Sulle orme dei grandi esploratori

Siete pronti a "tuffarvi" nell'intricata foresta amazzonica?

Dal 29 maggio al 16 giugno, un giornalista e un fotografo inviati da Focus Storia hanno ripercorso, muovendosi in barca sui fiumi e incontrando le popolazioni indigene, l'itinerario di un famoso naturalista del passato, Alexander von Humboldt, che nel 1799 giunse in Sud America per esplorare la foresta amazzonica.

Si tratta della terza di quattro spedizioni sulle orme dei grandi esploratori del passato. I giornalisti di Focus Storia stanno documentando con i loro racconti e le loro foto che cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si è evoluta l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.

Focus.it segue in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno inviato brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potrete leggere il loro diario dall'inospitale Amazzonia.

 
I PROTAGONISTI


IN COLLABORAZIONE CON




































 
 
 
Puerto Ayacucho, 30 maggio 2005
 
  “Domani volano!”
Pronti a partire per la selva. In compagnia delle piogge
 
   
  Il fiume Orinoco  
  Ultima notte in un letto, per le prossime due settimane. Dall’accampamento turistico sulla riva dell’Orinoco, guardo il tramonto. Ma il tramonto non c’è: il cielo, del color dello stagno, è coperto da un soffitto basso di nuvole. Sembrano scender giù, ad abbracciare le acque chiare del rio. Puerto Ayacucho, latitudine 5, porta d’ingresso all’Amazzonia venezuelana, capitale dello Stato di Amazonas, è la tappa di partenza della nostra spedizione verso il canale Casiquiare, sulle orme di Alexander von Humboldt e Aimé Bompland. Ma Ayacucho è un luogo che Humboldt non vide, pur essendo passato di qui. Perché nel 1800 la città non esisteva. La inventarono, a cavallo fra selva e pianure, nel 1924, a fare da ultimo avamposto navigabile risalendo il rio Orinoco, subito prima delle grandi rapide di Atures e Maipures. Il paesaggio è brullo, ma sorprendente: una savana spettinata, rocciosa, con pochi alberi contorti e tante palme, a crescere su un suolo rosso, ricco di ossidi di ferro, o su un pietrisco vulcanico. Il tutto ravvivato, qua e là, dalle capanne degli indios Guahibo e da imponenti massi tondeggianti, di granito nero, che contrastano con erbe verde brillante. E c’è l’Orinoco, pigro gigante di acque fangose. Imponente, anche quassù, a quasi mille km dalla foce. Negli anni Trenta, Puerto Ayacucho contava 200 anime. Oggi ci abitano 80 mila persone: grazie al turismo e i commerci con la Colombia (dirimpettaia, sull’altra riva dell’Orinoco), alle scuole e alla migrazione di indios e criollos verso le aree urbane. E grazie ad alcuni traffici meno leciti: l’oro delle miniere clandestine, il narcotraffico, il contrabbando della benzina (che in Venezuela costa praticamente zero: meno di tre centesimi di euro al litro). Puerto Ayacucho è l’unica vera città dell’intero stato, e anche l’unico centro abitato (assieme al vicino porto di Samariapo, subito sopra le rapide) collegato da strade al resto del paese. Per il resto, negli oltre 170 mila kmq d’Amazonas (più che mezza Italia), le autostrade sono fiumi, i pueblos più grandi hanno qualche migliaio di abitanti e le altre comunità sono composte da poche famiglie di indios o meticci.

«Peccato che partiate: domani volano…» sento dire alle mie spalle. È Saul, tuttofare del campamento.
«Volano? Chi?»
«I bachacos: le formiche che si mangiano!» Mi spiega.
All’inizio della stagione delle piogge, sul calar della sera, i bachacos (sono formiche tagliafoglie del genere Atta, chiamate anche culón per il grosso addome), mettono le ali. Poi prendono il volo dai formicai. Se accendi le luci di casa entrano a centinaia: li raccogli (attenzione ai morsi) e li fai tostati. Buonissimi, dicono gli indios. Con sapore “di burro rancido mescolato con molliche di pane”, commenta Humboldt nel suo diario. «Però» aggiunge Saul «se li attiri con la luce in casa, a volte entrano anche formiche volanti più grandi, con un pungiglione velenoso. Meglio prendere i bachacos nei formicai. Con gli stivali, perché rosicchiano le scarpe e i vestiti». Gli chiedo come fa a sapere che le formiche voleranno domani. Sorride: «trucco indigeno, señor Yurij». Mi indica una lampada: vedo decine di farfalline trasparenti. Mi avvicino: non sono farfalline. «Termiti» spiega Saul. «Volano un giorno prima delle formiche».

Perderemo la cena a base di formiche: partiamo domattina, in un’imbarcazione da 12 metri carica di viveri, acqua e 1.200 litri di benzina. Ci aspettano la pioggia (esagerata: siamo all’inizio della stagione umida) e le silhouette dei monti Autana, Yapacana, Duida. Ci aspettano paludi e foreste inondate, i villaggi dei Piaroa, dei Kurripaco, degli Yekuana, degli Yanomami, i cercatori d’oro clandestini e le antiche missioni di San Fernando de Atabapo, Esmeralda, San Carlos del Rio Negro. Ci accompagneranno Cheo e Daví (la nostra guida indigena e il pilota), un arcobaleno buffo (fatto di avvoltoi e garzette, martin pescatore e pipistrelli, farfalle in taglie small ed extra large), i diari di Humboldt. E l’ombra della guerriglia colombiana, che ha il controllo su quasi tutti i villaggi del margine occidentale dell’Orinoco, compreso quello qui di fronte: son venuti qui oggi pomeriggio, a cercare benzina.

Dall’accampamento, guardo il tramonto. Ma il tramonto non c’è. Nubi nere scivolano lente, dal lato colombiano, verso di noi. Stanotte pioverà. Accampato da queste parti nell’aprile del 1800, Humboldt scriveva: “Oltre le Grandi Cataratte, una terra sconosciuta ha inizio… Una terra di favole, di visioni di fate”. Solo tre timidi insediamenti di bianchi osavano violare, “su un’estensione di oltre cento leghe”, le rive dei fiumi. Dietro, nella foresta, immensa, inesplorata, vivevano, secondo indios e missionari, “razze d’uomini con un solo occhio al centro della fronte, altri con teste di cane, e bocca collocata sotto lo stomaco”. E il “salvaje”: una specie di Yeti della foresta pluviale. Cosa troveremo noi, oltre duecento anni dopo?


 
  LE TAPPE  
  Puerto A., 13 giugno 2005

San Carlos..., 11 giugno 2005


Culimacari, 10 giugno 2005


Wirionawa, 8 giugno 2005


Tama-Tama, 7 giugno 2005


Esmeralda, 5 giugno 2005


Lau-Lau, 4 giugno 2005


rio Orinoco, 3 giugno 2005

San Fernando, 1 giugno 2005


Puerto A., 30 maggio 2005