano nel cuore: gli avvoltoi a terra, con le ali
aperte ad asciugare; i martin pescatore in picchiata, il falco
che gridava da un colossale albero di Ceiba, osservandoci
mentre facevamo il bagno; i bambini che chiamavano a sé,
fischiando, la tonina, il delfino color dell’argento.
Noi, sempre unti di repellente, bagnati di sudore, umidi di
pioggia, a ridere del nostro malumore e grattarci per i mosquitos.
I cercatori d’oro e i missionari, le orchidee e gli
sciamani. E la foresta vista dall’alto: così
possente, così fragile. Domani partiremo per a Caracas.
Lontani anni luce dall’Amazzonia. Penso alla nostalgia,
ma ecco farsi al mio fianco Saúl. La conversazione
mi prende come una falena alla lampada.
Mi
racconta dei “fratelli indigeni”. Saúl
è un Guahibo. Humboldt, accampato a due passi da me,
duecento anni fa, avvistò un gruppo di “selvaggi
Guahibo” e sparò colpi di moschetto per spaventarli.
I Guahibo del secolo XXI vivono ai margini della strada che
collega Ayacucho con il porto di Samariapo, dal quale salpammo.
In capanne di fango e palma o, in muratura e lamiera, regalo
rovente del governo. Saúl è uno di loro. «Mia
mamma è una Guahibo, mio papà morì quando
ero bambino. Lei non poteva mantenermi, né farmi studiare».
Poi mi guarda fisso negli occhi, e aggiunge: «Dios
te aprieta, pero no te ahorca», ovvero Dio ti mette
alle strette, ma non ti impicca. O, meno letteralmente, ti
strizza, ma non ti strozza. «Sai, Dio ti fa patire le
difficoltà della vita, ma ti lascia sempre una opportunità
per cavartela. Io, per esempio, sono finito col governo».
A Maracaibo, lontanissimo da qui, Saúl studiò.
Poi si arruolò nell’esercito, nei corpi scelti.
Continuò a studiare. Oggi è perito elettrotecnico
e specialista in telecomunicazioni. «Poi» continua
con quello sguardo indio che sembra vedere il passato e il
futuro come se fossero oggetti tenuti nel palmo della mano,
«tre anni fa, ho deciso che era ora di tornare alla
mia gente. Formare una famiglia». Saúl si è
licenziato. Ora ha un bimbo di un anno, ma non ha un lavoro.
Ha fatto l’impianto elettrico di una fattoria, per poco
più che 300 euro. Ma la padrona non ha pagato. E Saúl,
disperato dai debiti, ha fatto il tassista, il facchino, ha
lavorato giorno e notte. Non bastava mai. «Così»
dice «sono andato alla casa del santo: all’anima
del Guayabal». Mi spiega: Guayabal era un signore che
lavorò alla costruzione della strada ai margini della
quale vivono i Guahibo. Aiutò per tutta la vita gli
indios. E quando morì chiese di non tornare a casa:
volle essere sepolto lì, fra loro. Da allora fa miracoli.
Saúl gli chiese aiuto. Una settimana dopo cominciava
a lavorare qui, al campamento, come guida e tuttofare.
Non è un lavoro fisso, ma è l’inizio di
tempi migliori. «Anche tu avrai figli, señor
Yuri» mi guarda fisso negli occhi. «Passerai
momenti difficili. Ma ricorda: Dio strizza, ma non ti strozza».
Sembra fatto su misura, il detto, per questa terra e queste
genti: splendide, dure, remote e ferite.
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