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gen 2012

I Re Magi sono realmente esistiti?

di: Nino Gorio - Tratto da Focus Storia
Un'elaborazione dell'Adorazione dei Magi di Gentile da  Fabriano (1423). I tre sapienti e i loro doni (oro, incenso e mirra) servivano a confermare che le profezie bibliche su Gesù si erano avverate. Ma la fortuna dei Magi nella tradizione popolare si deve soprattutto al loro "esotismo".
Un'elaborazione dell'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423). I tre sapienti e i loro doni (oro, incenso e mirra) servivano a confermare che le profezie bibliche su Gesù si erano avverate. Ma la fortuna dei Magi nella tradizione popolare si deve soprattutto al loro "esotismo".

Non erano re, non è detto che fossero tre e certamente non seguirono una cometa. Che venissero dalla Persia o dalla Mesopotamia è solo un’ipotesi; che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare una leggenda; che uno di loro fosse di pelle nera, una fantasiosa invenzione. Benché siano citati da un solo vangelo su quattro (Matteo), che dedica loro dodici versetti in tutto (2: 1-12), l’aneddoto che li riguarda è uno dei più popolari (e falsificati) della storia sacra. Ma allora, i Magi sono davvero esistiti?
Se usiamo la “m” minuscola, la risposta è sì. Fuori dal vangelo, infatti, i magi erano i sacerdoti dei Medi, avi degli attuali Curdi: un popolo montanaro che nel VI secolo a. C. fu sottomesso dai Persiani. Il greco Erodoto dice che interpretavano i sogni e studiavano gli astri. Che dio adorassero in origine, non è chiaro; ma in tempi storici praticavano il mazdeismo, religione che aveva il suo profeta in Zoroastro e il suo simbolo nel fuoco.

L’unico vero
Di certo, però, quegli astronomi-indovini-sacerdoti non furono mai re. O meglio: un’eccezione alla regola ci fu, nel 522-521 a. C., quando uno strano mago, donnaiolo e mutilato delle orecchie, tale Smerdi àlias Gaumata, scippò il trono e l’harem a re Cambise II, assente da casa, cercando poi consensi al golpe col metodo più vecchio del mondo, cioè abbattendo le tasse. Narra Erodoto: “Mandò qua e là a ogni popolo sotto il suo dominio a proclamare che concedeva l’esenzione dal servizio militare e dai tributi per tre anni”.
Quell’unico “re magio” della Storia non poté mantenere la promessa, perché durò solo 7 mesi; poi finì decapitato. Non lo imitò più nessuno, anche perché contro i magi scattarono persecuzioni. Ma ai tempi di Gesù tutto ciò era preistoria: l’Impero persiano era finito da un pezzo e i magi avevano ripreso i loro riti e i loro studi astronomici; avevano quindi tutti i titoli per fare da protagonisti in un racconto “magico” come quello a noi noto.

Verità storica?
Il testo di Matteo è però attendibile? Gli storici sono scettici. «Tutto lascia pensare» osserva Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo a Bologna «che la vicenda dei Magi sia solo un artificio letterario-propagandistico. Matteo scrisse intorno all’anno 80, quando la nuova religione si stava diffondendo fuori dalla Palestina. Probabilmente il suo vangelo volle lanciare un messaggio ai non-Ebrei, dicendo che Gesù si era rivelato anche e soprattutto a loro: infatti per gli Ebrei i magi erano “gentili”, cioè pagani; eppure, secondo Matteo, seppero dell’arrivo del Messia prima del clero di Gerusalemme».

Forzati
«Nel racconto evangelico» aggiunge Francesco Sforza Barcellona, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Roma-Tor Vergata «ci sono messaggi in codice anche per gli Ebrei. Evidente è lo sforzo di far quadrare la figura di Gesù con le profezie bibliche. Per esempio nel Salmo 71 (ora 72) si prediceva che al Messia sarebbe stato donato “oro d’Arabia” e che “i re degli Arabi e di Saba” (leggi Yemen) gli avrebbero “offerto tributi”. Ed ecco l’adorazione dei Magi, che con il loro oro “legittimano” Gesù in base ai parametri biblici».
Non è tutto. Nell’Antico Testamento il Libro dei numeri narra che ai tempi di Mosè un indovino, tale Balaam, aveva lanciato una truce profezia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set” (Nu, 24: 17). Da quel versetto gli Ebrei avevano dedotto che il Messia, destinato a far trionfare Israele sui suoi nemici, sarebbe stato annunciato da un astro eccezionale. Ed ecco che Matteo, puntualmente, abbina la nascita di Gesù a una strana stella: una cometa, secondo l’interpretazione corrente.
Dove sarebbero sepolti?

