Il divorzio quando la legge sul divorzio non c'era

La legge sul divorzio ha pochi decenni. Ma nobili e regnanti hanno sempre trovato il modo per liberarsi di un coniuge scomodo. Dando sfoggio di grande creatività.

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Il contratto di matrimonio interrotto in un quadro di Michel Garnier (1780).

Il 12 maggio 1974 gli italiani furono chiamati alle urne e sancirono che la possibilità di sciogliere un matrimonio poco gradito è un diritto da salvaguardare. Così la volontà popolare salvò una legge in vigore da quattro anni ma osteggiata dai movimenti di opinione cattolici che volevano abrogarla via referendum. La legge quindi rimase, e oggi il problema non si pone nemmeno più. Ma prima, come se la cavavano quei mariti e quelle mogli ansiosi di dirsi addio, magari un po’ prima del “finché morte non vi separi”? 

 

Nel nome di Dio. Il divorzio era una possibilità fra i Greci e, per un certo periodo, per i Romani. Poi, col cristianesimo, le cose cambiarono. «Fu la Chiesa a mutare l’idea di matrimonio trasformandolo in un legame sacro e, pertanto, indissolubile» spiega Chiara Maria Valsecchi, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Padova e autrice di In difesa della famiglia? Divorzisti e antidivorzisti in Italia tra Otto e Novecento (Giuffré).

 

Talvolta le unioni si riuscivano ad annullare ricorrendo all’autorità ecclesiastica, ma era ovviamente una via praticabile da pochi, che richiedeva motivazioni precise (non era certo prevista l’incompatibilità di carattere) e comunque non scontata: dipendeva dai rapporti di forza fra il richiedente e la Chiesa, quando non rappresentava addirittura una scelta politica. Difficoltà che hanno spinto in più di un caso gli interessati a trovare scorciatoie talvolta un po’ spregiudicate. 

 

Se lo dice il papa. Ironia della sorte, le manovre più azzardate furono proprio quelle escogitate da un papa, quell’Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, che con le politiche matrimoniali imposte ai suoi figli tenne stretto il potere per tutto il suo pontificato.

 

A Lucrezia Borgia (1480-1519) impose tre mariti, due dei quali finiti male. Per poter procedere all’annullamento del primo matrimonio con Giovanni Maria Sforza, il papa accusò lo sposo di impotenza. La scorciatoia non risultò ovviamente gradita a Giovanni, né tantomeno la soluzione offerta dal cugino Ludovico il Moro di dimostrare la propria virilità davanti a testimoni. Giovanni rifiutò l’esibizione ma alla fine capitolò e firmò la dichiarazione d’impotenza. A sbarazzarsi di un amante scomodo (che aveva forse causato una gravidanza di Lucrezia) e del secondo marito, Alfonso d’Aragona (di cui lei era tra l’altro innamorata, rara eventualità in nozze di questo tipo), pensò il fratello Cesare, detto il Valentino, organizzando l’assassinio di entrambi. 


Lo scacchiere delle alleanze dei Borgia mutava rapidamente e si preferiva eliminare il problema. Solo il terzo marito, Alfonso D’Este, scampò ai loro intrighi e sopravvisse alla moglie.   

Il quadro Un bicchiere di vino con Cesare Borgia. Cesare versa il vino, Lucrezia è al centro, il Papa osserva. I Borgia hanno tutt’oggi la fama di avvelenatori.

La sterilità era una delle motivazioni più utilizzate. Così fu per re Enrico di Navarra (1553-1610), desideroso di liberarsi della spregiudicata Margherita di Valois e contrarre nuove nozze con Maria de’ Medici. La mancanza di eredi fu la scusa. I due vivevano infatti separati da molti anni, ma Margherita sfruttò bene la situazione (interessava anche alla Chiesa annullare rapidamente quel matrimonio per portare una Medici sul trono) e si lasciò convincere dopo sei anni di trattative da un generosissimo compenso e dalla garanzia di un tenore di vita adeguato al suo rango. 


Non a tutte andava così bene. Spesso alle ripudiate restava come unico rifugio (o prigione) il convento. Così Evdokija Fëdorovna Lopuchina (1669-1731) venne “caldamente invitata” ad entrare in monastero dal consorte, lo zar Pietro I (1672-1725), che si era invaghito della dama di corte Anna Mons. La zarina resistette, ma venne bandita dalla Russia e rinchiusa nel Convento dell’Intercessione di Suzdal. 


Pochi anni dopo, alla stessa corte, sarà una donna a dare il benservito al marito.  Caterina II, passata alla storia come Caterina la Grande, stanca delle pazzie del regale consorte Pietro III, organizzò una congiura per incarcerarlo. Una volta in prigione venne assassinato. Caterina non si risposò più, condusse una vita libera e costellata di molti amori e governò con acume e intelligenza.

