Sulle orme dei grandi esploratori

René Caillé e il fascino di Timbuctù

Dal 13 al 28 febbraio, un giornalista e un fotografo di Focus Storia hanno ripercorso a bordo di una jeep e per mezzo di piroghe l’itinerario di un famoso esploratore del passato, René Caillé, che per primo raggiunse la mitica città sperduta ai confini del Sahara, lungo le antiche piste percorse dai mercanti di sale e dai Tuareg.
Si è trattato del primo di quattro viaggi sulle orme dei grandi esploratori alla scoperta di cosa è cambiato in questi luoghi remoti, come si sono evolute l’economia e la società, le tradizioni e le usanze ancora vive, il paesaggio e le città.
Focus.it ha seguito (e seguirà) in diretta questi avventurosi viaggi ai confini del mondo. Armati di telefono satellitare, macchina fotografica digitale e computer, i nostri esploratori hanno infatti inviato (e invieranno) brevi aggiornamenti sull’andamento del viaggio.
In queste pagine potete leggere il loro diario dall’Africa più lontana e nascosta.

 
I PROTAGONISTI

IN COLLABORAZIONE CON






 
 
 
Mamou, 14 febbraio 2005
 
  Auto in panne
Parte l'avventura e iniziano i primi problemi
 
   
  Si tenta di riparare l'auto a Mamou.  
 
Alle 6 del mattino l’aereo della Royal Air Maroc inizia la discesa. Della Guinea non si distingue ancora nulla. Tutto è immerso in una nebbia fitta, perlacea e lattiginosa come il liquido delle noci di cocco. Soltanto qualche albero di jacaranda rivela che l’aereo non ha sbagliato rotta. Non siamo tornati nella pianura padana. Stiamo davvero atterrando a Conakry.

L’harmattan da tre mesi solleva incessante la polvere che ora vela le cime dei monti, laggiù. A Conakry è l’ora di punta. Un serpentone di auto ammaccate ma con il clacson perfettamente funzionante si snoda per tutta la lunghezza di questa lingua di terra sottratta all’oceano. Dopo essere stati ricevuti da due funzionari del ministero del Turismo, ci dirigiamo finalmente verso l’interno, verso l’altopiano del Fouta Djalon, che René Caillé attraversò a piedi. Le colline si susseguono verdi e dolci, la terra rossa come quella dei nostri campi da tennis. In alcuni punti l’orizzonte ondulato e regolare è interrotto da drammatiche falesie di roccia nera con una peluria di cespugli e banani sulla cima. I villaggi occupano radure in mezzo ai boschi: ci sono le capanne di terra impastata, con un alto tetto a cono in paglia, accanto a moderne case di mattoni e cemento senza acqua né elettricità.

È da un po’ che l’auto raschia e sputa, la sua tosse metallica sembra peggiorare a ogni chilometro. A Mamou ci fermiano e chiediamo aiuto a un meccanico. In tre smontano il mozzo della ruota anteriore destra. Osservano con serietà ogni pezzo. Lo soppesano con cura, lo mostrano ai curiosi. Poi, fiduciosi, rimettono tutto a posto e annunciano di aver aggiustato il guasto. Fiduciosi anche noi, montiamo in macchina, ma 200 metri dopo il raschio metallico è così forte che ci arrendiamo. Si dorme a Mamou.
 
  LE TAPPE