Le bugie storiche (che tutti credono vere)

Cinture di castità, piramidi e schiavi, amazzoni nude a cavallo nelle campagne di Gran Bretagna... Sarà vero? Scoprilo in questa selezione di luoghi comuni e credenze che resistono al passare del tempo, anche quando vengono smentite!

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Le cinture di castità...Non è vero che i cavalieri medioevali, partendo per le crociate, blindassero l’illibatezza delle mogli con le cinture di castità. Lo dimostrano analisi su diverse castità attribuite all’XI-XIII secolo: la maggior parte fu infatti realizzata nell'800, molte sono in realtà apribili e riportano frasi oscene, lasciando pensare che si usassero per giochi erotici. Per saperne di più e vedere i falsi storici

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Maria Antonietta invitò il popolo a mangiare brioche La tradizione attribuisce a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, moglie di Luigi XVI, di aver replicato con queste parole sprezzanti a chi le comunicava che il popolo affamato reclamava il pane: “Se non hanno pane, che mangino brioche!”.

In realtà fu la storiografia rivoluzionaria ad attribuire queste parole all’impopolare sovrana (ghigliottinata nel 1793) prendendo spunto da una frase analoga che l’illuminista Jean-Jacques Rousseau, nelle sue Confessioni, attribuì a una non meglio precisata principessa.

Nella foto, Kirsten Duntz interpreta Maria Antonietta nell'omonimo film del 2006.

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D'annunzio si fece togliere due costole Quella secondo cui “il Vate” si fece asportare due ossa del torace per praticare l’autofellatio è una diceria diffusissima e non solo tra i banchi di scuola. Eppure è decisamente fantasiosa.

Intanto, l’idea che l’asportazione delle costole possa consentire l’autofellatio è priva di fondamento dal punto di vista medico. E poi nessuna biografia di Gabriele D’Annunzio riporta questo dettaglio.

È però facile capire perché la diceria ebbe fortuna: era molto credibile per un personaggio noto per l’intensa attività erotica e per l’esaltazione letteraria del piacere sessuale.

Nella foto, "Il Vate" a 26 anni circa.

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Le piramidi le costruirono gli schiavi È uno dei luoghi comuni sull’Antico Egitto più duri a morire: frotte di schiavi che sotto colpi di frusta spingono i pesanti blocchi delle piramidi. E invece le tombe dei faraoni furono edificate da operai salariati.

La conferma viene dagli scavi archeologici nella piana di Giza, che hanno portato alla luce le tombe dei manovali che 4.500 anni fa parteciparono alla costruzione delle piramidi di Cheope e Chefren: erano egizi e non schiavi (che in Egitto erano soltanto prigionieri di guerra stranieri).

I grandi progetti di interesse nazionale, piramidi ma anche dighe, erano affidati alla popolazione locale, tenuta a un periodo di lavoro obbligatorio in occasione delle piene del Nilo, quando i campi non erano coltivabili.

Lavorare per l’ultima dimora del faraone garantiva un ottimo vitto: le famiglie più ricche inviavano ogni giorno 21 vitelli e 23 montoni ai cantieri, in cambio di sgravi fiscali.

Poteva però capitare che vettovaglie o salari arrivassero in ritardo. Allora gli operai si “coricavano”, secondo l’espressione egizia, ovvero scioperavano. Secondo le testimonianze che ci sono pervenute accadde varie volte: una delle più importanti descrizioni è in un papiro conservato al Museo Egizio di Torino, che riporta le proteste avvenute nel 29° anno di regno di Ramses III (intorno al 1180 a. C.). Si tratta di un’epoca successiva alla costruzione delle piramidi, durante la quale, però, gli operai addetti alle tombe monumentali (per esempio nella Valle dei Re) avevano a disposizione villaggi dove vivere comodamente, con tanto di scuole.

Come nacque allora la credenza? La colpa fu degli storici greci, che non riuscivano a immaginare la costruzione di quegli edifici senza l’impiego di masse di schiavi. Ma anche della Bibbia, dove si dice che la schiavitù era diffusa in Egitto.

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Einstein andava male a scuola Diversamente da una diffusa leggenda (molto tenace perché paradossale) che lo dipinge come un pessimo studente, soprattutto in matematica, Albert Einstein (1879-1955) ebbe un rendimento scolastico sempre buono. È vero però che, in giovane età, il futuro scienziato si sentiva a disagio sui banchi per l’autoritarismo imperante nelle scuole tedesche e che i suoi atteggiamenti irritarono più di un professore.

Leggi anche le strane abitudini di Einstein (e altri 6 geni della storia)

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Buddha era grasso Buddha, anzitutto, è realmente esistito. Tutte le fonti concordano sulla storicità di Siddharta Gautama, detto “il Buddha” (in sanscrito “il Risvegliato”), nato ai confini tra il Nepal e l’India nel VI secolo a. C. da una famiglia ricca e nobile appartenente al clan Sakya (è il motivo per cui è chiamato anche Buddha Sakyamuni).

