Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.

 

IN COLLABORAZIONE CON























































 
 
 
Milano, 28 febbraio 2005
 
  L'ultima carovana
Il lento viaggio che precede il ritorno a Milano
 
   
  Cammellieri in partenza da Timbuctù, alla volta di Taoudenni
 
  Il cammello grida come un ossesso mentre una bava densa gli riempie la bocca spalancata. Ma il cammelliere lo tiene ben fermo, il lungo collo schiacciato a terra. Altri due uomini completano il carico: quattro sacchi di miglio legati stretti alla sella. Quando hanno finito, l’animale finalmente libero si rialza e si acquieta. Altre tre gobbe sono in attesa al limitare della città di Timbuctù. L’ultimo cammello chiude la fila, la sua cavezza viene legata alla coda dell’animale che lo precede. Tutto è pronto ora, e la carovana parte silenziosa. Sfila tra le ultime case della città dove ora abitano i Tuareg più ricchi. Hanno abbandonato il nomadismo ma spesso montano ancora la loro tenda, in cortile. I cammelli, anzi i dromedari, perché hanno una gobba sola, attraversano ora la tendopoli dei Bella, un tempo schiavi dei Tuareg. Le loro tende stanziali sono zuccotti ricoperti di stuoie di palma intrecciate e costituiscono ormai un intero quartiere di Timbuctù. L’ultimo. Lo spiazzo sabbioso in periferia si riempie di spazzatura e, la sera, di partite di calcio. La carovana oltrepassa i giocatori senza distrarsi e va dritta verso il sole che muore dietro l’orizzonte piatto del deserto. La seguiamo fino alle prime piccole dune. I tre cammellieri camminano davanti, i dromedari li seguono senza recalcitrare. Le zampe larghe, senza zoccoli, lasciano soltanto una lieve impronta sulla sabbia quando si sollevano con un fruscio per fare un altro passo. Sembrano muoversi al rallentatore, eppure starci dietro non è facile. Il ritmo è incredibilmente sostenuto. Mi fermo un attimo a scattare una fotografia e la carovana è già lontana. Devo correre per raggiungerla.

Anche René Caillé dovette correre quando, il 4 maggio del 1828, lasciò Timbuctù. Si era attardato a salutare il suo ospite e a ringraziarlo dei doni per il viaggio. E la carovana era partita senza di lui. La raggiunse sfinito e cadde svenuto. Lo issarono sul cammello che aveva acquistato per la traversata del Sahara. Quella fu l’unica volta che poté viaggiare in sella. Il resto del tragitto, da Timbuctù fino al Marocco, dovette farlo a piedi. I Tuareg lo trattarono come uno schiavo, umiliandolo, affamandolo e concedendogli soltanto pochi sorsi d’acqua durante le soste. Ma il francese testardo resistette e riuscì
infine a tornare in Francia, dove fu nominato membro della Société de géographie e dove pubblicò il diario della sua straordinaria esperienza.

Noi non potremo seguire l’ultima parte della sua avventura. Le carovane non attraversano più il Sahara per quella rotta, da quando la ribellione del Fronte Polisario ha reso impraticabile la zona dei Saharawi. I cammelli carichi di miglio che abbiamo seguito per un tratto si fermeranno a Taoudenni. Là il deserto custodisce un tesoro: il sale. Oggi può sembrare un bene di normale consumo ma per secoli è stato pagato, letteralmente, a peso d’oro. Anche nel XXI secolo il sale a Taoudenni è alla base di un fervido commercio e sostiene l’economia dell’intera regione di Timbuctù. Le lastre rettangolari di salgemma, lunghe circa un metro, sono legate con strisce di pelle di mucca e portate a dorso di cammello fino alle sponde del fiume Niger. Lì proseguono il loro viaggio in piroga, verso sud. Verso i mercati di tutto il Paese e dell’intera Africa occidentale. Le lastre sono poi segate in pani più piccoli, spezzettate in grossi cristalli o ridotte in polvere che, attentamente pesata e raccolta in sacchettini, finisce poi nelle sporte delle donne. Ancora oggi il sale qui è usato con parsimonia per insaporire le pietanze.

Non potendo dunque seguire Caillé fino al Marocco, seguiamo invece la rotta del sale. Ridiscendiamo lungo il fiume Niger fino a Bamako. Il volo della Royal Air Maroc per Casablanca parte alle 3 e 25 del mattino. Mal il check-in in Africa è un’operazione complessa. Straordinariamente lunga e ricca di sorprese, in genere spiacevoli. Ci presentiamo quindi in aeroporto con tre ore di anticipo. Il check-in non è ancora aperto e, dal momento che il nostro è l’unico volo in partenza nella notte, anche le porte di accesso all’aerostazione sono sbarrate. La fila però è già lunghissima, riempie il piazzale fino a ingombrare la strada con carrelli e valigie. Dopo mezz’ora il serpentone inizia a infilarsi lentamente nella sala degli imbarchi. È decisamente il posto più umido e caldo che abbiamo trovato finora e le zanzare sembrano viverci benissimo. Bruno inganna l’attesa cercando di ripulire le macchine fotografiche dal fango: impossibile uscire puliti dal crépissage della moschea di Djenné… Io invece metto via lo shesh e tiro fuori dallo zaino il berretto di lana. A casa, mi dicono, troveremo la neve. Alle tre meno un quarto, puntualissimi, ci fanno passare attraverso il controllo a raggi X e ci conducono al cancello d’imbarco. È una sala piuttosto piccola chiusa da vetrate proprio di fronte alla pista. Deserta. Il nostro aereo arriva soltanto alle 5 del mattino. Per fortuna, a Milano Malpensa la neve ha provocato ritardi e a Casablanca riusciamo a prendere al volo la coincidenza. Mi addormento guardando dal finestrino la campagna marocchina: come in una coperta, gli scacchi verdi e bruni sono cuciti assieme dai canali e dai filari. Mi sveglio mentre sorvoliamo la Lomellina: qui i rettangoli dei campi sono bianchi di neve e delimitati dalle linee scure dei fossati. L’Africa è ancora più lontana.

 
  LE TAPPE  
  Milano, 28 febbraio 2005

Timbuctù, 26 febbraio 2005

Djenné, 24 febbraio 2005

Niafounké, 21 febbraio 2005

Mopti, 20 febbraio 2005


Ségou, 19 febbraio 2005

Bamako, 18 febbraio 2005

Kankan, 17 febbraio 2005

Dabola, 16 febbraio 2005

Dalaba, 15 febbraio 2005

Mamou, 14 febbraio