“In quella città son seppelliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli” annotava Marco Polo passando nel 1272 vicino a Saba (oggi Saveh), città a sud-ovest di Teheran famosa per le sue melagrane.

Ma la “scoperta” di messer Marco è tutt’altro che attendibile. Della tomba oggi non c’è più traccia; inoltre, secondo la tradizione, a quell’epoca i resti dei “Tre Re” avrebbero dovuto essere altrove.

All’inizio del IV secolo, infatti, santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, era tornata da Gerusalemme con tre salme mummificate, accreditate come i resti dei Magi, e le aveva portate a Costantinopoli, nella basilica di Santa Sofia.

Da lì sant’Eustorgio, vescovo di Milano, intorno al 345 le aveva trasferite nel capoluogo lombardo, nella chiesa che oggi porta il suo nome. 

Il sarcofago che le accolse esiste ancora, ma è vuoto: nel 1164 il Barbarossa, dopo aver occupato la città ribelle, razziò le presunte reliquie e le portò a Colonia, dove si trovano tuttora, salvo pochi frammenti, restituiti nel 1903 alla chiesa milanese e oggi custoditi in un’urna.

Declassati
Se si pone l’accento solo sugli intenti propagandistici di Matteo, il discorso può fermarsi qui: i Magi vanno declassati da persone reali a meri simboli. Come Gog e Magog, personificazioni della guerra nell’Apocalisse. O, più laicamente, come la strega di Biancaneve, incarnazione del male nella fiaba dei fratelli Grimm.
Per giunta, sulla storia dei Magi gravano almeno altri due elementi di dubbio.
Il primo: il Vangelo di Matteo è l’unico a raccontarla.
Il secondo: intorno all’Anno Uno nessuna cometa visibile a occhio nudo si avvicinò alla Terra.
In realtà il primo dubbio è infondato, perché la “solitudine” di Matteo è solo presunta: infatti, se si allarga lo sguardo oltre gli evangelisti canonici, si scopre che a parlare dei Magi sono anche altri 4 testi antichi, definiti apocrifi dalla Chiesa (cioè esclusi dalla Bibbia). Tre (Vangelo arabo-siriaco, Vangelo armeno dell’infanzia e Pseudo-Matteo) sono effettivamente tardi (dal V secolo in poi). Ma uno no: si tratta del Protovangelo di Giacomo, scritto pochi decenni dopo il testo di Matteo. Quindi le fonti primarie per la storia dei Magi sono almeno due.

Senza cometa
L’assenza di “stelle con la coda”, invece, è un dato certo. Secondo calcoli moderni, infatti, la cometa di Halley, la più brillante fra quelle che hanno un periodo di rivoluzione breve, apparve nell’87 e nel 12 a. C., per tornare solo nel 66 d. C., quindi fuori dall’arco di tempo utile. Intorno all’Anno Uno passò invece la cometa di Encke, ma non era visibile a occhio nudo. E infatti nessuno la notò. Si è pensato anche a una possibile cometa irregolare, ma ricerche nei testi laici antichi non hanno portato a trovare citazioni dell’astro.
L’inutile “caccia al tesoro” dura da secoli, anche perché la materia prima abbonda: infatti la comparsa di comete fu diligentemente annotata sin da tempi remoti sia in Cina che in Occidente. Limitando il campo alla letteratura latina, gli autori che trattarono l’argomento furono almeno quattro: Tacito, Svetonio, Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe.
Fra tutti, il più scrupoloso “notaio” di fenomeni celesti fu Plinio, che nei due secoli a cavallo dell’Anno Uno registrò ben 7 “stelle con la coda” (Halley compresa) tutte però lontane dalla nascita di Gesù.


