Noblesse oblige
Uno Stato rovinato dagli sprechi e dagli abusi della classe politica. L’Italia? No, la Francia dei nobili.
C’era una volta, nel cuore d’Europa, un Paese che, di fronte a una grave crisi economica, si ritrovò sull’orlo del baratro per via di una classe dirigente miope, trincerata nel proprio mondo dorato fatto di nepotismi, vitalizi e allegri festini. A pagare il prezzo della crisi furono le fasce più basse della popolazione (su cui già gravava la pressione fiscale) mentre i gradini più alti della scala sociale continuarono a far finta di niente fino a che non vennero scalzati a forza. Di quale Paese si tratta? Somiglia all’Italia di oggi, ma stiamo parlando della Francia tra Sei e Settecento. La lunga epoca dell’ancien régime, che si concluse con una rivoluzione che nel 1789 tagliò le gambe, e a volte la testa, alla “casta” dell’epoca. Il termine non è scelto a caso. Lo storico Alexis de Tocqueville nell’800 scrisse che, lungi dal costituire una vera “aristocrazia” (in greco “il governo dei migliori”) “la nobiltà francese [...] formava una casta”. Il cui segno distintivo era l’imbarazzante quantità di privilegi di cui godeva.
Vergini del focolare
Le sacerdotesse sacre alla dea Vesta godettero nell’antica Roma di favori e privilegi. Con l’obbligo
di castità, pena la morte.
Tra le prime ci fu Rea Silvia, tra le ultime Celia Concordia: in mezzo, un mondo a parte, durato oltre mille anni, di sacerdotesse consacrate alla dea latina del focolare domestico, Vesta. Le vestali erano le uniche donne di Roma antica a costituire un ordine religioso. «Selettivo, regolato da rigide norme, con obblighi e privilegi statali per i suoi membri, molti studiosi lo considerano una casta, perché, al pari di altri sacerdozi romani, come quello dei flàmini e dei salii, le vestali conducevano una vita separata dal resto della società» precisa Diana Guarisco, storica delle religioni all’Università di Bologna.
I signori della spada
Origini, privilegi e doveri della casta guerriera più longeva della Storia, che dominò il Giappone: i samurai.
Vagabondo solitario, spada in affitto, uomo senza padroni. È l’immagine del samurai giapponese nel più classico dei cliché cinematografici. Peccato che questo sia il ritratto del suo contrario, il ronin, “l’uomo-onda” condannato dalla sconfitta del suo signore a una vita da emarginato dalla propria classe: insomma, un paria. Niente a che vedere con il vero samurai, figura storica paragonabile ai nostri cavalieri medioevali, esponente di una potentissima casta guerriera feudale. Aristocratici di fatto prima e di diritto poi, in una terra segnata dal più lungo Medioevo della Storia, i guerrieri del Sol Levante appartenevano a una classe sociale chiusa, con tanti onori ed enormi privilegi, ma anche vincolata da pesanti oneri.
Potenti abati
A Cluny, nel Medioevo, i monaci vivevano
tra favori, tutele e molti eccessi.
L’abito, a volte, fa il monaco. E alla veste vanno aggiunti anche i privilegi: così andava nel Medioevo. Altro che esenzione dall’Ici: all’epoca i monasteri avevano anche enormi poteri politici ed economici. Caso emblematico è quello dell’abbazia francese di Cluny (in Borgogna), una specie di enorme Stato nello Stato, proprietario di ricchezze e terreni immensi, oltre che di leggi e regole proprie.
Le vere caste
C’è un
Paese dove la rigida divisione gerarchica della società ha una tradizione millenaria: l’India. E nemmeno Gandhi riuscì a scardinarla
“Quando smembrarono Puruxa, in quante parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi? La sua bocca diventò il bramino (sacerdote, ndr), le sue braccia si trasformarono nel kshatriya (guerriero), le sue cosce nel vaishya (contadino); dai piedi nacque lo shudra (servo)”. Puruxa, il cui frazionamento è raccontato nella raccolta di inni sacri indiani Rig-Veda, è il dio primordiale che avrebbe dato origine all’universo immolandosi come vittima sacrificale. Un universo, dunque, nato già separato in caste, secondo quella che è la più autorevole e antica menzione (risale probabilmente al II millennio a. C.) dell’origine della divisione della società indiana.
I corporati
Dalle arti e mestieri medioevali agli ordini professionali, passando per le corporazioni fasciste: analogie (e differenze) con le lobby di oggi
Farmacisti, notai, medici, giornalisti e avvocati… Ci sono anche i professionisti, oggi, tra le “caste” sotto accusa. Colpevoli di mantenere privilegi anacronistici nonostante la grave crisi che sta attraversando l’Italia. Lo farebbero attraverso i loro “ordini”, le istituzioni riconosciute dalla legge con cui si autogovernano. Un’eredità medioevale – dicono i detrattori – che ostacola il libero mercato impedendo una sana competizione. Una struttura necessaria per tutelare i cittadini dagli incompetenti e dai truffatori – ribattono i sostenitori – garantendo un servizio forse costoso ma di sicura qualità, visto che per essere ammessi bisogna seguire e superare un iter lungo e difficile. Dove sta la verità?
