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La notte sulla spiaggia di Niafounké
è stata tranquilla. Questa volta l’harmattan
ci ha lasciati dormire. Abbiamo ripreso la jeep e, com’era
nei nostri propositi, siamo tornati verso sud viaggiando per
un paio di giorni, in tempo per assistere a una delle feste
più singolari di questa parte di Africa.
Non è ancora chiaro, che già il grido del muezzin
chiama tutti a raccolta. Oggi è un giorno speciale
qui a Djenné, la città che
René Caillé visitò per primo tra gli
europei, durante il suo viaggio per arrivare a Timbuctù.
Tutta la notte i giovani hanno vegliato, aspettando questo
momento. Ed eccoli ora sulla piazza davanti alla moschea.
L’edificio è impressionante, il più grande
mai costruito in banko, la miscela di fango e paglia.
Le quattro facciate sono scandite da costole arrotondate,
che proiettano ombre sulla superficie color ocra. In alto,
una merlatura è interrotta da minareti possenti. Il
grido del muezzin rimbalza dagli altoparlanti giù
fino ai tetti della città, ma il reggae di Bob Marley
è ancora più forte, sparato da un grande mangianastri
a pile. La musica carica i ragazzi, che armati di cesti di
vimini attendono il via dell’imam. Tra le prime
file si spingono e scartano come i cavalli alla partenza del
Palio di Siena. Alcuni vecchi li tengono a bada con i bastoni.
Via! La corsa folle attorno alla moschea travolge chi non
è lesto a scansarsi. Le grida sono ritmiche e sorde,
ricordano i tamburi di guerra. Ma oggi la battaglia è
una festa. È il giorno del crépissage,
il restauro annuale della moschea. Migliaia di volontari le
danno l’assalto. Le scale di tronchi sono sollevate
con la forza delle braccia e delle grida, finché non
si appoggiano sulla facciata. Ed ecco, è tutto un brulicare
su su per i gradini. Chi sta più in basso passa le
ceste di fango agli altri, che si arrampicano ancora più
in alto, sulle travi mozze che sporgono dalle mura. Gettano
manciate grigiastre sulla facciata bruna, come fanno i nostri
muratori con il cemento, ma senza cazzuola. Poi lisciano lo
strato di fango, sempre con le mani. Di sotto, la piazza è
ormai un pantano. I bimbi sguazzano felici per impastare terra
e acqua. Gli anziani spesso li sgridano, volano anche sonori
ceffoni per quelli che giocano piuttosto che lavorare.
Ma ecco, un rullare di tamburi annuncia il corteo delle donne,
che sbucano dall’angolo di una casa. Portano l’acqua
dai pozzi, sulla testa. A guardarlo dall’alto sono uno
sciame di secchi colorati. Gettano l’acqua direttamente
addosso ai bambini felici. Ma i vecchi le sgridano, sempre
a bastonate.
Decido di fare la mia parte. Seguo il corteo colorato fino
al pozzo, una buca in mezzo a una strada periferica che funge
anche da immondezzaio. Subito si materializza tra le mie mani
un secchio, bello grosso. Sono un po’ preoccupata, ma
le ragazze ridendo lo riempiono soltanto a metà: le
europee non sono granché come portatrici d’acqua.
E infatti arranco maldestra. Il secchio pesa, il manico di
metallo fa male alla mano. Loro invece si muovono leggere,
svolazzanti, anche le più piccine. Basta, è
meglio imitarle. Per fortuna ho lo shesh, la lunga
pezza di cotone che serve da turbante. Lo arrotolo per metterlo
sulla testa, ma una bimba mi corregge e lo prepara per me.
Mi mettono il secchio sul capo, ridendo e annuendo vigorosamente
per incoraggiarmi. Così va molto meglio, ma non oso
staccare le mani. L’acqua oscilla al mio passo, mi sembra
sempre che il secchio stia per cadere. Dopo qualche metro
sono abbastanza esperta per staccare un braccio, ma senza
mani resisto solo qualche secondo.
I restauratori sono velocissimi, dopo un’ora la facciata
è quasi terminata. Il confine tra l’ocra del
fango secco e il grigio di quello nuovo, ancora bagnato, segnala
quanto resta da fare. Ma già le prime scale vengono
spostate da una caotica sarabanda di ragazzi che corrono,
gridano e spesso sono in disaccordo su quale direzione prendere.
Saliamo sul tetto della moschea. La scala interna è
ormai un informe scivolo di fango. Anche quassù fervono
i lavori. Il pavimento della terrazza viene lisciato con il
banko come fosse cera. Il grido dei portatori di
scala si fa più vicino. Ed eccoli spuntare da una delle
porte che conducono al cortile rettangolare. Con rinnovato
entusiasmo i volontari danno l’assalto anche a queste
facciate interne. La stanchezza però inizia a farsi
sentire e un paio di ragazzi incitano i restauratori battendo
forte i tamburi. Un anziano cacciatore non fa mancare il suo
sostegno e a intervalli regolari spara assordanti colpi in
aria con il suo vecchio fucile.
Grazie all’incitamento, i ragazzi arrivano presto fino
alle merlature del tetto. Quando levano le scale, restano
due macchie marroni nell’uniformità grigia del
muro rinnovato. In due, un piede ciascuno, tengono un ragazzo
che si cala a testa in giù dal tetto e chiude in fretta
i buchi rimasti.
Donne, ragazze e bambine hanno portato l’acqua anche
quassù e ora si affrettano a ridiscendere, incalzate
da un vecchio marabùt ansioso di rimandarle
ai pozzi. La scala è stretta, ma il marabùt
pretende di infilarcele tutte in una volta, con spinte e vergate.
La ressa è grande. Voglio scendere anch’io, ma
non oso affrontare il vecchio cèrbero. Una bambina
capisce il mio timore e mi dà la mano. La tengo forte
e mi butto nel buio fitto della scala. Gomiti, spalle, teste:
il groviglio di donne sbanda, si schiaccia contro il muro,
scivola sul fango dei gradini, cade, si rialza. Quattro bimbe
piccole e spaventate mi scelgono come àncora e si aggrappano
tutte alla mia schiena. Ma la pressione del gruppo è
troppo forte e cadiamo tutte insieme. In qualche modo arrivo
alla fine, infangata e stravolta. Le ragazze mi salutano allegre
e siccome la faccia mi è rimasta pulita, la truccano
con ditate melmose.
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