Stelle dipinte
È l’addio definitivo alla credibilità della storia dei Magi? No, perché la “cometa di Gesù” è un falso che prese piede solo nel Medioevo. A ufficializzarlo non fu un teologo ma un pittore, che in un affresco a Padova (vedi foto qui accanto) abbinò i Magi a un astro con la coda. Era Giotto, suggestionato da un’esperienza personale: «Quando dipinse la stella di Betlemme» osserva Roberta Oslon, studiosa di storia dell’arte «la rese come una cometa, che aveva osservato realmente anni prima». Infatti l’affresco è del 1303 circa, e Halley passò nel 1301. Ma Giotto prendeva un abbaglio, perché nessuno dei testi antichi ha mai abbinato i “Tre Re” a una cometa. Matteo parla genericamente di una stella, ovviamente anomala, visibile in due tempi distinti: prima durante il viaggio dei Magi verso Gerusalemme, poi durante il trasferimento a Betlemme. E Giacomo riferisce di “una stella grandissima, che brillava tra gli altri astri e li oscurava, tanto che le stelle non si vedevano più”. Lo Pseudo-Matteo si allinea, parlando di “un’enorme stella [...] la cui grandezza non si era mai vista dall’origine del mondo”.

Enigma svelato
Dunque a che astro alludevano i testi antichi? «Il fenomeno astronomico più probabile» risponde Corrado Lamberti, direttore della rivista Le Stelle «è una congiunzione Giove-Saturno che ebbe luogo nel 7 a. C.: quell’anno i due pianeti si trovarono nel cielo uno vicino all’altro per ben tre volte. La tesi ha una certa credibilità, anche perché sono state trovate effemeridi babilonesi (cioè tavolette col calcolo dei movimenti degli astri, ndr) relative all’evento, segno che al fenomeno si accordò notevole importanza».
La teoria non è recente: a formularla fu l’astronomo tedesco Johannes Kepler. Nel 1603 osservò una congiunzione fra pianeti, che abbinati sembravano un’enorme stella. Colpito, calcolò se il fenomeno poteva essersi verificato anche nell’Anno Uno: concluse di no, ma scoprì che una congiunzione c’era stata più volte nel 7 a. C. Scrisse perciò un trattato (De anno natali Christi) in cui sosteneva che la data di nascita di Gesù andava anticipata.
Può sembrare una conclusione eccessiva, ma in effetti il nostro calendario sbaglia. L’errore risale a un monaco del VI secolo, Dionigi il Piccolo, che inaugurò l’uso di contare gli anni dalla nascita di Gesù, ma partì da una data posteriore a quella vera. Oggi si dà per certo che Cristo, paradossalmente, nacque avanti Cristo: minimo 4 anni, massimo 8.
Stando così le cose, tre fatti appaiono certi: che intorno all’anno della nascita di Gesù ci fu davvero una “stella” anomala; che questo astro apparve più volte a intermittenza, come dice Matteo; e che certi astronomi orientali (“magi”) l’avevano notato, come provano le effemeridi di cui parla Lamberti.

Dal Catechismo

Ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 528) a proposito dei Re Magi.

L'epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d'Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, essa celebra l'adorazione di Gesù da parte dei «magi» venuti dall'oriente. In questi «magi», che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell'incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai Giudei e ricevendo da loro la Promessa messianica quale è contenuta nell'Antico Testamento. L'epifania manifesta che «la grande massa delle genti» entra nella famiglia dei patriarchi e ottiene la «dignità Israelitica».

