Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.
 

IN COLLABORAZIONE CON








































 
 
 
Niafounké, 21 febbraio 2005
 
  L'argento del Niger
Gli abitanti di Medina, il villaggio dell'eremita centenario
 
   
  In piroga sul Niger
 
  All’alba, il Niger è uno specchio argentato e i pescatori sono figurine nere già indaffarate. Smontiamo le tende e riprendiamo la navigazione. Gli aironi si sollevano in volo quasi pigramente, dispiegando lentamente le ali. Le rondini invece sfrecciano a pelo d’acqua. Piccoli uccelli si muovono in una nuvola compatta, cambiando repentinamente direzione tutti insieme. I falchi giocano con le correnti d’aria, le penne remiganti bene aperte. I martin pescatore bianchi e neri decollano in verticale come gli aerei da caccia di ultima generazione. Restano un lungo momento sospesi a mezz’aria guardandosi attorno, poi si tuffano in picchiata. Le sterne seguono disordinatamente le barche, rubando il pesce dalle reti.

Ci fermiamo in un villaggio bozo che si è guadagnato un prestigioso nome arabo: Medina (“la Città”). In realtà è un piccolo gruppo di case quadrate con belle terrazze e grondaie di terracotta infilate direttamente nei muri. Al centro svetta una moschea molto ben conservata. Qui vive un vecchio centenario che ha fama di sant’uomo. Seku Bancu molti anni fa partì dal suo villaggio e arrivò fino alla Mecca, compiendo il pellegrinaggio che ogni buon musulmano dovrebbe fare almeno una volta nella vita, ma che qui pochi possono permettersi. Una volta tornato al villaggio, Seku Bancu ha scelto di vivere da eremita, anche se la sua grotta è una fresca casa di fango proprio dietro la moschea. Vengono da tutte le parti per incontrarlo, persino dalla capitale Bamako. È però difficile vederlo e soltanto i taliban, gli studenti del Corano, sono ammessi alla sua presenza. Perciò, dopo ore di attesa, la gente in fila quasi sempre riceve una benedizione per interposta persona. Anche noi avanziamo una timida richiesta di poter essere ricevuti. Dopo un po’ la risposta arriva, sempre per interposta persona: niente da fare. Riattraversiamo il villaggio per scendere al fiume, attorniati da bimbi che gridano «babu, babu!», «bianco, bianco!». I più piccini, in braccio alle loro mamme, sono nudi e portano solo una cintura di pelle sottile attorno ai fianchi. Le bambine, anche le più piccole, portano orecchini d’oro e collane in perle di vetro. Proprio con perline René Caillé ricompensò le persone che gli permisero infine di raggiungere Timbuctù. I più coraggiosi toccano ammirati i miei anelli e io tocco altrettanto ammirata i loro monili. Tutti esigono una foto e si mettono in posa. Quando mostro loro l’immagine nel display della macchina fotografica digitale è un boato: sorpresi, si indicano a vicenda con il dito e ridono.

Dopo qualche ora di navigazione, il Niger si restringe. Diventa quasi un canale, con le rive alte come mura. Ma subito dopo, ecco aprirsi un lago vastissimo, pieno di isole. Il Debo, nella stagione delle piogge, è grande come un mare, non se ne vede la fine. È affollato di barche che utilizzano diversi metodi di pesca, dalla lenza alla rete a strascico. Ci affianca una piroga e compriamo una capitaine, una carpa bella grossa. Viene subito pulita e tagliata in tranci allineati sul tetto della barca, all’aria, in attesa di essere cucinata con salsa piccante e cuscus.
Le isole, piatte e lunghe, sono verdissime d’erba e costellate di mandrie al pascolo. A volte i pastori peul vi costruiscono accampamenti temporanei per accudire il bestiame. Un palo di legno fissato a terra con cavi metallici sostiene una traballante antenna per la tv. I banchi di sabbia sono frequenti. Il nostro capitano se ne sta sempre a prua, seduto su un bidone, indicando in silenzio con gesti precisi il percorso. Dall’acqua, all’improvviso, spunta una massa scura e tondeggiante, inaspettata. Un ippopotamo! Anzi due. Sono in mezzo al lago, probabilmente su un banco di sabbia. Soffiano l’aria dalle narici e agitano le piccole orecchie.
A volte passano convogli di tre piroghe legate assieme, quasi colorate città galleggianti. Una barca a vela trasporta un asino immobile e apparentemente tranquillo. Solo il movimento delle orecchie tradisce il suo nervosismo. Una piroga trasporta invece un signore a cavalcioni della sua motocicletta. Lui sì che è pacifico, seppure in bilico.
Al tramonto il Niger è liscio e violaceo. Il sole si stiracchia e va a dormire dietro l’orizzonte ondulato dalle prime dune di sabbia. Salgo sul tetto della barca per godermi lo spettacolo. L’enorme pesce gatto che sarà la nostra cena mi guarda inespressivo.

Navighiamo anche con il buio. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia e dobbiamo arrivare questa sera a Niafounké. Il capitano illumina la rotta con la torcia. Quando arriviamo al porto, sulla spiaggia ci sono solo dei cani. Andiamo a bere una birra al centro culturale intitolato ad Alì Farka Touré, il grande bluesman maliano che da qualche anno vive qui. Lui non c’è, ma al bar un ragazzo suona la chitarra imitandone il ritmo ipnotico. Un amico batte il tempo tamburellando con l’accendino sul tavolo, poi fa tintinnare l’anello sul bicchiere, come se avesse a disposizione un’intera batteria.

 
  LE TAPPE