L’eredità della Grande guerra
La guerra di trincea sul fronte occidentale del primo conflitto
mondiale nei residuati bellici: maschere antigas, granate, mazze. E protesi per i mutilati
Gli ultimi imperatori
Da Romolo Augustolo all’ultimo sovrano del Celeste Impero, sono spesso considerati incapaci. Ma non fu sempre solo colpa loro.
U no spettro si aggira per la Storia. È lo spettro dell’ultimo imperatore. No, non intendiamo Pu Yi, il sovrano bambino che sedette per ultimo sul trono cinese, reso celebre dal film L’ultimo imperatore girato nel 1987 da Bernardo Bertolucci. O meglio, non solo lui. Anche se a Pu Yi – formalmente in carica fino al 1945 – spetta il titolo di “ultimo degli ultimi”. C’è infatti un solo imperatore ancora ufficialmente sul trono: il giapponese Akihito. Ma quello del Giappone è un impero per modo di dire: non include altri popoli oltre a quello nipponico e il suo sovrano non ha un potere assoluto e divino dal 1946 (v. Focus Storia n° 43, pag. 80). Tutti i grandi imperi che nella storia dell’umanità prima o poi sono crollati o si sono sgretolati hanno dunque avuto un loro regnante senza futuro. Che cosa accomuna e che cosa divide questi “grandi ultimi”?
Magri come un chiodo
Penitenza, mal d’amore, ascetismo, vanità, malattia, possessione
demoniaca:
i mille volti
dell’anoressia
Un filo rosso lega sant’Antonio, santa Caterina da Siena, la principessa Sissi e la modella degli Anni ’60 Twiggy: il volto affilato, le ginocchia ossute, una sconfinata magrezza. Una condizione umana condivisa da corpi anonimi, che ha attraversato epoche lontanissime tra loro mostrando facce ogni volta diverse. Del resto il cibo è sempre stato fonte di contraddizioni: è indispensabile alla vita ma, contemporaneamente, induce al peccato (non fu forse l’irresistibile morso a una mela a far cacciare dall’Eden Adamo ed Eva?). Lo stesso vale per il suo contrario: il rifiuto ostinato del cibo è stato, di volta in volta, scala verso la santità, segno di possessione demoniaca, atto di ribellione, fenomeno da baraccone, scelta edonistica, sintomo di malattia. E persino struggente prova d’amore, come nel caso della aegritudo amoris, il digiuno amoroso celebrato nella poesia greca e latina, da Saffo a Ovidio, ma che colpì persino, nella mitologia, il bel Narciso, talmente innamorato della propria immagine da languire senza più mangiare né bere.
Carnevali d’altri tempi
Le foto delle feste che tramandano riti pagani con radici antiche.
Sepolture maledette
Cresce il numero dei ritrovamenti di corpi sepolti trafitti da chiodi o con pietre ficcate in bocca. Riti per scongiuranre il ritorno tra i vivi?
Una donna con cinque chiodi in bocca, sepolta non lontano da un’altra attorniata nel suo sepolcro da 17 dadi. È un rebus su cui gli archeologi vogliono vedere chiaro la recente scoperta avvenuta a Piombino (Li) di due misteriose sepolture risalenti al XIV secolo. I motivi delle stravaganti inumazioni non sono ancora chiari. Ma è certo che non si tratta di casi isolati. Che cosa nascondevano questi riti funebri?
Tradizioni sostenibili
Giardini pensili, pagode antisismiche, materiali a km zero... L’architettura antica da riscoprire
Colonne e piramidi egizie, architravi e timpani greci, archi e soffitti a volta etruschi e romani... L’abc degli architetti ha più di 2 mila anni. E le tecniche dei costruttori antichi – tramandate dal latino Vitruvio (I secolo a. C.) – sono alla base di uno stile che ciclicamente torna di moda: il classicismo. È questa la principale eredità degli architetti del passato. Ma è un’eredità che riguarda templi, edifici pubblici e palazzi. Nel passato, tuttavia, si sono elaborate anche tecniche “minori” spesso legate all’edilizia tradizionale. Tecniche che potrebbero aiutare a costruire in modo più sostenibile (cioè con più efficienza e con un minore impatto sull’ambiente) le nostre case e le nostre città.
Nietzsche che disse?
Anticipò molti aspetti della nostra società, protagonismo televisivo incluso. Ma chi fu Friedrich Nietzsche, il filosofo più visionario e frainteso della modernità?
“Io non sono un uomo, sono dinamite”. Era il 1888 e Friedrich Nietzsche (che si pronuncia “nice”) si definiva così nel suo libro Ecce homo. E non a torto: il suo pensiero fu effettivamente esplosivo. Un anno dopo la pubblicazione della sua opera nasceva Hitler, che del filosofo fu grande estimatore e che manipolando alcune delle sue idee costruì l’ideologia del Terzo Reich. Ma non solo: anche scrittori e musicisti senza alcuna simpatia per il nazismo furono affascinati dai libri del filosofo tedesco. Prova ne è che molte sue considerazioni sono ancora attuali. Forse ancor più che a fine ’800, quando Nietzsche si presentò come un autentico outsider, visionario e profetico.