Sulle orme dei grandi esploratori

Siete pronti a "tuffarvi" nell'intricata foresta amazzonica?

Dal 29 maggio al 16 giugno, un giornalista e un fotografo inviati da Focus Storia hanno ripercorso, muovendosi in barca sui fiumi e incontrando le popolazioni indigene, l'itinerario di un famoso naturalista del passato, Alexander von Humboldt, che nel 1799 giunse in Sud America per esplorare la foresta amazzonica.

Si tratta della terza di quattro spedizioni sulle orme dei grandi esploratori del passato. I giornalisti di Focus Storia stanno documentando con i loro racconti e le loro foto che cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si è evoluta l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.

Focus.it segue in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno inviato brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potrete leggere il loro diario dall'inospitale Amazzonia.
 
I PROTAGONISTI


IN COLLABORAZIONE CON






































































 
 
 
Puerto Ayacucho, 13 giugno 2005
 
  “Dio strizza, ma non strozza”
Giunti alla frontiera tripla, completiamo la rotta di Humboldt. Con un meraviglioso sorvolo della selva e una visita a Puerto Ayacucho
 
   
  La pietra del Cucuy
 
  Il nostro viaggio si conclude alla Pietra del Cucuy, a un passo dal confine triplo fra Colombia, Brasile e Venezuela. È un blocco di pietra che assomiglia (specie il suo riflesso nell’acqua) al profilo pietrificato di un grande guerriero indigeno: il signor Cucuy, che, annota Humboldt, si dice fosse ferocissimo e crudele. Attraversiamo le frontiere. Sul lato brasiliano, la cittadina di Cucuí è un minuscolo villaggio incollato alla colossale caserma di un “Plotone della selva” dell’esercito brasiliano. Nonostante i pochi passi che ci separano dal Venezuela, tutto è diverso: le case sono palafitte di legno (invece che fango e foglie di palma), le ragazze indossano pantaloncini minuscoli e attillatissimi e hanno l’andatura molle e sinuosa che qui si chiama balançado. Sul lato colombiano, invece, incontriamo il villaggio di San Rafael, allegro e organizzato.

Tornati a San Carlos, chiudiamo il cerchio della rotta di Humboldt, ma usando un mezzo a lui impossibile: un monomotore. Il volo è mozzafiato. Sia perché l’aereoplanino fa una paura matta (e non sembra ovvio che ci porti a destinazione), sia perché vediamo la selva in tutta la sua maestà. Nonostante il tappeto spesso di nubi, l’Amazzonia appare e scompare fra i vapori: infinita, primordiale, milioni di ettari di acque e terre, miliardi di alberi che lottano fra loro e contro i parassiti per arrivare primi alla luce del sole. Quassù, ti viene da pensare che sì, vivono ancora, gli esseri fantastici del bosco e della montagna di cui Humboldt dubitava e di cui un indio a San Carlos mi ha raccontato: il salvaje, piccolo umanoide rumoroso e peloso, i pitadores, cacciatori di uomini il cui richiamo è un fischio. E tanti spiriti invisibili, che incantano come sirene e ti fanno perdere per sempre. Il pilota vira e, come fosse un miraggio, vediamo il monte Autana, sacro ai Piaroa, che emerge da un oceano di nubi in tempesta. C’era un grande albero della vita, dicono gli indios, che offriva i suoi frutti a uomini e animali della Terra. Fino al giorno in cui un egoista decise di abbatterlo per prendere tutto. Oggi e per sempre, a ricordo della follia umana, resta il ceppo pietrificato dell’albero: è lui, il monte Autana.

E poi, eccoci oggi a Puerto Ayacucho. Duecento anni dopo che Humboldt trovò selva e rapide, Ayacucho è una città che cresce velocissima, che vive di cento commerci leciti e illeciti. E di turismo: non sono molti i matti che fanno il tragitto di Humboldt, ma venezuelani e gringos vengono qui a fare cose che ai tempi di Humboldt non esistevano. La pesca sportiva, per esempio: con un amo speciale che non uccide, prendono il pavón, un pesce del genere Chicla. È molto ambito, perché combattivo, grande ed elegante. Lo fotografano e poi lo rilasciano. Altri turisti vengono per provare l’emozione di un tour nella selva di pochi giorni. E molti vengono a fare il rafting sulle rapide che protessero per secoli l’Alto Orinoco dalla colonizzazione. Ci vado anch’io.
Mentre il pilota spinge al massimo il motore da 40 cavalli e lancia il gommone contro onde di tre metri, riesco a intuire due cose: che cosa debba essere cavalcare un toro in un rodeo, e perché Humboldt dicesse che il fiume qui non è assolutamente navigabile.

