Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.

 

IN COLLABORAZIONE CON















































 
 
 
Djenné, 24 febbraio 2005
 
  Il restauro della moschea di fango
Dopo la notte di veglia i giovani lavorano a ritmo di reggae
 
   
  La festa del crépissage, il restauro della moschea di fango a Djenné
 
  La notte sulla spiaggia di Niafounké è stata tranquilla. Questa volta l’harmattan ci ha lasciati dormire. Abbiamo ripreso la jeep e, com’era nei nostri propositi, siamo tornati verso sud viaggiando per un paio di giorni, in tempo per assistere a una delle feste più singolari di questa parte di Africa.

Non è ancora chiaro, che già il grido del muezzin chiama tutti a raccolta. Oggi è un giorno speciale qui a Djenné, la città che René Caillé visitò per primo tra gli europei, durante il suo viaggio per arrivare a Timbuctù. Tutta la notte i giovani hanno vegliato, aspettando questo momento. Ed eccoli ora sulla piazza davanti alla moschea. L’edificio è impressionante, il più grande mai costruito in banko, la miscela di fango e paglia. Le quattro facciate sono scandite da costole arrotondate, che proiettano ombre sulla superficie color ocra. In alto, una merlatura è interrotta da minareti possenti. Il grido del muezzin rimbalza dagli altoparlanti giù fino ai tetti della città, ma il reggae di Bob Marley è ancora più forte, sparato da un grande mangianastri a pile. La musica carica i ragazzi, che armati di cesti di vimini attendono il via dell’imam. Tra le prime file si spingono e scartano come i cavalli alla partenza del Palio di Siena. Alcuni vecchi li tengono a bada con i bastoni. Via! La corsa folle attorno alla moschea travolge chi non è lesto a scansarsi. Le grida sono ritmiche e sorde, ricordano i tamburi di guerra. Ma oggi la battaglia è una festa. È il giorno del crépissage, il restauro annuale della moschea. Migliaia di volontari le danno l’assalto. Le scale di tronchi sono sollevate con la forza delle braccia e delle grida, finché non si appoggiano sulla facciata. Ed ecco, è tutto un brulicare su su per i gradini. Chi sta più in basso passa le ceste di fango agli altri, che si arrampicano ancora più in alto, sulle travi mozze che sporgono dalle mura. Gettano manciate grigiastre sulla facciata bruna, come fanno i nostri muratori con il cemento, ma senza cazzuola. Poi lisciano lo strato di fango, sempre con le mani. Di sotto, la piazza è ormai un pantano. I bimbi sguazzano felici per impastare terra e acqua. Gli anziani spesso li sgridano, volano anche sonori ceffoni per quelli che giocano piuttosto che lavorare.
Ma ecco, un rullare di tamburi annuncia il corteo delle donne, che sbucano dall’angolo di una casa. Portano l’acqua dai pozzi, sulla testa. A guardarlo dall’alto sono uno sciame di secchi colorati. Gettano l’acqua direttamente addosso ai bambini felici. Ma i vecchi le sgridano, sempre a bastonate.
Decido di fare la mia parte. Seguo il corteo colorato fino al pozzo, una buca in mezzo a una strada periferica che funge anche da immondezzaio. Subito si materializza tra le mie mani un secchio, bello grosso. Sono un po’ preoccupata, ma le ragazze ridendo lo riempiono soltanto a metà: le europee non sono granché come portatrici d’acqua. E infatti arranco maldestra. Il secchio pesa, il manico di metallo fa male alla mano. Loro invece si muovono leggere, svolazzanti, anche le più piccine. Basta, è meglio imitarle. Per fortuna ho lo shesh, la lunga pezza di cotone che serve da turbante. Lo arrotolo per metterlo sulla testa, ma una bimba mi corregge e lo prepara per me. Mi mettono il secchio sul capo, ridendo e annuendo vigorosamente per incoraggiarmi. Così va molto meglio, ma non oso staccare le mani. L’acqua oscilla al mio passo, mi sembra sempre che il secchio stia per cadere. Dopo qualche metro sono abbastanza esperta per staccare un braccio, ma senza mani resisto solo qualche secondo.

I restauratori sono velocissimi, dopo un’ora la facciata è quasi terminata. Il confine tra l’ocra del fango secco e il grigio di quello nuovo, ancora bagnato, segnala quanto resta da fare. Ma già le prime scale vengono spostate da una caotica sarabanda di ragazzi che corrono, gridano e spesso sono in disaccordo su quale direzione prendere.
Saliamo sul tetto della moschea. La scala interna è ormai un informe scivolo di fango. Anche quassù fervono i lavori. Il pavimento della terrazza viene lisciato con il banko come fosse cera. Il grido dei portatori di scala si fa più vicino. Ed eccoli spuntare da una delle porte che conducono al cortile rettangolare. Con rinnovato entusiasmo i volontari danno l’assalto anche a queste facciate interne. La stanchezza però inizia a farsi sentire e un paio di ragazzi incitano i restauratori battendo forte i tamburi. Un anziano cacciatore non fa mancare il suo sostegno e a intervalli regolari spara assordanti colpi in aria con il suo vecchio fucile.
Grazie all’incitamento, i ragazzi arrivano presto fino alle merlature del tetto. Quando levano le scale, restano due macchie marroni nell’uniformità grigia del muro rinnovato. In due, un piede ciascuno, tengono un ragazzo che si cala a testa in giù dal tetto e chiude in fretta i buchi rimasti.

Donne, ragazze e bambine hanno portato l’acqua anche quassù e ora si affrettano a ridiscendere, incalzate da un vecchio marabùt ansioso di rimandarle ai pozzi. La scala è stretta, ma il marabùt pretende di infilarcele tutte in una volta, con spinte e vergate. La ressa è grande. Voglio scendere anch’io, ma non oso affrontare il vecchio cèrbero. Una bambina capisce il mio timore e mi dà la mano. La tengo forte e mi butto nel buio fitto della scala. Gomiti, spalle, teste: il groviglio di donne sbanda, si schiaccia contro il muro, scivola sul fango dei gradini, cade, si rialza. Quattro bimbe piccole e spaventate mi scelgono come àncora e si aggrappano tutte alla mia schiena. Ma la pressione del gruppo è troppo forte e cadiamo tutte insieme. In qualche modo arrivo alla fine, infangata e stravolta. Le ragazze mi salutano allegre e siccome la faccia mi è rimasta pulita, la truccano con ditate melmose.

 
  LE TAPPE