Da subito Siddharta mostrò un’attitudine contemplativa ben lontana da quella guerriera del padre e della sua stirpe, al punto che all’età di 29 anni fuggì dal palazzo dei suoi genitori per affrontare le crudezze della vita, decidendo di rinunciare ad agi e ricchezze per darsi alla vita ascetica. Durante la strenua lotta, durata sei anni, che mise in atto per raggiungere il “risveglio”, Siddharta si sottopose a terribili digiuni: non poteva quindi essere pasciuto, e infatti in molte raffigurazioni è sempre snello, flessuoso e dal portamento regale. Eppure le sue immagini “panciute” sono prevalenti nel nostro immaginario.

Il “Buddha grasso”, noto anche come “Buddha felice”, è in realtà una variante popolare cinese, ispirata a Budai, eccentrico monaco vissuto forse nel X secolo d. C., che sembra abbia condotto una vita da gaudente per poi darsi alla vita ascetica fino a raggiungere l’illuminazione, meritandosi così l’appellativo di Buddha.

Questo “Buddha” è sempre raffigurato come un uomo grasso e calvo, con una sacca sulle spalle o sotto il braccio, piena di cibo e di dolci da distribuire ai bambini. La grande pancia (che i devoti toccano in cerca di felicità) è simbolo di gioia e fortuna, ma anche di bontà. Si potrebbe dire, in un certo senso, che la differenza che passa tra il vero Buddha, cioè il mistico ed emaciato Siddharta, e il panciuto Budai è la stessa che passa tra Gesù Cristo e Babbo Natale. Eppure, grazie a questo “incrocio” cinese, in Occidente Buddha è diventato sinonimo di “paffuto”.

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Cesare morendo - il 15 marzo 44 a.C. - disse "Tu quoque, Brute, fili mi" Di sicuro non disse quelle parole. Lo scrittore latino Svetonio (70-126) riferisce che morendo Cesare disse in greco “Kai su teknòn” (“Anche tu figlio”), perché quella era la lingua dell’élite romana. Ma questa versione dei fatti è messa in dubbio dallo stesso Svetonio, secondo il quale Cesare, in quel fatidico giorno delle idi di marzo (il 15 marzo) del 44 a. C., emise solo un gemito e non disse alcuna parola.

La frase (tradotta in seguito in latino con l’aggiunta del nome di Bruto) ebbe però fortuna: oltre allo sgomento di Cesare nel vedere Marco Giunio Bruto, suo pupillo, tra i congiurati, esprime il dramma universale del tradimento

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Rasputin fu evirato Intorno alla morte, nel 1916, del monaco russo fiorirono le leggende. Ma il suo cadavere e? oggi perduto, e con lui le prove.
Il monaco russo Grigorij Efimovi? Rasputin, eminenza grigia dello zar Nicola II, fu assassinato a San Pietroburgo il 19 dicembre 1916 in una congiura di nobili. Su moventi, mandanti e circostanze dell’omicidio non si è mai fatta del tutto chiarezza.

Probabilmente Rasputin venne avvelenato durante una cena ma non morì. Allora gli spararono al petto e alla schiena e fu gettato nella Mojka, uno dei canali della capitale. Il cadavere riemerse tre giorni dopo e l’autopsia dimostrò che il monaco fu gettato in acqua ancora vivo.

La tempra eccezionale, insieme alla statura e alla fama di donnaiolo, alimentarono dicerie sulla sua prestanza sessuale. E da qui nacque la leggenda dell’evirazione, sfregio simbolico al superdotato monaco, attribuita di volta in volta agli stessi assassini o a chi partecipò all’autopsia.

Nel 2004, al Museo dell’erotismo di San Pietroburgo (nella foto), fu esposto uno smisurato “pene di Rasputin”, a detta del proprietario acquistato per 8 mila dollari in Francia, dove sarebbe giunto “al seguito” di una dama di corte della zarina. Inutile tentare riscontri autoptici o test del Dna: il cadavere di Rasputin fu dissepolto e bruciato durante la Rivoluzione russa del 1917, mentre la documentazione dell’autopsia scomparve.

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Edison inventò la lampadina Alla lampadina a incandescenza di solito si associa il nome dell’inventore americano T omas Alva Edison (1847- 1931). Ma c’è un altro “papà”, oggi dimenticato: il piemontese Alessandro Cruto (1847- 1908), nella foto.

Il 5 marzo 1880, nel laboratorio di fisica dell’Università di Torino, Cruto accese la sua prima lampadina grazie alla messa a punto di un filamento di sua invenzione e ignoto a Edison. La lampadina risultò molto più efficiente di quella realizzata appena 5 mesi prima da Edison (500 ore di durata contro le 40 del collega americano).