Viene la sera. Ripenso ai fotogrammi di questo viaggio straordinario, che mi restano nel cuore: gli avvoltoi a terra, con le ali aperte ad asciugare; i martin pescatore in picchiata, il falco che gridava da un colossale albero di Ceiba, osservandoci mentre facevamo il bagno; i bambini che chiamavano a sé, fischiando, la tonina, il delfino color dell’argento. Noi, sempre unti di repellente, bagnati di sudore, umidi di pioggia, a ridere del nostro malumore e grattarci per i mosquitos. I cercatori d’oro e i missionari, le orchidee e gli sciamani. E la foresta vista dall’alto: così possente, così fragile. Domani partiremo per a Caracas. Lontani anni luce dall’Amazzonia. Penso alla nostalgia, ma ecco farsi al mio fianco Saúl. La conversazione mi prende come una falena alla lampada.

Mi racconta dei “fratelli indigeni”. Saúl è un Guahibo. Humboldt, accampato a due passi da me, duecento anni fa, avvistò un gruppo di “selvaggi Guahibo” e sparò colpi di moschetto per spaventarli. I Guahibo del secolo XXI vivono ai margini della strada che collega Ayacucho con il porto di Samariapo, dal quale salpammo. In capanne di fango e palma o, in muratura e lamiera, regalo rovente del governo. Saúl è uno di loro. «Mia mamma è una Guahibo, mio papà morì quando ero bambino. Lei non poteva mantenermi, né farmi studiare». Poi mi guarda fisso negli occhi, e aggiunge: «Dios te aprieta, pero no te ahorca», ovvero Dio ti mette alle strette, ma non ti impicca. O, meno letteralmente, ti strizza, ma non ti strozza. «Sai, Dio ti fa patire le difficoltà della vita, ma ti lascia sempre una opportunità per cavartela. Io, per esempio, sono finito col governo». A Maracaibo, lontanissimo da qui, Saúl studiò. Poi si arruolò nell’esercito, nei corpi scelti. Continuò a studiare. Oggi è perito elettrotecnico e specialista in telecomunicazioni. «Poi» continua con quello sguardo indio che sembra vedere il passato e il futuro come se fossero oggetti tenuti nel palmo della mano, «tre anni fa, ho deciso che era ora di tornare alla mia gente. Formare una famiglia». Saúl si è licenziato. Ora ha un bimbo di un anno, ma non ha un lavoro. Ha fatto l’impianto elettrico di una fattoria, per poco più che 300 euro. Ma la padrona non ha pagato. E Saúl, disperato dai debiti, ha fatto il tassista, il facchino, ha lavorato giorno e notte. Non bastava mai. «Così» dice «sono andato alla casa del santo: all’anima del Guayabal». Mi spiega: Guayabal era un signore che lavorò alla costruzione della strada ai margini della quale vivono i Guahibo. Aiutò per tutta la vita gli indios. E quando morì chiese di non tornare a casa: volle essere sepolto lì, fra loro. Da allora fa miracoli. Saúl gli chiese aiuto. Una settimana dopo cominciava a lavorare qui, al campamento, come guida e tuttofare. Non è un lavoro fisso, ma è l’inizio di tempi migliori. «Anche tu avrai figli, señor Yuri» mi guarda fisso negli occhi. «Passerai momenti difficili. Ma ricorda: Dio strizza, ma non ti strozza». Sembra fatto su misura, il detto, per questa terra e queste genti: splendide, dure, remote e ferite.





 
  LE TAPPE  
  Puerto A., 13 giugno 2005

San Carlos..., 11 giugno 2005

Culimacari, 10 giugno 2005

Wirionawa, 8 giugno 2005

Tama-Tama, 7 giugno 2005

Esmeralda, 5 giugno 2005

Lau-Lau, 4 giugno 2005

rio Orinoco, 3 giugno 2005

San Fernando, 1 giugno 2005

Puerto A., 30 maggio 2005