| |
All’alba, il Niger è uno
specchio argentato e i pescatori sono figurine nere già
indaffarate. Smontiamo le tende e riprendiamo la navigazione.
Gli aironi si sollevano in volo quasi pigramente, dispiegando
lentamente le ali. Le rondini invece sfrecciano a pelo d’acqua.
Piccoli uccelli si muovono in una nuvola compatta, cambiando
repentinamente direzione tutti insieme. I falchi giocano con
le correnti d’aria, le penne remiganti bene aperte. I
martin pescatore bianchi e neri decollano in verticale come
gli aerei da caccia di ultima generazione. Restano un lungo
momento sospesi a mezz’aria guardandosi attorno, poi si
tuffano in picchiata. Le sterne seguono disordinatamente le
barche, rubando il pesce dalle reti.
Ci fermiamo in un villaggio bozo che si è guadagnato
un prestigioso nome arabo: Medina
(“la Città”). In realtà è
un piccolo gruppo di case quadrate con belle terrazze e grondaie
di terracotta infilate direttamente nei muri. Al centro svetta
una moschea molto ben conservata. Qui vive un vecchio centenario
che ha fama di sant’uomo. Seku Bancu molti anni fa partì
dal suo villaggio e arrivò fino alla Mecca, compiendo
il pellegrinaggio che ogni buon musulmano dovrebbe fare almeno
una volta nella vita, ma che qui pochi possono permettersi.
Una volta tornato al villaggio, Seku Bancu ha scelto di vivere
da eremita, anche se la sua grotta è una fresca casa
di fango proprio dietro la moschea. Vengono da tutte le parti
per incontrarlo, persino dalla capitale Bamako. È però
difficile vederlo e soltanto i taliban, gli studenti
del Corano, sono ammessi alla sua presenza. Perciò,
dopo ore di attesa, la gente in fila quasi sempre riceve una
benedizione per interposta persona. Anche noi avanziamo una
timida richiesta di poter essere ricevuti. Dopo un po’
la risposta arriva, sempre per interposta persona: niente
da fare. Riattraversiamo il villaggio per scendere al fiume,
attorniati da bimbi che gridano «babu, babu!»,
«bianco, bianco!». I più piccini, in braccio
alle loro mamme, sono nudi e portano solo una cintura di pelle
sottile attorno ai fianchi. Le bambine, anche le più
piccole, portano orecchini d’oro e collane in perle
di vetro. Proprio con perline René Caillé ricompensò
le persone che gli permisero infine di raggiungere Timbuctù.
I più coraggiosi toccano ammirati i miei anelli e io
tocco altrettanto ammirata i loro monili. Tutti esigono una
foto e si mettono in posa. Quando mostro loro l’immagine
nel display della macchina fotografica digitale è un
boato: sorpresi, si indicano a vicenda con il dito e ridono.
Dopo qualche ora di navigazione, il Niger si restringe. Diventa
quasi un canale, con le rive alte come mura. Ma subito dopo,
ecco aprirsi un lago vastissimo, pieno di isole. Il Debo,
nella stagione delle piogge, è grande come un mare,
non se ne vede la fine. È affollato di barche che utilizzano
diversi metodi di pesca, dalla lenza alla rete a strascico.
Ci affianca una piroga e compriamo una capitaine,
una carpa bella grossa. Viene subito pulita e tagliata in
tranci allineati sul tetto della barca, all’aria, in
attesa di essere cucinata con salsa piccante e cuscus.
Le isole, piatte e lunghe, sono verdissime d’erba e
costellate di mandrie al pascolo. A volte i pastori peul vi
costruiscono accampamenti temporanei per accudire il bestiame.
Un palo di legno fissato a terra con cavi metallici sostiene
una traballante antenna per la tv. I banchi di sabbia sono
frequenti. Il nostro capitano se ne sta sempre a prua, seduto
su un bidone, indicando in silenzio con gesti precisi il percorso.
Dall’acqua, all’improvviso, spunta una massa scura
e tondeggiante, inaspettata. Un ippopotamo! Anzi due. Sono
in mezzo al lago, probabilmente su un banco di sabbia. Soffiano
l’aria dalle narici e agitano le piccole orecchie.
A volte passano convogli di tre piroghe legate assieme, quasi
colorate città galleggianti. Una barca a vela trasporta
un asino immobile e apparentemente tranquillo. Solo il movimento
delle orecchie tradisce il suo nervosismo. Una piroga trasporta
invece un signore a cavalcioni della sua motocicletta. Lui
sì che è pacifico, seppure in bilico.
Al tramonto il Niger è liscio e violaceo. Il sole si
stiracchia e va a dormire dietro l’orizzonte ondulato
dalle prime dune di sabbia. Salgo sul tetto della barca per
godermi lo spettacolo. L’enorme pesce gatto che sarà
la nostra cena mi guarda inespressivo.
Navighiamo anche con il buio. Siamo in ritardo sulla tabella
di marcia e dobbiamo arrivare questa sera a Niafounké.
Il capitano illumina la rotta con la torcia. Quando arriviamo
al porto, sulla spiaggia ci sono solo dei cani. Andiamo a
bere una birra al centro culturale intitolato ad Alì
Farka Touré, il grande bluesman maliano che da qualche
anno vive qui. Lui non c’è, ma al bar un ragazzo
suona la chitarra imitandone il ritmo ipnotico. Un amico batte
il tempo tamburellando con l’accendino sul tavolo, poi
fa tintinnare l’anello sul bicchiere, come se avesse
a disposizione un’intera batteria.
|
|