Nato a Piossasco, non lontano da Torino, Cruto fu avviato agli studi tecnico-industriali e fin da giovane iniziò a cimentarsi come inventore. Nel suo laboratorio mise a punto tra l’altro un sistema di graduazione per i termometri. Nel 1879 si “convertì” agli studi sull’elettricità, allora pionieristici. Quell’anno Cruto aveva assistito a Torino alla presentazione dei prototipi di Edison, che il fisico e ingegnere Galileo Ferraris aveva introdotto come una mera curiosità, dati i loro limiti funzionali. Il problema era il filamento, che diventando incandescente per il passaggio della corrente elettrica si consumava troppo in fretta.

Cruto trovò, pochi mesi dopo, la soluzione: usò all’interno del bulbo di vetro filamenti di carbonio purissimo, ottenendo non solo una maggior durata, ma anche una luce più chiara. Coprotagonisti. Altri italiani lavorarono alla lampadina (oltre a numerosi stranieri) come Ferdinando Brusotti (1839-1899), che nel 1877 aveva brevettato una “lampada elettrica a incandescenza”, e Arturo Malignani (1865- 1939), che aumentò la durata fino a 800 ore.

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I feudatari godevano dello ius primae noctis Il “diritto della prima notte” è passato alla Storia come il diritto del feudatario di trascorrere con le mogli dei suoi servi della gleba la prima notte di nozze. In realtà si trattava di una tassa (in denaro, non in natura) chiesta dal signore in cambio del suo assenso al matrimonio.

Il mito moderno relativo all’epoca medioevale si sviluppò a partire dall’Illuminismo, che ebbe una propensione a denigrare il Medioevo.

"Le droit du Seigneur" un dipinto di Vasiliy Polenov del 1874 racconta proprio questo mito costruito per screditare il medioevo.

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Leonardo è il padre della bicicletta Questa diffusa credenza deriva dal fatto che su una pagina del Codice Atlantico compare il disegno di una bicicletta con tanto di pedali e catena (nella foto). In realtà la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che il disegno non appartiene alla mano del Maestro, né a quella di un suo allievo (si disse per esempio che potesse essere opera di Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì). L’ipotesi più probabile è che sia stato aggiunto nell’800, quando la bicicletta era appena stata inventata, o dopo.

Il Codice Atlantico, in effetti, nacque nel Tardo ’500 da un assemblaggio arbitrario da parte dello scultore Pompeo Leoni, che aveva acquistato i codici originari da Francesco Melzi (allievo di Leonardo) e che li aveva riorganizzati. Altri rimaneggiamenti si ebbero nei secoli successivi.

Scopri la storia della bicicletta o guarda la sua evoluzione in 90 secondi

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I guerrieri vichinghi portavano corna sui loro elmi I Vichinghi usavano sì copricapi con le corna, ma non in battaglia: li indossavano per cerimonie e feste, e in corni di animali bevevano idromele. A usare corna sugli elmi erano invece i guerrieri celti. L’equivoco nacque nel Seicento, quando alcuni pittori cominciarono a dipingere Germani in assetto da battaglia con elmi decorati con corna animali.

L’iconografia fu ripresa dagli artisti del Romanticismo finché, negli anni Venti dell’Ottocento, il pittore svedese Gustaf Malm ström decorò anche gli elmi vichinghi con le corna.

Il successo degli elmi “cornuti” fu decretato poi dal ciclo operistico di Richard Wagner L’anello del Nibelungo (composto tra il 1848 e il 1874) in cui le valchirie, divinità guerriere della mitologia nordica, portavano corna di vacca attaccate agli elmi. Da qui attinsero libri per ragazzi, fumetti e film. Ma non quelli di questa serie Tv (una docu-fiction) sui Vichinghi prodotta da History Channel nel 2014.

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Il naso della Sfinge su rotto dai napoleonici Di certo non fu colpa loro: Napoleone invase l’Egitto nel 1798 e ci sono immagini della Sfinge senza naso del 1737. Nella foto le grandi piramidi e la Sfinge in una foto del 1890.

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La Rivoluzione francese scoppiò con la presa della Bastiglia Per gli storici la Rivoluzione francese, che considerano come una lunga sequenza di avvenimenti durata quasi 10 anni, iniziò con la convocazione degli stati generali il 5 maggio 1789. Fu allora che il terzo stato (la borghesia) si pose alla testa della rivolta contro il sistema feudale (l’ancien régime).

Quanto all’insurrezione violenta di luglio, non cominciò con l’assalto alla Bastiglia. L’assalto alla Bastiglia del 14 luglio 1789 fu solo uno dei tanti episodi di una rivolta che in Francia era già dilagante (soprattutto a causa della carestia e delle tasse).