 

CANCELLATI. Parecchi secoli prima anche la regina Zoe di Bisanzio (978-1050) risolse i suoi problemi alla radice. Zoe prima cancellava i mariti dalla propria vita, poi li faceva sparire anche dalle opere d’arte, come accadde al mosaico conservato in  Santa Sofia, a Istanbul. Fu il suo primo consorte, Romano III, a commissionare il capolavoro, ma non gli portò fortuna. I rapporti fra i due erano tesi e Zoe si sbarazzò di lui facendolo uccidere dall’amante, Michele il Paflagonio (1010- 1041). Quella stessa notte si sposarono, e il volto di Michele sostituì nel mosaico quello del primo marito. Morto anche Michele, i tasselli del mosaico presero le sembianze del terzo consorte:  Costantino IX Monomaco che ancora oggi vediamo. 

 

Enrico VIII con Caterina d’Aragona, che si opponeva al divorzio voluto dal re.

NOZZE RECORD. Per quanto disinvolte, le strategie matrimoniali di Zoe non sono nulla a confronto del più famoso uxoricida della storia, il re inglese Enrico VIII (1491-1547).

 

La sua lussuria e il suo bisogno dinastico di un figlio maschio gli fecero inanellare sei mogli. Di volta in volta si liberò della consorte precedente in modo creativo, ma fu il primo divorzio a passare alla storia. Il re, infatti, voleva l’annullamento papale del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, colpevole di non aver generato un figlio maschio in buona salute, per sposare la sua dama di compagnia, Anna Bolena.

 

Il consenso non arrivò e, dopo un lungo braccio di ferro (siamo in epoca di conflitti fra protestanti e cattolici), Enrico ruppe con la Chiesa cattolica romana e di fatto sancì la scissione anglicana. Neanche la scomunica di papa Clemente VII gli fece cambiare idea e, nel 1533, sposò Anna Bolena. La luna di miele durò poco. Incapace, anche lei, di dare al re un erede maschio, venne tolta di mezzo “legalmente” con le accuse più infamanti, dall’adulterio all’incesto, alla stregoneria. Tre anni dopo le nozze morì decapitata.

 

Perse la testa anche Catherine Howard, cugina di Anna e quinta moglie del re. La poveretta pensò forse di concepire un figlio con l’amante Thomas Culpeper (re Enrico era ormai malato e imbolsito). Scoperta la tresca, il re – che sull’etica altrui era molto esigente – la fece decapitare. A sopravvivergli furono l’ultima moglie, Caterina Parr, e la quarta, Anna di Cleves, sposata per ragioni di Stato ma fortunatamente poco attraente agli occhi di Enrico. Con lei si limiterà a un banale annullamento del matrimonio pochi mesi dopo le nozze. Jane Seymour, terza moglie, morì invece di febbre puerperale. 


Con questi precedenti, Elisabetta I (1533-1603), figlia di Anna Bolena, aggirò il problema non sposandosi affatto anche se così di fatto si arrivò all’estinzione della dinastia dei Tudor. Sia la follia sanguinaria di Enrico, sia la sua incapacità di concepire figli maschi hanno trovato una spiegazione tre anni fa. Si è scoperto che il re era affetto da una rarissima malattia genetica, la sindrome di McLeud.

 

VITA DI CORTE. Fin qui le soluzioni estreme, a cui per fortuna non tutti ricorrevano. La pratica più comune era tollerare l’infedeltà. Maestra nell’arte della dissimulazione fu Caterina de’ Medici (1519-1589), regina di Francia, che sopportò, per tutta la durata del suo matrimonio col re Enrico II, la presenza della favorita Diana di Poiters, 18 anni più vecchia del re, ma bellissima ed esperta in arti amatorie. Caterina non allontanò mai la sua rivale; anzi, spesso furono complici nel complesso gioco di alleanze che la vita di corte dell’epoca richiedeva. «Le situazioni irregolari sono sempre esistite e perfino tollerate, specie nelle classi nobili. I matrimoni erano spesso combinati, l’amore si cercava fuori, anche se si rimaneva sposati» chiarisce Valsecchi.

 

«In Italia è celebre il caso di Giulia Beccaria, figlia di Cesare e sposata al conte Pietro Manzoni, innamorata di uno dei fratelli Verri. È quasi certo che Alessandro Manzoni non sia figlio di Pietro, ma dell’amante della madre, che successivamente ebbe apertamente come compagno anche Pietro Imbonati». Si evitava però di far figurare i figli come illegittimi perché per loro le conseguenze giuridiche sarebbero state pesanti.

06 Agosto 2017

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