La festa della donna e la nascita del femminismo

Figlia o moglie: per anni, gli unici ruoli riservati alle donne sono stati questi. Finché è nato il movimento femminista e... allora è arrivata la festa delle donne. E non solo: emancipazione, uguali diritti e uguali possibilità.

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A sinistra un manifesto per la giornata della donna dell’8 marzo 1914. A destra la copertina della Domenica del Corriere racconta del primo congresso delle Donne Italiane (1908).

Virgo, vidua et mater, cioè “vergine, vedova e madre”: nel Medioevo erano questi i soli ruoli femminili degni di rispetto agli occhi della società. Si diceva pure quilibet in domo sua dicitur rex, traducibile in “qualunque uomo nella propria casa può considerarsi un re”. Due massime valide ancora per molti anni, perché né l’Umanesimo, né il Rinascimento, né l’Illuminismo, che pure aveva suscitato grandi speranze, hanno minimamente scalfito la condizione subalterna delle donne.  


Battagliere sulla ghigliottina. La riscossa è cominciata dopo: le prime avvisaglie del femminismo, ispirate agli ideali di fraternità, eguaglianza e libertà, risalgono al clima della Rivoluzione francese. Ne fu pioniera assoluta Olympe de Gouges (1748-1793), autrice della prima Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che affermò che la donna, avendo “il diritto di salire al patibolo” a causa delle sue opinioni, aveva anche quello di “salire alla tribuna”. Fu presa in parola e ghigliottinata nel 1793.

 

Le rivendicazioni furono poi portate avanti, tra le altre, dall’illuminista britannica Mary Wollstonecraft (1759-1797), a sua volta autrice della bellicosa Rivendicazione dei diritti della donna

La nascita ufficiale del movimento femminista, però, che intrecciava temi sulla questione femminile e antischiavismo, è avvenuta nel 1848, anno dello storico Congresso sui diritti delle donne, a Seneca Falls (New York), nel quale fu chiesta la cittadinanza politica per “neri” e “donne”. Il Congresso fu indetto dalle due instancabili attiviste Elisabeth Cady Stanton (1815-1902), e Susan B. Anthony (1820-1906), detta la “Napoleone del movimento delle donne”. Proprio mentre, in altri convegni, si scatenava un opposto dibattito sulla presunta inferiorità intellettuale femminile, spiegata con argomentazioni scientifiche da filosofi e scienziati, tra cui il patologo Rudolph Wagner (1805-1864) e l’antropologo francese Gustave Le Bon (1841-1931), convinti che il cervello femminile e quello dei neri africani fossero meno sviluppati di quello maschile.  

Unità d’Italia, l’inizio. In Italia, la marcia verso i diritti è iniziata più tardi, e più lentamente. Le prime a sfidare la società sono state la repubblicana e mazziniana Anna Maria Mozzoni (1837-1920), la cattolica Teresa Labriola (1873-1941) e la socialista Anna Kuliscioff (1854-1925), ispiratrice della legge per la tutela del lavoro femminile e dei fanciulli (n. 242 del 19 giugno 1902) e del diritto di voto alla donna (che definiva ironicamente «il primo animale domestico dell’uomo»).

 

Più di tutte, fu la giornalista Mozzoni (che scriveva sul quindicinale milanese La riforma del XIX secolo e su La donna, giornale di donne fondato a Venezia nel 1869 da Gualberta Beccari) a mettere in luce le contraddizioni che la società (e il parlamento) riservava alla donna, “angelo del focolare” a parole, sfruttata e sottopagata di fatto. Avanzò 198 richieste, per quei tempi avveniristiche, tra le quali il diritto di voto, accesso all’istruzione, separazione dei beni, ma ebbe una sola vittoria: l’abrogazione dell’autorizzazione maritale che, tra le altre cose, impediva alle donne di iniziare un’attività commerciale senza consenso del marito, prima tappa verso il raggiungimento dell’autonomia economica.

Luci e ombre. L’ammissione delle donne a licei, ginnasi e università avvenne solo nel 1874 (dal 1877 al 1900 le laureate furono 224). Nel frattempo, si diffuse la consapevolezza dello sfruttamento femminile, sottolineato con i primi scioperi (per prime scioperarono le mondine, nel 1883), la nascita dei sindacati (il primo fu quello delle lavoratrici tessili, nel 1889), l’accesso agli uffici pubblici, telegrafici e postali, e le prime attività commerciali “rosa” (1882).