La capitale stessa da un paio di giorni era preda delle sommosse. Dal 12 luglio si era insediato un comitato permanente rivoluzionario che si contrapponeva al governatore reale. L’attacco alla fortezza-prigione della Bastiglia, poi, ebbe all’inizio uno scopo pratico: impossessarsi delle polveri e delle armi della guarnigione. Fu condotto a partire dal mattino da circa 900 rivoltosi, mentre nella città erano già state alzate barricate.

Dopo il fallimento di una trattativa con il comandante della guarnigione di 114 uomini, Bernard- René de Launay, scoppiò una breve battaglia. Verso le 5 del pomeriggio gli assedianti entrarono dal ponte levatoio, liberando i sette detenuti. La fortezza (eretta nel 1382, ma mai strategica) era stata trasformata in prigione dal cardinale Richelieu nel Seicento. Avendo avuto tra i suoi (mai numerosi) ospiti anche personaggi come l’illuminista Voltaire, la propaganda rivoluzionaria fece di quell’assalto l’evento scatenante della rivolta e il 14 luglio divenne festa nazionale francese.

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Lady Godiva andava in giro a cavallo completamente nuda Intanto la leggenda, nata in epoca medioevale: Lady Godiva, alla metà dell’XI secolo, era la moglie di Leofric, conte di Mercia e signore di Coventry, in Gran Bretagna. L’uomo opprimeva i sudditi con tasse esorbitanti e la nobildonna tentò di convincerlo a ridurle. Alla fine Leofric accettò ma solo a patto che la consorte percorresse nuda a cavallo le strade di Coventry. Lei non si tirò indietro e lo fece coperta solo dai suoi lunghi capelli. Le tasse sparirono tranne quella sui cavalli.

Tutto (o quasi) inventato, secondo gli storici. La diceria sarebbe un’eco di riti diffusi in Gran Bretagna, come quello di fertilità che consisteva nell’accompagnare su un asino una ragazza nuda. Sarebbe vero, invece, che a Coventry, nel periodo storico di Lady Godiva, fossero tassati solo i cavalli.

Secondo un’altra versione della leggenda, Lady Godiva chiese agli uomini della cittadina di rimanere in casa nel momento fissato per la cavalcata. Si dice che Peeping Tom (nome che è entrato nell’uso comune come sinonimo di guardone), l’unico cittadino che guardò fuori dalla finestra, divenne cieco e morì.

Cosa succede al cervello quando vediamo una persona nuda?

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Guglielmo Tell colpì la mela Intorno alla figura del celebre eroe svizzero, si sono cimentati per secoli gli storici, ma la conclusione è che si tratti di una leggenda. Non esistono infatti prove sulla sua storicità. Secondo la leggenda, Guglielmo Tell, un contadino del cantone di Uri, reo di non aver salutato un'insegna degli austriaci invasori, è costretto a colpire una mela posta sul capo del figlio: Tell, il miglior tiratore della valle, non fallisce, ma viene arrestato quando rivela che, nel caso avesse fallito, avrebbe ucciso il governatore. Tell però fugge e uccide il governatore in un'imboscata.
La leggenda non è altro che la variante svizzera di un racconto popolare noto come “tiro della mela”, diffuso anche tra danesi, norvegesi, islandesi e inglesi. Il mito, però, servì agli elvetici per difendere la propria indipendenza dagli Asburgo, che contestavano la legittimità della prima Confederazione Svizzera del 1° agosto 1291.

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Gli eroi delle Termopili erano 300 Secondo la tradizione, tra il 19 e il 21 agosto del 480 a. C. al passo delle Termopili (Grecia Orientale) 300 Spartani fermarono (o, a onor del vero, rallentarono solamente) l’avanzata dei Persiani invasori.

In realtà i soldati greci inviati alle Termopili furono fra 5 e 7 mila. È vero che, stando alle fonti del tempo, gli uomini del re spartano Leonida (la cui guardia contava 304 uomini oltre al sovrano e ai comandanti) rimasero isolati dal resto delle truppe alleate. Ma, sempre secondo le fonti antiche, con loro c’erano anche 700 guerrieri della città di Tespie e 400 di Tebe (già conquistata dai Persiani).

Nell'immagine, Leonida alle Termopili visto dal pittore Jacques-Louis David nel 1814.

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A Little Bighorn i soldati di Custer morirono tutti L’epica sconfitta del 25 giugno 1876 subita dal 7° Cavalleggeri del tenente colonnello George Custer spazzò via l’intero reggimento. Così narra il mito della battaglia svoltasi nei pressi del fiume Little Bighorn (Montana) contro una coalizione indiana agli ordini di Cavallo Pazzo e Toro Seduto (nella foto in un ritratto del 1881). La verità è che non tutti morirono in quella battaglia.

