Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un
fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep
e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore
del passato, René Caillé, che per primo raggiunse
la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo
le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme
dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato
in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia
e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive,
il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi
viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare,
macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori
hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento
del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario
dall’Africa più lontana e nascosta.
Sul fiume Niger
come Caillè... Con piroghe a motore attraverso
i villaggi dei pescatori
Il porto di Mopti
Il porto di Mopti
è un frastuono di colori, odori, rumori. Tutte le razze
si mescolano qui, le merci si sbarcano o si imbarcano. L’antico
nome della città, Sagan, in lingua bozo significa “incontro”.
In questo punto si uniscono i fiumi Bani e Dhioliba, il Niger.
Lungo l’insenatura si allineano centinaia di piroghe.
Le più piccole, fusi snelli dalla prua elegantemente
allungata, trasportano al massimo 4 o 5 persone. Il barcaiolo
spinge il suo lungo palo di legno, come un gondoliere. Le barche
più grandi somigliano a quella che Renzo e Lucia usarono
per attraversare il lago di Como e inseguire il loro sogno di
promessi sposi. Hanno una copertura ad archi ribassati che sorreggono
un telo o una tettoia di paglia per ripararsi dal sole. Sono
lunghe anche 12 metri e la prua è decorata con variopinti
motivi geometrici. Saliamo su una di queste “lucie”
africane e iniziamo a risalire il fiume verso Timbutcù.
Per René Caillé il viaggio in piroga fu lungo
ed estenuante. Senza motore, le imbarcazioni che utilizzò
procedevano a 2 miglia all’ora e affondavano spesso per
il carico eccessivo. Il sole impietoso gli procurò attacchi
febbrili e l’esploratore lamenta nel suo diario di avere
avuto pochissimo spazio a disposizione, neppure sufficiente
per allungare le gambe. Noi invece abbiamo una barca che potrebbe
trasportare tranquillamente 30 persone tutta per noi e soprattutto
abbiamo il motore. L’equipaggio è formato da 3
persone: il motorista sta a poppa, il capitano viaggia a prua
per guidare la navigazione tra i banchi di sabbia, molto frequenti
in questa stagione secca. Il mozzo è un ragazzino di
10 anni, che lava le stoviglie e svuota periodicamente la sentina.
L’ultima parte della poppa è chiusa da pareti di
compensato. È la toilette, un’asse con un buco
al centro, sospesa sull’acqua. Per arrivarci si cammina
sul bordo della barca, cercando di non cadere.
Scivolare lungo il fiume è dolcissimo e rasserenante.
I villaggi dei pescatori bozo appaiono sulle rive argillose
e spoglie del Niger, ci accompagnano e poi scompaiono. Ecco
una palma che si staglia alta su questo piatto orizzonte arido.
Ecco una moschea di fango irta di pinnacoli, come fossero le
guglie del duomo di Milano. Ecco una mandria di buoi dalle lunghe
corna ritorte che scende a bere. Qui i pescatori sono in acqua
fino alla vita e tirano a riva le reti a strascico. Laggiù
invece i bambini piazzano le nasse vicino alla riva. Sorpassiamo
una piroga affollata di famiglie, affianchiamo una barca con
la vela spiegata, bellissima: è quadrata, come quella
degli antichi Romani, ma è fatta di sacchi cuciti assieme.
All’imbrunire approdiamo in un tratto deserto e piantiamo
le tende. Chiusa lì dentro ascolto il vasto repertorio
di suoni notturni: un tintinnio, fruscii, cigolii, un raglio
lontano, un crepitio troppo vicino. È il vento, che
anima il mio sonno. A mezzanotte il vento diventa molesto,
scuote la tenda con violenza, sibila forte. Alle 2 il vento
è cattivo, schiaccia la tenda sulla mia faccia, minaccia
di strapparla. Senza picchetti, soltanto il mio corpo la trattiene
a terra. Il rumore è assordante. Rinuncio a dormire
e mi appassiono alle indagini di Hercule Poirot, leggendo
alla luce di una torcia. Ma la pila si scarica proprio alle
ultime pagine, quando il giallo viene risolto e il mistero
svelato… Accidenti!