Passaporto iraniano
Quindi il racconto evangelico, trattato con scetticismo dagli storici, acquista più credito presso gli astronomi: proprio grazie all’elemento che sembrava il più fantasioso (la stella) i Magi escono dalla dimensione fiabesca per diventare personaggi storicamente possibili. A una condizione però: che si resti agli scarni racconti di Matteo e di Giacomo, sfrondando i Tre Re da tutti gli attributi che la tradizione ha poi appiccicato loro addosso. Via la cometa, dunque; ma anche via le corone, i nomi, il numero tre. Anche se può stupire, infatti, il Vangelo di Matteo non dice mai che i Magi fossero re, né che fossero tre: parla genericamente di “alcuni”. «Tanto che le immagini più antiche» osserva Sforza Barcellona «ne raffigurano a volte 2, altre 4 o addirittura 12». Indicazioni ancora più generiche sono quelle sulla patria dei Magi: Matteo parla solo di “Oriente”. E l’ipotesi corrente è che alluda all’attuale Iran, dove il mazdeismo aveva le sue radici e dove tuttora una città (Yazd) è abitata da 12 mila zoroastriani, adoratori del fuoco sacro. Ai tempi di Gesù, però, i magi non erano più un’esclusiva medo-persiana: gli Atti degli apostoli ne citano uno a Samaria e un altro a Cipro. Quindi la parola “Oriente” potrebbe indicare altri Paesi a portata di cammello. Magari l’Iraq, dove furono trovate le famose effemeridi babilonesi. O la Penisola arabica, dove sembra indirizzare l’“analisi merceologica” del testo di Matteo: infatti l’unica regione che produceva tutti e tre i doni dei Magi (oro, incenso e mirra) era l’Arabia Felix, corrispondente all’attuale Yemen e al Sud dell’Oman.

Carovanieri
Ma se Matteo è così scarno di notizie, da dove vengono tutti i dettagli della tradizione? Dagli apocrifi, ricchi di “notizie” divertenti quanto fantasiose. Per esempio il Vangelo armeno dice di sapere la durata del viaggio dei Magi (9 mesi) e i loro nomi e fa l’inventario del carico della loro carovana, che trasportava più merci di un corteo di camion dell’Esselunga: oltre a oro, incenso e mirra aveva con sé anche aloe, porpora, mussolina, nardo, cannella, cinnamomo, argento, zaffiri, perle, lino e libri esoterici.
Non è tutto: nello stesso testo si legge che i Magi erano tre fratelli, re di Arabi, Indi e Persiani; che avevano un seguito di 12 mila cavalieri; che a Betlemme furono preceduti addirittura da Eva, risorta per l’occasione; infine che la rabbia di Erode per la nascita del Messia fu tale da causare un terremoto. Altrettanto fantasioso è il Vangelo arabo-siriaco, secondo cui i Magi tornarono in patria con un pannolino di Gesù, che tentarono poi di bruciare ritualmente sul fuoco sacro. Invano: le fiamme si spegnevano e il pannolino restava intatto.
È chiaro che tutto ciò non ha alcun valore storico, neanche alla lontana: prova solo lo sforzo di far giungere il messaggio cristiano ai popoli orientali usando temi e simboli a loro familiari. Per esempio la storia del pannolino incombustibile era un’evidente allegoria, studiata per dire ai Persiani che Gesù era più potente del loro fuoco sacro. E la maxi-scorta dei 12 mila cavalieri era un tentativo di conciliare Cristo con una profezia di Zoroastro, secondo cui l’arrivo del Saoshyant (il Messia mazdeista) sarebbe stato accolto con onori regali.

Antenati dei Puffi
Ma se togliamo le corone e gli attributi regali a cui ci ha abituato la tradizione, come dobbiamo immaginare i veri Magi? Semplice: con pantaloni aderenti, tuniche corte, scarpe a punta ricurva e ampi mantelli sulle spalle; ma soprattutto col capo coperto dai tipici “berretti frigi” che rendevano gli antichi Persiani simili ai moderni Puffi disegnati da Peyo. Così, almeno, li raffiguravano tutte le immagini paleocristiane; compreso un mosaico che un tempo si trovava sulla facciata della Basilica della Natività a Betlemme, dove tutto era iniziato. Perciò, se il prossimo Natale volete fare un presepe corretto, al posto delle tre statuine dei Magi mettete da due a dodici Puffi. A qualcuno potrà sembrare blasfema irriverenza, invece è solo un omaggio alla Storia.