Del gruppo di Custer sopravvisse il trombettiere-portaordini di origini italiane John Martini, che aveva lasciato la colonna del colonnello, e gli squadroni agli ordini di Marcus Reno e Frederick Benteen in gran parte la scamparono. Il reggimento contava 31 ufficiali, 586 soldati, 33 scout indiani e 20 civili: morirono 268 uomini

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Newton scoprì la forza di gravità quando una mela gli cadde in testa La leggenda narra che il fisico inglese Isaac Newton (1643-1727) cominciò a lavorare alla sua legge di gravitazione dopo che una mela gli cadde in testa.

Gli scienziati hanno sempre sospettato che si trattasse di un aneddoto, ma la conferma viene dalla biografia scritta dall’amico e collega William Stukeley.

Secondo Stukeley, Newton avrebbe riferito di avere osservato una mela staccarsi da un albero (ma senza finire sulla testa di nessuno) e di averci riflettuto su. Ma il racconto fu fatto molti anni dopo, probabilmente solo a scopo esemplificativo. A tramandare poi l’episodio fu, nel 1734, Voltaire nelle Lettere filosofiche.

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Houdini morì durante un suo numero La morte del celebre illusionista Harry Houdini, nel 1926, non fu dovuta ai pericoli a cui si sottoponeva durante i suoi numeri. Fu invece colpa di uno studente appassionato di arti marziali che lo sfidò a una prova di forza, colpendolo con un pugno al ventre senza dargli però il tempo di preparare i muscoli addominali.

Il giorno dopo Houdini accusò forti dolori. Ma andò lo stesso in scena. Pochi giorni dopo a Detroit (Usa) al calare del sipario stramazzò al suolo con la febbre a 40. La diagnosi fu peritonite: il colpo all’addome aveva forse contribuito a perforare un’appendice già infiammata.

Operato d’urgenza, Houdini morì il 31 ottobre 1926, a 56 anni.

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Dopo l'abiura Galileo aggiunse sottovoce"Eppur si muove" Nel 1633 Galileo fu condannato dal tribunale dell’Inquisizione perché sosteneva che la Terra ruotasse attorno al Sole (e non il contrario). In procinto di recarsi a Roma per il processo, lo scienziato scrisse una lunga lettera all’amico Elia Diodati definendo il libro in cui spiegava le sue teorie (il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo) “esecrando e più pernitioso per Santa Chiesa che le scritture di Lutero e Calvino”. Era quindi del tutto consapevole della gravità della situazione e del pericolo a cui lo esponevano le sue scoperte.

La Storia ci racconta che Galileo non fu condannato a morte perché accettò di abiurare, cioè di disconoscere le sue intuizioni scientifiche e di ristabilire la verità voluta dalla Chiesa. Risulta però difficile credere che – come vuole la tradizione – in un clima di tale ostilità (che pochi anni prima aveva condotto al rogo il filosofo Giordano Bruno) Galileo si azzardasse a soggiungere, seppur sottovoce, la frase “Eppur si muove”, riferendosi alla Terra.

E infatti non andò così: questa ricostruzione fu inventata nel 1757 dal giornalista Giuseppe Baretto, che scrisse un’antologia in difesa dello scienziato. Fu lui a dipingere Galileo più audace e temerario di quanto non fosse stato in realtà.

A proposito di errori storici legati all'astronomia: Copernico è stato il primo autore della teoria eliocentrica?

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Le Repubbliche marinare erano 4 L’equivoco ebbe origine nella storiografia dell'800 che, in pieno fervore risorgimentale, esaltò le 4 città, in effetti molto potenti. Per gli storici di oggi furono repubbliche marinare anche altri comuni dediti al commercio marittimo, rette da governi repubblicani o da oligarchie, che possedessero una propria valuta, leggi marittime, una flotta commerciale e diplomatici. Caratteristiche possedute da: Ancona, Gaeta, Trani, Noli, Sorrento, Capua...

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Gli antichi re di Roma furono 7 In realtà ce ne fu un ottavo e non è Francesco Totti. Si chiamava Tito Tazio, nato a Cures (oggi Fara in Sabina, 37 km a sud di Rieti). Regnò per cinque anni (forse fino al 745 a. C.) e probabilmente in co-reggenza con il primo dei sette (Romolo). Eppure fu un personaggio tutt’altro che secondario: si tramanda che fu lui a urbanizzare il Colle per eccellenza, cioè il Quirinale, già residenza dei papi e oggi del presidente della Repubblica.

Perché quindi nessuno lo ricorda? Quasi certamente non compare nelle liste tradizionali perché ricevette la corona solo in seguito al cosiddetto “ratto delle Sabine”. Per questo avrebbe soltanto affiancato il fondatore dell’Urbe.

