Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.
 
I PROTAGONISTI

IN COLLABORAZIONE CON



















 
 
 
Kankan, 17 febbraio 2005
 
  Ancora problemi
Un viaggio...senza freni
 
   
  Al mercato di Kankan
 
  Lasciamo Dabola di buon mattino. Kankan, la nostra meta, è a poche ore di distanza. Ci concediamo una piccola deviazione per vedere le cascate del fiume Tinkisso. René Cailleé racconta che in questo punto il Tinkisso, “dopo aver attraversato le montagne, precipita con una cascata e serpeggiando straripa nella pianura rendedola fertile”. Il salto c’è ancora, vertiginoso, ma l’acqua è trattenuta da una diga che forma un piccolo lago artificiale. Dopo pochi chilometri ci fermiamo per fotografare un grazioso villaggio di capanne ombreggiato da imponenti alberi di nedè e baobab. Un signore anziano ci chiede di accompagnare sua moglie alla stazione, al villaggio successivo. La donna sale, l’auto parte. Ma dopo neppure un chilometro siamo fermi, in panne. Questa volta la puzza di bruciato segnala che il guasto è serio. Le ganasce dei freni sono bloccate. Mamadou smonta la ruota e infila con un bastoncino del cotone nel tubo che porta l’olio ai freni. Poi prova ad allentare le ganasce, ma non ha neppure le chiavi adatte. Dopo un’ora, la signora a cui abbiamo dato un passaggio viene raggiunta dalle amiche e decide di proseguire con loro, a piedi. Ci lascia con un sorriso di comprensione velato da una punta di sarcasmo. Dopo 3 ore, rimontata la ruota, ripartiamo arrancando senza toccare i freni. Arriviamo al primo villaggio e chiediamo aiuto a un meccanico che, all’ombra di un albero, sta smontando un paio di motociclette. Il suo intervento è efficace, la jeep può ripartire, anche se è meglio non frenare troppo spesso…

Arriviamo a Kankan nel pomeriggio, ancora in tempo per tuffarci nello straordinario mercato che aveva attirato anche Caillé. L’esploratore francese si era stupito di trovare qui, nel cuore dell’Africa, allora considerata selvaggia, anche merci europee: fucili, polvere da sparo, pietra focaia, tela di cotone blu e bianca. “I mercanti” racconta Caillé “tenevano nascosti in astucci di cuoio i sacchetti con l’oro per pagare le merci più preziose”. Noi l’oro non l’abbiamo visto, a passare di mano in mano sono banconote consunte e annerite dal sudore. Ma l’inventario delle merci in vendita comprende tantissime cose che anche Caillé aveva elencato. Ci sono le noci di cola, violacee e amarissime, il banc, bucce essicate di un frutto arancione buone per curare i dolori di stomaco, l’olio di arachidi e quello di palma, la manioca in pezzi grattugiata, le forme di burro di karitè, il sapone in palle rotonde o quello marrone scuro, infilato in siluri tanto simili alle feci da attirare le mosche a frotte. E poi carretti ricolmi di igname, i grossi tuberi contorti. E vassoi pieni di frutto di gombo, tagliati a pezzi e essicati, simili a stelle. E ancora, piramidi di caffè, frutti di anacardi, riso e fagioli. Certo, sono passati quasi due secoli da quando Caillé passeggiava tra queste bancarelle. Ma la modernità sembra limitarsi a qualche venditore di magliette delle squadre di calcio europee. A un ragazzo che gira con una pila di berretti da baseball sulla testa. A una decina di banchetti che vendono lacche e cotton-fioc. E, naturalmente, ai dadi da brodo Maggi, onnipresenti in Africa, accanto a latte di pelati marca Gino e a due confezioni di spaghetti “La Pesaro”.
 
  LE TAPPE