Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un
fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep
e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore
del passato, René Caillé, che per primo raggiunse
la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo
le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme
dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato
in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia
e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive,
il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi
viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare,
macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori
hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento
del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario
dall’Africa più lontana e nascosta.
L'ultima carovana Il lento viaggio che precede il
ritorno a Milano
Cammellieri in partenza da Timbuctù,
alla volta di Taoudenni
Il cammello grida come un ossesso mentre
una bava densa gli riempie la bocca spalancata. Ma il cammelliere
lo tiene ben fermo, il lungo collo schiacciato a terra. Altri
due uomini completano il carico: quattro sacchi di miglio legati
stretti alla sella. Quando hanno finito, l’animale finalmente
libero si rialza e si acquieta. Altre tre gobbe sono in attesa
al limitare della città di Timbuctù.
L’ultimo cammello chiude la fila, la sua cavezza viene
legata alla coda dell’animale che lo precede. Tutto è
pronto ora, e la carovana parte silenziosa. Sfila tra le ultime
case della città dove ora abitano i Tuareg più
ricchi. Hanno abbandonato il nomadismo ma spesso montano ancora
la loro tenda, in cortile. I cammelli, anzi i dromedari, perché
hanno una gobba sola, attraversano ora la tendopoli dei Bella,
un tempo schiavi dei Tuareg. Le loro tende stanziali sono zuccotti
ricoperti di stuoie di palma intrecciate e costituiscono ormai
un intero quartiere di Timbuctù. L’ultimo. Lo spiazzo
sabbioso in periferia si riempie di spazzatura e, la sera, di
partite di calcio. La carovana oltrepassa i giocatori senza
distrarsi e va dritta verso il sole che muore dietro l’orizzonte
piatto del deserto. La seguiamo fino alle prime piccole dune.
I tre cammellieri camminano davanti, i dromedari li seguono
senza recalcitrare. Le zampe larghe, senza zoccoli, lasciano
soltanto una lieve impronta sulla sabbia quando si sollevano
con un fruscio per fare un altro passo. Sembrano muoversi al
rallentatore, eppure starci dietro non è facile. Il ritmo
è incredibilmente sostenuto. Mi fermo un attimo a scattare
una fotografia e la carovana è già lontana. Devo
correre per raggiungerla.
Anche
René Caillé dovette correre quando, il 4 maggio
del 1828, lasciò Timbuctù. Si era attardato
a salutare il suo ospite e a ringraziarlo dei doni per il
viaggio. E la carovana era partita senza di lui. La raggiunse
sfinito e cadde svenuto. Lo issarono sul cammello che aveva
acquistato per la traversata del Sahara. Quella fu l’unica
volta che poté viaggiare in sella. Il resto del tragitto,
da Timbuctù fino al Marocco, dovette farlo a piedi.
I Tuareg lo trattarono come uno schiavo, umiliandolo, affamandolo
e concedendogli soltanto pochi sorsi d’acqua durante
le soste. Ma il francese testardo resistette e riuscì
infine a tornare in Francia, dove fu nominato membro della
Société de géographie e dove pubblicò
il diario della sua straordinaria esperienza.
Noi non potremo seguire l’ultima parte della sua avventura.
Le carovane non attraversano più il Sahara per quella
rotta, da quando la ribellione del Fronte Polisario ha reso
impraticabile la zona dei Saharawi. I cammelli carichi di
miglio che abbiamo seguito per un tratto si fermeranno a Taoudenni.
Là il deserto custodisce un tesoro: il sale. Oggi può
sembrare un bene di normale consumo ma per secoli è
stato pagato, letteralmente, a peso d’oro. Anche nel
XXI secolo il sale a Taoudenni è alla base di un fervido
commercio e sostiene l’economia dell’intera regione
di Timbuctù. Le lastre rettangolari di salgemma, lunghe
circa un metro, sono legate con strisce di pelle di mucca
e portate a dorso di cammello fino alle sponde del fiume Niger.
Lì proseguono il loro viaggio in piroga, verso sud.
Verso i mercati di tutto il Paese e dell’intera Africa
occidentale. Le lastre sono poi segate in pani più
piccoli, spezzettate in grossi cristalli o ridotte in polvere
che, attentamente pesata e raccolta in sacchettini, finisce
poi nelle sporte delle donne. Ancora oggi il sale qui è
usato con parsimonia per insaporire le pietanze.
Non potendo dunque seguire Caillé fino al Marocco,
seguiamo invece la rotta del sale. Ridiscendiamo lungo il
fiume Niger fino a Bamako. Il volo della
Royal Air Maroc per Casablanca parte alle 3 e 25 del mattino.
Mal il check-in in Africa è un’operazione complessa.
Straordinariamente lunga e ricca di sorprese, in genere spiacevoli.
Ci presentiamo quindi in aeroporto con tre ore di anticipo.
Il check-in non è ancora aperto e, dal momento che
il nostro è l’unico volo in partenza nella notte,
anche le porte di accesso all’aerostazione sono sbarrate.
La fila però è già lunghissima, riempie
il piazzale fino a ingombrare la strada con carrelli e valigie.
Dopo mezz’ora il serpentone inizia a infilarsi lentamente
nella sala degli imbarchi. È decisamente il posto più
umido e caldo che abbiamo trovato finora e le zanzare sembrano
viverci benissimo. Bruno inganna l’attesa cercando di
ripulire le macchine fotografiche dal fango: impossibile uscire
puliti dal crépissage della moschea di Djenné…
Io invece metto via lo shesh e tiro fuori dallo zaino
il berretto di lana. A casa, mi dicono, troveremo la neve.
Alle tre meno un quarto, puntualissimi, ci fanno passare attraverso
il controllo a raggi X e ci conducono al cancello d’imbarco.
È una sala piuttosto piccola chiusa da vetrate proprio
di fronte alla pista. Deserta. Il nostro aereo arriva soltanto
alle 5 del mattino. Per fortuna, a Milano Malpensa la neve
ha provocato ritardi e a Casablanca riusciamo a prendere al
volo la coincidenza. Mi addormento guardando dal finestrino
la campagna marocchina: come in una coperta, gli scacchi verdi
e bruni sono cuciti assieme dai canali e dai filari. Mi sveglio
mentre sorvoliamo la Lomellina: qui i rettangoli dei campi
sono bianchi di neve e delimitati dalle linee scure dei fossati.
L’Africa è ancora più lontana.