Non erano re, non è detto che fossero tre e certamente non seguirono una cometa. Che venissero dalla Persia o dalla Mesopotamia è solo un’ipotesi; che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare una leggenda; che uno di loro fosse di pelle nera, una fantasiosa invenzione. Benché siano citati da un solo vangelo su quattro (Matteo), che dedica loro dodici versetti in tutto (2: 1-12), l’aneddoto che li riguarda è uno dei più popolari (e falsificati) della storia sacra. Ma allora, i Magi sono davvero esistiti?
Se usiamo la “m” minuscola, la risposta è sì. Fuori dal vangelo, infatti, i magi erano i sacerdoti dei Medi, avi degli attuali Curdi: un popolo montanaro che nel VI secolo a. C. fu sottomesso dai Persiani. Il greco Erodoto dice che interpretavano i sogni e studiavano gli astri. Che dio adorassero in origine, non è chiaro; ma in tempi storici praticavano il mazdeismo, religione che aveva il suo profeta in Zoroastro e il suo simbolo nel fuoco.

L’unico vero
Di certo, però, quegli astronomi-indovini-sacerdoti non furono mai re. O meglio: un’eccezione alla regola ci fu, nel 522-521 a. C., quando uno strano mago, donnaiolo e mutilato delle orecchie, tale Smerdi àlias Gaumata, scippò il trono e l’harem a re Cambise II, assente da casa, cercando poi consensi al golpe col metodo più vecchio del mondo, cioè abbattendo le tasse. Narra Erodoto: “Mandò qua e là a ogni popolo sotto il suo dominio a proclamare che concedeva l’esenzione dal servizio militare e dai tributi per tre anni”.
Quell’unico “re magio” della Storia non poté mantenere la promessa, perché durò solo 7 mesi; poi finì decapitato. Non lo imitò più nessuno, anche perché contro i magi scattarono persecuzioni. Ma ai tempi di Gesù tutto ciò era preistoria: l’Impero persiano era finito da un pezzo e i magi avevano ripreso i loro riti e i loro studi astronomici; avevano quindi tutti i titoli per fare da protagonisti in un racconto “magico” come quello a noi noto.

Verità storica?
Il testo di Matteo è però attendibile? Gli storici sono scettici. «Tutto lascia pensare» osserva Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo a Bologna «che la vicenda dei Magi sia solo un artificio letterario-propagandistico. Matteo scrisse intorno all’anno 80, quando la nuova religione si stava diffondendo fuori dalla Palestina. Probabilmente il suo vangelo volle lanciare un messaggio ai non-Ebrei, dicendo che Gesù si era rivelato anche e soprattutto a loro: infatti per gli Ebrei i magi erano “gentili”, cioè pagani; eppure, secondo Matteo, seppero dell’arrivo del Messia prima del clero di Gerusalemme».

Forzati
«Nel racconto evangelico» aggiunge Francesco Sforza Barcellona, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Roma-Tor Vergata «ci sono messaggi in codice anche per gli Ebrei. Evidente è lo sforzo di far quadrare la figura di Gesù con le profezie bibliche. Per esempio nel Salmo 71 (ora 72) si prediceva che al Messia sarebbe stato donato “oro d’Arabia” e che “i re degli Arabi e di Saba” (leggi Yemen) gli avrebbero “offerto tributi”. Ed ecco l’adorazione dei Magi, che con il loro oro “legittimano” Gesù in base ai parametri biblici».
Non è tutto. Nell’Antico Testamento il Libro dei numeri narra che ai tempi di Mosè un indovino, tale Balaam, aveva lanciato una truce profezia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set” (Nu, 24: 17). Da quel versetto gli Ebrei avevano dedotto che il Messia, destinato a far trionfare Israele sui suoi nemici, sarebbe stato annunciato da un astro eccezionale. Ed ecco che Matteo, puntualmente, abbina la nascita di Gesù a una strana stella: una cometa, secondo l’interpretazione corrente.
Dove sarebbero sepolti?

“In quella città son seppelliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli” annotava Marco Polo passando nel 1272 vicino a Saba (oggi Saveh), città a sud-ovest di Teheran famosa per le sue melagrane.

Ma la “scoperta” di messer Marco è tutt’altro che attendibile. Della tomba oggi non c’è più traccia; inoltre, secondo la tradizione, a quell’epoca i resti dei “Tre Re” avrebbero dovuto essere altrove.

