La rinascita dell’uomo
Nel ’400 in Italia si verificò un fenomeno ancora oggi in parte inspiegabile: un’esplosione di genialità.
Provate a pensare a uno scienziato, architetto, pittore, poeta, inventore e matematico del primo Rinascimento italiano. Leonardo da Vinci? No, Leon Battista Alberti. E ora pensate a un architetto, pittore, scultore della medesima epoca. Michelangelo? No, Francesco di Giorgio Martini. I due esempi – scelti fra quelli delle tante menti poliedriche vissute più di mezzo millennio fa – ben dimostrano come il genio leonardesco, per molti versi insuperabile, sia in realtà solo la punta dell’iceberg di un’epoca segnata dalla singolare fioritura di “multiformi ingegni” d’ogni ordine e grado.
A. D. 1500
Quanti erano, come vivevano, che cosa mangiavano gli italiani
al tempo di Leonardo.
Nella Penisola, verso il 1500, gli italiani erano quasi 10 milioni. Questi i residenti nelle principali città intorno al 1450: Venezia 90 mila, Milano 90 mila, Genova 50 mila, Firenze 40 mila, Roma 35 mila.
La durata media della vita a Firenze intorno al 1475 era di 43 anni. Le ragazze si sposavano in media a 18 anni (ma a 14 erano già in età da marito), i ragazzi a 30. Solo i più ricchi avevano più figli (a Firenze, in media, 6) perché la necessità della dote da mettere a disposizione poteva mandare in rovina una famiglia. L’omosessualità, benché perseguitata, era di moda nell’alta società.
Affamato di sapere
Leonardo fu pronto a sfruttare ogni occasione pur di continuare a sperimentare: fu geniale anche per questo.
Varcando la soglia del Castello di Amboise (Francia), portando con sé la Gioconda e gli inseparabili appunti, Leonardo trepidava di gioia. Era il 1517 e alla veneranda età di 65 anni aveva finalmente trovato il mecenate che cercava: il re di Francia Francesco I di Valois lo aveva nominato “premier peintre, architecte, et mecanicien du Roi”, cioè “primo pittore, architetto e ingegnere reale”. Il che significava uno stipendio annuo di un paio di migliaia di scudi, oltre a vitto e alloggio. Era il degno coronamento di una vita di viaggi e di lavori disparati, al servizio degli uomini più potenti. Lavori il cui unico scopo era finanziare i propri studi in tutti i possibili campi del sapere.
Ali, ingranaggi e cannoni
Le macchine di Leonardo ricostruite in 3D.
Anghiari: caccia al tesoro
Doveva essere il suo capolavoro. Ma la Battaglia di Anghiari
andò perduta. O forse no?
“Per la eccellenzia [...] di questo divinissimo artefice [...] essendosi fatta di nuovo la gran sala del consiglio [...] fu [...] ordinato che a Lionardo fussi dato a dipingere”. È così che l’artista e biografo Giorgio Vasari, nel trattato Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568), rievocò la commessa che Leonardo ricevette da Firenze: decorare la Sala del Maggior consiglio di Palazzo Vecchio, nota come Sala dei Cinquecento. Quella che sarebbe dovuta essere una delle più importanti opere del genio toscano non la vedrà però quasi nessuno, e su di essa fioriranno così tante leggende da farne uno dei misteri più discussi della Storia dell’arte: un giallo in piena regola che coinvolge lo stesso Vasari e la cui soluzione appare sempre più vicina e nel contempo difficile. Di cosa si tratta? Della Battaglia di Anghiari, pittura murale la cui sorte fu di rimanere dapprima incompleta e poi di svanire del tutto... O forse no?
Codici nascosti
Molti sono i misteri, veri o presunti, intorno alle opere di Leonardo. Quasi tutti con una spiegazione.
Anche se non proprio un eretico è possibile che Leonardo, non certo un fervente cattolico, sia entrato in contatto con idee all’epoca sospette, come quelle dei neoplatonici e degli gnostici. Questi ultimi, per esempio, credevano in Sophia (la Sapienza), che Leonardo potrebbe avere voluto rappresentare con la Leda (un quadro perduto di cui però esistono copie). Lo stesso soggetto, in chiave neoplatonica, sarebbe immagine del binomio concordia-discordia, simboleggiato dalle coppie dei gemelli dei miti greci (nel particolare): Castore e Polluce (concordia) ed Elena e Clitennestra (discordia).