 

Ma il voto, politico e amministrativo, restava un miraggio e furono una sfilza le bocciature a petizioni e disegni di legge: nel 1863, nel 1875, nel 1877, nel 1888, nel 1898 (il regio decreto n. 164 del 4 maggio 1898 rifiuta il voto amministrativo a “analfabeti, interdetti, inabilitati, condannati all’ergastolo, mendicanti e donne”), nel 1906 e nel 1912, anno in cui il liberale Giovanni Giolitti introdusse il suffragio universale maschile, ma sbarrò la strada alle donne nella convinzione, disse alla Camera, che aggiungere sei milioni di donne all’elettorato fosse “un salto nel buio”. 


Con il fascismo, mentre le suffragette inglesi avevano finalmente conquistato il diritto di eleggere e di essere elette, i diritti femminili fecero un passo indietro: la concessione del voto amministrativo alle donne (1925) fu subito sospesa dato che non si tennero più elezioni. Perfino le insegnanti furono escluse dalle cattedre di Lettere e filosofia ai licei, e le tasse scolastiche per le studentesse raddoppiarono. Si stabilirono le mansioni lavorative adatte a donne: dattilografe, telefoniste, stenografe, conta banconote e biglietti, segretarie, annunciatrici, cassiere, commesse e sarte (con il regio decreto 838 del 29 luglio 1939) . 

Al voto, al voto. L’occasione per la rivincita arrivò con la Seconda Guerra Mondiale, quando le donne furono chiamate a sostituire gli uomini impegnati in guerra, e non esitarono a impugnare i fucili durante la Resistenza. Palmiro Togliatti e Alcide de Gasperi, a capo rispettivamente di PCI e DC, capirono l’importanza della presenza femminile nella società. E, seppure in ritardo rispetto ad altri Paesi europei, come Svezia (1866), Finlandia (1906), Inghilterra (1918), Nuova Zelanda (1893), Australia (1899) e Stati Uniti (1920), con il decreto legislativo del primo febbraio 1945 le donne italiane conquistarono il voto. E votarono per la prima volta 70 anni fa, il 2 giugno 1946, nel referendum tra monarchia e repubblica.


La parità giuridica formale è arrivata con la Costituzione del 1948; che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso (art. 3), la parità dei coniugi rispetto ai figli (art. 29 e 39) e la parità tra uomo e donna sul lavoro (art. 51). Sono poi seguite le leggi ispirate ai nuovi criteri costituzionali; quella sulla parità della remunerazione tra uomini e donne, nel 1956 (nel 1950 Angela Cingolani è stata eletta per la prima volta sottosegretario) e quella sull’ammissione della donna a tutti i pubblici uffici (legge n. 66 del 1963), compresa la Magistratura (ed escluse Polizia, Guardia di Finanza e Forze Armate).  E si mette fine, almeno formalmente, all’ennesima secolare discriminazione. 

La marcia è finita? Le tappe successive verso una totale uguaglianza sono arrivate nel privato. A dare il via alle rivendicazioni è stata l’uscita negli Usa, nel 1966, del libro di Kate Millet La politica del sesso, che metteva in luce come i rapporti tra i sessi fossero “rapporti di potere”. In questo clima sono nate le leggi sul divorzio (n. 898 del 1970), confermata col referendum del 12 maggio 1974, sulla tutela sociale della maternità e sull’aborto (n. 194 del 1978), confermata dal referendum del 5 agosto 1981. 
E, tappa determinante, la riforma del diritto di famiglia del 1975, che ha cancellato il “capofamiglia” e l’attenuante per delitti d’onore, stabilita dal codice Rocco del 1930. 

 

Oggi la società è diversa. Eppure, la parità dei diritti non è ancora stata raggiunta: all’obiettivo quantitativo “più posti di lavoro” non ha corrisposto quello qualitativo. Le donne predominano in settori professionali meno valutati, occupano un numero minore di posizioni di responsabilità e, in media, sono pagate meno degli uomini.

 

 

Tratto da Focus Extra 39

07 Marzo 2017