Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un
fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep
e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore
del passato, René Caillé, che per primo raggiunse
la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo
le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme
dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato
in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia
e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive,
il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi
viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare,
macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori
hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento
del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario
dall’Africa più lontana e nascosta.
I cercatori d'oro Le prime pepite trovate...in una
zucca
Un ultimo scatto prima di lasciare
la Guinea
Lo sento scavare, raschiare, tossire.
È là sotto, ma non riesco a vederlo. Il pozzo
è troppo profondo (6 metri) e la luce non riesce ad arrivare
fino al minatore. Attorno alla buca due suoi compagni attendono
che abbia finito di riempire il secchio. Poi tirano la fune
e rovesciano la terra rossa e umida su un mucchio lì
accanto. Il secchio viene calato di nuovo e il lavoro ricomincia.
Siamo nella regione di Bourè,
il mitico Paese dell’oro che oggi è al confine
tra Guinea e Mali.
René Caillé racconta che proprio da qui arrivava
gran parte dell’oro che i mercanti portavano a Djenné
e a Timbuctù. Una società ha recentemente ottenuto
una concessione dal governo della Guinea per sfruttare uno dei
giacimenti e ha aperto una grande miniera a cielo aperto. Ma
nei villaggi lì attorno la gente cerca l’oro esattamente
come al tempo di Caillé. Qui, vicino a un ruscello, lo
sciamano del villaggio ha indicato il posto giusto e i mandinghi
hanno scavato una trentina di buche disposte su tre file: i
pozzi non sono più larghi di 80 centimetri e un uomo
ci passa a malapena. I minatori si danno il cambio frequentemente
e risalgono dai cunicoli bagnati di acqua e sudore, ricoperti
di terra rossa. Le donne lavano la terra più volte nelle
loro calebasse (zucche svuotate ed essiccate, usate come recipienti),
eliminando le impurità. All’improvviso una di loro
grida. Tutti corrono e si affollano attorno alla sua calebassa.
Fatico a trovare un varco nella siepe di teste eccitate che
fissano il fondo della zucca, dove luccicano due pepite del
diametro di un paio di millimetri. La gioia è grande:
è il primo ritrovamento nella miniera. Lo sciamano, ancora
una volta, non ha sbagliato.
Il nostro viaggio ora deve separarsi dal percorso seguito
dal solitario esploratore francese alla ricerca di Timbuctù.
René Caillé da qui si era diretto a Timiè,
dove era rimasto due mesi, tormentato dalla febbre e dallo
scorbuto. Ora Timiè
è in Costa d’Avorio e quel Paese non è
sicuro, dopo i recenti disordini e gli scontri con le truppe
francesi. Così decidiamo di passare direttamente dalla
Guinea in Mali. A Kouremaliè,
alla frontiera, ci aspetta il fuoristrada che ci porterà
verso la nostra destinazione finale, la mitica Timbuctù.
Le formalità si svolgono sotto una fresca tettoia di
paglia. Con nostra sorpresa nessuno dei poliziotti guineani
ci chiede mance extra. In Mali, la dogana è una piccola
costruzione di fango e paglia. Alle pareti, due cartelli spronano
i doganieri: “La grandezza di un uomo si misura dalla
sua capacità di assumersi delle responsabilità”
recita il primo. E il secondo puntualizza: “Uno è
nominato responsabile affinché prenda le decisioni
più difficili. Se la decisione fosse semplice, non
avremmo bisogno di un responsabile”.
La sera arriviamo a Bamako,
la polverosa capitale del Mali adagiata sulle rive del Niger.
L’hotel più lussuoso offre la possibilità
di connettersi a Internet. Finalmente possiamo tentare di
inviarvi qualche foto.