Anche il ratto delle Sabine è un "falso" storico. Al tempo della fondazione di Roma (VIII secolo a. C.) Romani e Sabini vivevano fianco a fianco: i primi sul colle del Palatino, i secondi su quelli del Campidoglio e del Quirinale. Originari di Alba Longa (Lazio), i Romani erano arrivati lì senza mogli e per assicurarsi una discendenza rapirono le donne dei Sabini (attirati con l’inganno di una grande festa). Questo almeno dice la leggenda di quello che tutti chiamano “ratto delle Sabine”. Leggenda, appunto.

Che Romani e Sabini si siano mischiati è vero, come prova l’origine sabina di alcune parole latine come bos (bue), scrofa, popina (osteria). Che abbiano fatto ricorso a un rapimento invece no. I due popoli si fusero pacificamente tanto che il co-reggente di Romolo fu, per cinque anni, il sabino Tito Tazio.

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Tutte le crociate furono contro i musulmani Niente affatto. Ce ne furono persino contro altri cristiani. La più nota travolse gli albigesi (da Albi, cittadina della Francia del Sud), giudicati eretici dalla Chiesa e detti “càtari” (dal greco katharói, “puri”) per la loro vita ascetica e povera, scelta in polemica con le alte gerarchie. Anche per questo nel 1208 papa Innocenzo III indisse una crociata offrendo a chi vi partecipava le stesse indulgenze concesse a chi combatteva in Terrasanta.

Vi furono poi la crociata “del Nord” contro i pagani baltici (sempre voluta da Innocenzo III) e quella contro gli eretici hussiti in Boemia (1420).

Nella foto il teschio e la corona del re di Svezia Erik Jedvardsson, detto anche Erik il Santo. Secondo alcuni storici organizzò una crociata per evangelizzare la Finlandia nel 1150, sebbene non ci siano tracce storiche della spedizione militare

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I cani sanbernardo portavano barilotti con il brandy Che i sanbernardo soccorrano le vittime delle valanghe con un goccetto d’alcol è un’invenzione dell’800: l’immagine del cane col barilotto di brandy al collo è nata infatti dalla fantasia del pittore naturalista inglese Edwin Landseer.

Nel 1831 Landseer dipinse il quadro Mastini delle Alpi che rianimano un viaggiatore in difficoltà. Nella tela uno dei due cani di San Bernardo (dal nome dell’allevamento sul passo svizzero del San Bernardo) porta al collo un barilotto da brandy.

Quell’iconografia fece il giro del mondo. In realtà questi animali, in origine noti con il nome di mastini delle Alpi o cani di Barry e impiegati come animali da trasporto, non hanno mai portato con sé alcol (che comunque non va mai dato in questi casi).

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Nel Medioevo si bruciavano le streghe I dati raccolti dagli storici parlano chiaro: la caccia alle streghe, ovvero la persecuzione di donne sospettate di compiere sortilegi e di intrattenere rapporti con il diavolo, iniziò solo alla fine del Medioevo, intorno al 1430, e raggiunse il suo culmine nel ’500-’600, in pieno Rinascimento, durante i conflitti di religione fra cattolici e protestanti.

Fu allora che vennero processate per stregoneria circa 3 milioni di persone (l’80% donne), di cui circa 40 mila furono condannate a morte. Durante i “secoli bui”, invece, l’Inquisizione fu implacabile soprattutto contro gli eretici, che spesso finivano al rogo se non abiuravano, senza mostrare particolare interesse per le accuse di stregoneria. E alcuni papi medioevali cercarono persino di difendere le donne accusate di provocare tempeste e malattie.

Dal Tardo Quattrocento le cosiddette “streghe”, ovvero donne a cui venivano attribuite capacità soprannaturali, finirono nel mirino. Dal momento che questi poteri spettavano solo a Dio, chi sapeva metterli in atto – sosteneva la Chiesa – non poteva che averli appresi dal diavolo. L’accusa di alleanza con Satana fece a quel punto assimilare le streghe agli eretici (tra i quali gli aderenti alla Riforma di Lutero).

Del resto, il Malleus maleficarum (“Martello dei malefìci”), il testo scritto nel 1486 da due domenicani tedeschi e che divenne il manuale di riferimento per gli inquisitori, si apriva con la frase: “Sostenere che le streghe esistono è cattolico, negarlo è un’eresia”. Ad accanirsi contro le donne, però, non fu solo l’Inquisizione. Anzi, i tribunali protestanti diedero un grande contributo alla carneficina.

La caccia continuò anche dopo il Rinascimento, fra Seicento e Settecento, e l’ultimo rogo di una strega avvenne in Baviera (Germania) nel 1756, in pieno Illuminismo.

