Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.

 
I PROTAGONISTI

IN COLLABORAZIONE CON


 
 
 
Dabola, 16 febbraio 2005
 
  Lungo le carovane dei mandinghi
Al mercato di Kourou, dal pronipote del ciabattino di Caillé
 
   
  L'imam davanti alla Casa della parola, a Fougoumba
 
  Non c’è niente da fare. Non riusciamo a inviarvi le nostre foto. Qui la corrente elettrica arriva negli alberghi soltanto alle 7 di sera. Arriva come per magia, accendendo tenui lampade che illuminano non più delle candele. Poi, come la marea quando si ritira, gradatamente la luce ci abbandona. Tutta la notte è così, gli oggetti nella stanza appaiono, risplendono, si annebbiano e vengono inghiottiti dall’oscurità. Ovviamente questa corrente altalenante non ci consente di ricaricare le batterie del nostro telefono satellitare. La presa dell’accendisigari sulla jeep è rotta. Così, tutta la nostra tecnologia si riduce alle note su un taccuino dettate nei rari momenti in cui il telefono riesce a metterci in comunicazione con il resto del mondo.

A Fougoumba si ricordano ancora di René Caillé. Ci mostrano la capanna dove ha dormito, assicurano: proprio quella. Gli anziani e i notabili del villaggio ci accolgono nella Casa della parola. È una capanna circolare molto grande, diversa da tutte le altre. Il tetto è costruito con anelli concentrici di paglia legata stretta. Qui si riunivano i capi Peul dell’intero altopiano del Fouta Djalon. Qui discutevano anche per mesi e infine prendevano le decisioni più importanti per la comunità. Qui, ad esempio, è stata decisa la jihad, la guerra santa per islamizzare l’intera regione. Ora è un luogo di preghiera. Salim Alfa, il vecchio imam, racconta che Caillé si fermò in un villaggio a 2 km da qui, Diguì. L’esploratore, che viaggiava a piedi assieme a una carovana di mandinghi fingendosi musulmano, aveva rotto un sandalo. «Fu il ciabattino di Diguì a ripararglielo» dice l’imam. Sgrano gli occhi: questo episodio è raccontato tale e quale nel diario di Caillé. Il voluminoso Giornale di viaggio a Timbuctù e Djenné qui non l’hanno mai potuto leggere… La storia del sandalo deve essere stata tramandata da una generazione all’altra. «Il pronipote fa ancora il ciabattino» spiega l’imam. «Lo trovate al mercato di Kourou». Corriamo là, ci tuffiamo nel mercato tra donne avvolte in vesti sgargianti e bimbi curiosi. Ed eccolo, seduto in terra, sotto una tettoia di rami che è la sua bottega. Infila con cura un lungo ago in una ciabattina di plastica infradito e fa scorrere lo spago fino in fondo (nella foto qui sopra).

Ora siamo a Dabola. Siamo scesi dalle montagne del Fouta Djalon, che si innalzano anche oltre 1.000 metri, giù nella piana attraversata dai fiumi Bafing e Tinkisso. L’aria qui è più umida e molto più affollata di zanzare e altri insetti. E il caldo non risparmia neppure le notti.

 
  LE TAPPE