Un altro Leonardo?
Francesco di Giorgio Martini, il senese che ispirò il genio di Vinci.
Incontrò Leonardo in una sola occasione, eppure riuscì a influenzarlo. Lui era Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) e fu uno dei protagonisti del Rinascimento italiano. Un tipo modesto, che di sé scrisse: “Confidandosi in la mia esigua intelligenzia forse più che quella non meritava”. In quel gran turbinio di idee che fu il Quattrocento, questo artista-ingegnere nato a Siena si mosse con sicurezza. «Era consapevole di agire in un mondo non più animato da forze oscure, ma che funzionava secondo le regole del calcolo e dell’esperienza» spiega Giuseppe De Luca, storico dell’Università di Milano. «Il suo era un approccio inedito, benché comune ad altri del suo tempo, basato sul concetto che si potesse scoprire il mondo attraverso i numeri». Ma chi era Francesco e in che modo la sua storia si intrecciò con quella del genio di Vinci?
Tutti geni!
Intorno a Leonardo
la concorrenza non
mancava: eclettismo
e creatività erano la
regola per gli altri
grandi del tempo.
Da fra’ Pacioli al Taccola, da Brunelleschi a Toscanelli, alcuni “cervelloni” che fecero grande l’Italia fra ’400 e ’500. Ciascuno con un curriculum multiforme, oggi impensabile.
Un fiume di idee
Sull’Adda, in Lombardia, Leonardo sperimentò soluzioni rivoluzionarie in campo idraulico ed energetico. Che ammiriamo ancora oggi.
Teorema n° 1: se Leonardo fosse vissuto abbastanza per essere eletto sindaco di Milano, oggi migliaia di pendolari lombardi non pagherebbero l’ecopass per entrare con l’auto in città, perché andrebbero a lavorare in barca. Teorema n° 2: se lo stesso Leonardo fosse nato in America invece che a Vinci, il Canale di Panama sarebbe stato creato con quattro secoli d’anticipo. Teorema n° 3: se il nostro dirigesse l’Enel o l’Eni, le bollette di noi tutti sarebbero meno care perché una parte del fabbisogno energetico verrebbe coperto da fonti gratuite.
Ogni teorema, si sa, va dimostrato. Per i tre che abbiamo enunciato sopra, la dimostrazione può partire da un fiume, un paese e una villa d’epoca. Il fiume è l’Adda, che dal Lago di Como cala verso il Po bagnando con le sue acque verdi i confini di sei province: Monza, Milano e Lodi a ovest; Lecco, Bergamo e Cremona a est. Il paese è Vaprio, un comune di 8 mila anime affacciato sull’Adda, 35 km a nord-est di Milano. La villa, infine, è un ameno belvedere di Vaprio, da oltre 5 secoli residenza di una nota famiglia patrizia, i Melzi d’Eril.
7 dicembre 1941: intrigo nel Pacifico
Settant’anni fa il Giappone attaccò
la base americana di Pearl Harbor.
Ma fu vera sorpresa?
Le uniche cose certe sono le bombe giapponesi e i morti statunitensi. Ma sul come e sul perché si giunse a quel mattino del 7 dicembre 1941 – quando la base navale Usa di Pearl Harbor (Hawaii) fu attaccata da forze aeree nipponiche – gli storici non concordano.
La domanda è: si trattò di un attacco a sorpresa, come scrisse la stampa a stelle e strisce, o qualcosa era trapelato e si poteva evitare una strage che costò la vita a oltre 2 mila uomini e trascinò il Paese nel secondo conflitto mondiale? Le risposte degli storici sono di tre tipi. Primo tipo: “sì, il bombardamento prese tutti alla sprovvista e fu un’infamia poiché non preceduto da una formale dichiarazione di guerra”. Secondo tipo: “ni, le intenzioni giapponesi erano note, ma il disastro fu colpa di ufficiali incompetenti”.