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Il primo a fare il giro del mondo fu Magellano Il portoghese Ferdinando Magellano partì nel 1519 da Siviglia, in Spagna, al comando di cinque velieri, con l’obiettivo di raggiungere le Molucche, nell’arcipelago indonesiano, allora note come le Isole delle spezie (da lì si importavano pepe, cannella e altri beni preziosi). Ma decise che ci sarebbe arrivato navigando verso ovest invece che verso est circumnavigando l’Africa, come si usava allora.
Una volta superata la punta meridionale dell’America del Sud attraverso lo stretto che oggi porta il suo nome, riuscì a raggiungere le Filippine, dimostrando la praticabilità della nuova rotta. Ma qui, il 27 aprile 1521, perse la vita durante uno scontro con gli indigeni.
Magellano, dunque, non completò la circumnavigazione del globo. Fu il suo vice, il capitano basco Juan Sebastián Elcano, a prendere il comando della spedizione e a diventare il primo a compiere il giro del mondo.

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Napoleone fu detto "il piccolo caporale" perché era basso Non era un gigante, ma non si poteva certo definire basso. Secondo le fonti Napoleone era alto un metro e 69: una statura di tutto rispetto negli anni in cui visse (1769-1821) e nella media dei suoi tempi.

È noto infatti che l’altezza delle popolazioni aumenta progressivamente da una generazione all’altra grazie alle migliori condizioni alimentari e igienicosanitarie, fino a raggiungere un livello stabile (com’è avvenuto per molti popoli occidentali, ma non ancora per alcuni di quelli in via di sviluppo).
Perché allora Napoleone fu definito le petit caporal, cioè “il piccolo caporale”?

L’ipotesi degli storici è che si trattasse di un soprannome dovuto all’affetto e alla simpatia che i soldati nutrivano nei suoi confronti nonostante la giovane età, e non alla statura.

Come il "piccolo caporale" riuscì a conquistare Parigi e diventare imperatore e cambiare la cartina europea? Lo spiega il numero 92 di Focus Storia.

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Eva offrì ad Adamo una mela “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò” (Genesi, 3: 6).

La Bibbia racconta che Adamo ed Eva mangiarono il frutto dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, contravvenendo alla proibizione di Dio. Per questa ragione i due furono scacciati dall’Eden, perdendo i privilegi di cui godevano al momento della creazione. La decisione di mordere questo frutto fu dunque il “peccato originale” in conseguenza del quale Dio condannò per sempre l’uomo a un’esistenza difficile, degradata dal punto di vista morale, fisico e spirituale.

Nel testo, però, non è specificato di quale frutto si trattasse. Molti commentatori hanno ritenuto che fosse un fico, anche perché, poche righe più avanti, la Bibbia riferisce che, appena Adamo ed Eva “si accorsero di essere nudi, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Genesi, 3: 7).

Altri hanno ipotizzato che si trattasse di un grappolo d’uva, di un cedro o di un melograno. L’identificazione dell’albero con un melo avvenne solo durante il Medioevo, forse per via di un’assonanza presente nella lingua latina, in cui malum è sia il male sia la mela: l’albero della conoscenza del male può essere diventato, per un errore di traduzione, un melo.

Una svista, o un’interpretazione, che poi ebbe molta fortuna, coinvolgendo anche altre espressioni linguistiche: il “pomo d’Adamo”, ovvero la sporgenza della cartilagine nel collo frequente negli uomini dopo la pubertà, è detto così con riferimento al “peccato” reso possibile dalla maturità sessuale.

La scelta della mela fu aiutata dalla tradizione: la simbologia della mela è presente in molte altre culture. Nei miti greci, dove una mela è il frutto che Paride dà in premio ad Afrodite designandola la più bella tra le dee dell’Olimpo; ma anche nell’iconografia medioevale, dove accanto al melograno è simbolo di fertilità. Dalla tradizione biblica la mela passò a sua volta fuori dall’ambito sacro: fu una mela posta sulla testa del figlio quella che Guglielmo Tell, leggendario eroe svizzero, dovette colpire con una freccia; ed è con una mela che la strega cattiva avvelena Biancaneve nella favola dei fratelli Grimm. Una continuità che arriva fino alla mela come simbolo di New York, ma anche della casa discografica fondata dai Beatles e all'Apple: la mela morsicata, secondo alcuni simbolo di conoscenza.

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L'Impero romano crollò per colpa dei barbari La cosa è ormai assodata: già prima del 476, anno della capitolazione “ufficiale”, con la deposizione di Romolo Augusto da parte del re germanico Odoacre, l’impero era in crisi. E non per colpa dei barbari, alcuni dei quali integrati persino nell’esercito.

