Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.
 

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Mopti, 20 febbraio 2005
 
  Sul fiume Niger come Caillè...
Con piroghe a motore attraverso i villaggi dei pescatori
 
   
  Il porto di Mopti
 
  Il porto di Mopti è un frastuono di colori, odori, rumori. Tutte le razze si mescolano qui, le merci si sbarcano o si imbarcano. L’antico nome della città, Sagan, in lingua bozo significa “incontro”. In questo punto si uniscono i fiumi Bani e Dhioliba, il Niger. Lungo l’insenatura si allineano centinaia di piroghe. Le più piccole, fusi snelli dalla prua elegantemente allungata, trasportano al massimo 4 o 5 persone. Il barcaiolo spinge il suo lungo palo di legno, come un gondoliere. Le barche più grandi somigliano a quella che Renzo e Lucia usarono per attraversare il lago di Como e inseguire il loro sogno di promessi sposi. Hanno una copertura ad archi ribassati che sorreggono un telo o una tettoia di paglia per ripararsi dal sole. Sono lunghe anche 12 metri e la prua è decorata con variopinti motivi geometrici. Saliamo su una di queste “lucie” africane e iniziamo a risalire il fiume verso Timbutcù.
Per René Caillé il viaggio in piroga fu lungo ed estenuante. Senza motore, le imbarcazioni che utilizzò procedevano a 2 miglia all’ora e affondavano spesso per il carico eccessivo. Il sole impietoso gli procurò attacchi febbrili e l’esploratore lamenta nel suo diario di avere avuto pochissimo spazio a disposizione, neppure sufficiente per allungare le gambe. Noi invece abbiamo una barca che potrebbe trasportare tranquillamente 30 persone tutta per noi e soprattutto abbiamo il motore. L’equipaggio è formato da 3 persone: il motorista sta a poppa, il capitano viaggia a prua per guidare la navigazione tra i banchi di sabbia, molto frequenti in questa stagione secca. Il mozzo è un ragazzino di 10 anni, che lava le stoviglie e svuota periodicamente la sentina. L’ultima parte della poppa è chiusa da pareti di compensato. È la toilette, un’asse con un buco al centro, sospesa sull’acqua. Per arrivarci si cammina sul bordo della barca, cercando di non cadere.
Scivolare lungo il fiume è dolcissimo e rasserenante. I villaggi dei pescatori bozo appaiono sulle rive argillose e spoglie del Niger, ci accompagnano e poi scompaiono. Ecco una palma che si staglia alta su questo piatto orizzonte arido. Ecco una moschea di fango irta di pinnacoli, come fossero le guglie del duomo di Milano. Ecco una mandria di buoi dalle lunghe corna ritorte che scende a bere. Qui i pescatori sono in acqua fino alla vita e tirano a riva le reti a strascico. Laggiù invece i bambini piazzano le nasse vicino alla riva. Sorpassiamo una piroga affollata di famiglie, affianchiamo una barca con la vela spiegata, bellissima: è quadrata, come quella degli antichi Romani, ma è fatta di sacchi cuciti assieme.

All’imbrunire approdiamo in un tratto deserto e piantiamo le tende. Chiusa lì dentro ascolto il vasto repertorio di suoni notturni: un tintinnio, fruscii, cigolii, un raglio lontano, un crepitio troppo vicino. È il vento, che anima il mio sonno. A mezzanotte il vento diventa molesto, scuote la tenda con violenza, sibila forte. Alle 2 il vento è cattivo, schiaccia la tenda sulla mia faccia, minaccia di strapparla. Senza picchetti, soltanto il mio corpo la trattiene a terra. Il rumore è assordante. Rinuncio a dormire e mi appassiono alle indagini di Hercule Poirot, leggendo alla luce di una torcia. Ma la pila si scarica proprio alle ultime pagine, quando il giallo viene risolto e il mistero svelato… Accidenti!

 
  LE TAPPE