Gesù di Gamala?
C’è chi ipotizza che Gesù non fosse di Nazareth e che il nome di quella
città celasse una scomoda verità.
Ma la teoria regge alla prova dei fatti?
“Gesù nazareno, re dei Giudei”. Così, secondo i Vangeli, recitava l’iscrizione sulla sua croce, in sigla Inri. Ma il Nazareno era davvero di Nazareth? Secondo alcuni la provenienza di Gesù da quella cittadina rientrerebbe tra le “verità” della tradizione da rimettere in discussione e celerebbe un’altra realtà. Perché di Nazareth i testi antichi non parlano mai? Perché la sua descrizione evangelica sembra non coincidere con quella della città attuale? Non si dovrebbe invece cercare altrove la patria di Gesù? Queste le domande degli scettici. L’ipotesi alternativa esiste e si chiama Gamala, antica cittadina le cui rovine si trovano sulle alture del Golan, oggi contese fra Siria e Israele. Ma quanto regge alla prova dell’analisi storica?
Pubblica sicurezza
Dai vigiles dell’antica Roma alla Celere del Dopoguerra, come si sono evolute le forze di polizia.
“Raffrenare i cattivi, guarentire e proteggere i buoni”. Così scriveva nel 1822 il comandante generale Giovanni Battista D’Oncieu de la Bathie per spiegare quale dovesse essere il compito dei carabinieri reali, antenati degli attuali rappresentanti dell’Arma. Non erano parole banali, visto che per secoli gli addetti all’ordine pubblico avevano fatto paura al popolo quanto i cosiddetti “cattivi”. Una storia lunga (e non sempre cristallina), quella delle guardie di pubblica sicurezza, iniziata oltre 2 mila anni fa.
150 anni di Ufo
Dall’Unità d’Italia
a oggi, i sette
avvistamenti più eclatanti (e un incontro ravvicinato del 3° tipo) avvenuti nei nostri cieli. E tuttora inspiegati.
I primi “oggetti volanti non identificati” definiti come tali, cioè i primi Ufo (erano 9), furono avvistati il 24 giugno 1947 dall’aviatore statunitense Kenneth Arnold. Da lì a poco si cominciò a parlare di “dischi volanti”, civiltà extraterrestri e “incontri ravvicinati del 3° tipo” tra umani e alieni. Ma gli avvistamenti esistevano anche prima: gli annali sono pieni di prodigi, fenomeni, apparizioni. Anche in Italia.
Confinati nel ghetto
Sporcizia,
sovraffollamento e malnutrizione. Ecco come si viveva nei ghetti ebraici
ripristinati
da Hitler, come quello polacco
di Varsavia.
Oggi quando si nominano i ghetti si evocano i famigerati quartieri in cui i nazisti, durante la Seconda guerra mondiale, confinarono milioni di ebrei. L’ordine di relegarli in “zone speciali” delle città occupate arrivò nel 1939, poco dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. L’idea di costringere i membri delle comunità ebraiche in quartieri chiusi era venuta in realtà già nel 1555 a papa Paolo IV, che voleva tenerli separati dai cristiani: solo in Italia ne sorsero a decine e per tre secoli la vita al loro interno fu segnata dalle più crudeli vessazioni. L’ultimo ghetto, a Roma, fu abolito nel 1870.
Il camaleonte
Talleyrand, l’aristocratico francese che influenzò
la politica europea per mezzo secolo, in equilibrio fra rivoluzione, impero e monarchia.
La leggenda narra che quando, sul letto di morte, il principe di Talleyrand disse “soffro come un dannato”, il re di Francia Luigi Filippo gli rispose: “Di già?”. Il moribondo, pare, apprezzò la battuta. Gli ricordava forse la sua arguzia giovanile, tutta settecentesca, che gli aveva permesso di navigare attraverso mezzo secolo di storia francese. Stando sempre in sella: nei salotti più esclusivi e nelle corti di tutta Europa, negli anni della Rivoluzione come in quelli della repubblica, in quelli dell’impero napoleonico come in quelli della successiva Restaurazione.