Gli storici indicano tra le vere cause del crollo il calo demografico dovuto a guerre, carestie ed epidemie, l’inflazione, l’eccessiva tassazione e le lotte intestine. I barbari, in pratica, non fecero che sostituirsi a un potere vacante. Furono invece gli storici anglosassoni, nell’Ottocento, ad assegnare loro il ruolo di “liquidatori” di una società corrotta e decadente.

Nell'immagine: Attila (395-453) alla guida degli Unni in battaglia.

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Lo champagne è nato in Francia La tradizione vuole che sia stato il benedettino francese Pierre Pérignon (1639-1715) a inventare il metodo per ottenere il celebre vino frizzante. Ma dom Pérignon “copiò” soltanto la tecnica di controllo della doppia fermentazione messa a punto da Christopher Merret, un inglese.

Merret, nato nel Gloucestershire nel 1614, era un mercante specializzatosi nel rendere frizzanti i vini fermi aggiungendovi zucchero e melassa. Un “trucco” (simile al liqueur de tirage usato poi per innescare la rifermentazione dello champagne) che stando agli archivi della Royal society inglese usò per primo nel 1662. Non solo.

 La storia di Merret dimostra che il vino con le bollicine ebbe successo prima in Gran Bretagna, mentre in Francia si continuò a preferire la versione ferma dei vini della Champagne. La variante “inglese”, che fece di un difetto (la rifermentazione) un pregio, riuscì a penetrare anche in Francia solo nel corso del Settecento grazie a Filippo II d’Orléans, reggente durante la minore età di Luigi XV.

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I pirati nascondevano il loro tesoro sottoterra Di mappe del tesoro, di isole sperdute e di forzieri pieni zeppi di gioielli nascosti sottoterra sono ricche le storie sui pirati. Ma nella realtà i bottini dei predoni che infestarono i mari tra ’600 e ’700 (l’età d’oro della pirateria) venivano spesi tra una scorribanda e l’altra e di tesori se ne vedevano ben pochi.

C’è però un’eccezione, che conferma la regola. Nel 1699 il capitano William Kidd (nell'illustrazione), famigerato pirata scozzese, sotterrò il frutto delle sue rapine a Gardiners Island, vicino a New York, allora colonia inglese. Gli costò la carriera: i preziosi, recuperati, divennero una prova schiacciante nel processo per atti di pirateria istituito contro di lui. Kidd fu condannato a morte e giustiziato nel 1701.

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A Yalta si spartì il mondo Sui manuali di storia la Conferenza di Yalta, oggi in Ucraina, tenutasi tra il 4 e l’11 febbraio 1945, è descritta come l’occasione in cui i tre leader futuri vincitori della Seconda guerra mondiale (l’inglese Churchill, l’americano Roosevelt e il sovietico Stalin) si spartirono il mondo.

In realtà, la maggior parte degli studiosi ritiene sia più corretto far risalire la cosa alla Conferenza di Teheran (Iran), del dicembre 1943. Fu allora infatti che i tre grandi si accordarono, oltre che sulla data e sulle modalità dello sbarco in Normandia, sul processo di decolonizzazione. E fu proprio allora che si decisero le future sfere di influenza di Usa e Urss, alla radice della Guerra fredda.

Perché quindi è nato l’equivoco? Per alcuni è tutta colpa del successo di un libro del 1970: Yalta o la spartizione del mondo di Arthur Conte, politico e storico francese che definì la conferenza tenutasi sul Mar Nero come l’atto di nascita di un nuovo equilibrio mondiale e come il momento in cui si pensò fosse possibile far convivere pacificamente il modello sovietico e quello americano.

Secondo altri il mito di Yalta è riconducibile invece al generale Charles de Gaulle che, irritato dallo sgarbo che i tre grandi gli fecero non invitandolo, sostenne che la conferenza era responsabile delle successive sventure del mondo. Ma anche i nemici interni di Roosevelt, preoccupati dalla minaccia sovietica, misero in primo piano quell’incontro, sostenendo che il vecchio presidente, stanco e malato, aveva ceduto allora, a Stalin, il controllo di gran parte del pianeta.

Nella foto i tre grandi. Da sinistra: Churchill, Roosevelt e Stalin alla Conferenza di Yalta (Crimea) del 1945.

D'annunzio si fece togliere due costole Quella secondo cui “il Vate” si fece asportare due ossa del torace per praticare l’autofellatio è una diceria diffusissima e non solo tra i banchi di scuola. Eppure è decisamente fantasiosa.

Intanto, l’idea che l’asportazione delle costole possa consentire l’autofellatio è priva di fondamento dal punto di vista medico. E poi nessuna biografia di Gabriele D’Annunzio riporta questo dettaglio.

È però facile capire perché la diceria ebbe fortuna: era molto credibile per un personaggio noto per l’intensa attività erotica e per l’esaltazione letteraria del piacere sessuale.

Nella foto, "Il Vate" a 26 anni circa.