All’inizio del IV secolo, infatti, santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, era tornata da Gerusalemme con tre salme mummificate, accreditate come i resti dei Magi, e le aveva portate a Costantinopoli, nella basilica di Santa Sofia.

Da lì sant’Eustorgio, vescovo di Milano, intorno al 345 le aveva trasferite nel capoluogo lombardo, nella chiesa che oggi porta il suo nome. 

Il sarcofago che le accolse esiste ancora, ma è vuoto: nel 1164 il Barbarossa, dopo aver occupato la città ribelle, razziò le presunte reliquie e le portò a Colonia, dove si trovano tuttora, salvo pochi frammenti, restituiti nel 1903 alla chiesa milanese e oggi custoditi in un’urna.

Declassati
Se si pone l’accento solo sugli intenti propagandistici di Matteo, il discorso può fermarsi qui: i Magi vanno declassati da persone reali a meri simboli. Come Gog e Magog, personificazioni della guerra nell’Apocalisse. O, più laicamente, come la strega di Biancaneve, incarnazione del male nella fiaba dei fratelli Grimm.
Per giunta, sulla storia dei Magi gravano almeno altri due elementi di dubbio.
Il primo: il Vangelo di Matteo è l’unico a raccontarla.
Il secondo: intorno all’Anno Uno nessuna cometa visibile a occhio nudo si avvicinò alla Terra.
In realtà il primo dubbio è infondato, perché la “solitudine” di Matteo è solo presunta: infatti, se si allarga lo sguardo oltre gli evangelisti canonici, si scopre che a parlare dei Magi sono anche altri 4 testi antichi, definiti apocrifi dalla Chiesa (cioè esclusi dalla Bibbia). Tre (Vangelo arabo-siriaco, Vangelo armeno dell’infanzia e Pseudo-Matteo) sono effettivamente tardi (dal V secolo in poi). Ma uno no: si tratta del Protovangelo di Giacomo, scritto pochi decenni dopo il testo di Matteo. Quindi le fonti primarie per la storia dei Magi sono almeno due.

Senza cometa
L’assenza di “stelle con la coda”, invece, è un dato certo. Secondo calcoli moderni, infatti, la cometa di Halley, la più brillante fra quelle che hanno un periodo di rivoluzione breve, apparve nell’87 e nel 12 a. C., per tornare solo nel 66 d. C., quindi fuori dall’arco di tempo utile. Intorno all’Anno Uno passò invece la cometa di Encke, ma non era visibile a occhio nudo. E infatti nessuno la notò. Si è pensato anche a una possibile cometa irregolare, ma ricerche nei testi laici antichi non hanno portato a trovare citazioni dell’astro.
L’inutile “caccia al tesoro” dura da secoli, anche perché la materia prima abbonda: infatti la comparsa di comete fu diligentemente annotata sin da tempi remoti sia in Cina che in Occidente. Limitando il campo alla letteratura latina, gli autori che trattarono l’argomento furono almeno quattro: Tacito, Svetonio, Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe.
Fra tutti, il più scrupoloso “notaio” di fenomeni celesti fu Plinio, che nei due secoli a cavallo dell’Anno Uno registrò ben 7 “stelle con la coda” (Halley compresa) tutte però lontane dalla nascita di Gesù.


Stelle dipinte
È l’addio definitivo alla credibilità della storia dei Magi? No, perché la “cometa di Gesù” è un falso che prese piede solo nel Medioevo. A ufficializzarlo non fu un teologo ma un pittore, che in un affresco a Padova (vedi foto qui accanto) abbinò i Magi a un astro con la coda. Era Giotto, suggestionato da un’esperienza personale: «Quando dipinse la stella di Betlemme» osserva Roberta Oslon, studiosa di storia dell’arte «la rese come una cometa, che aveva osservato realmente anni prima». Infatti l’affresco è del 1303 circa, e Halley passò nel 1301. Ma Giotto prendeva un abbaglio, perché nessuno dei testi antichi ha mai abbinato i “Tre Re” a una cometa. Matteo parla genericamente di una stella, ovviamente anomala, visibile in due tempi distinti: prima durante il viaggio dei Magi verso Gerusalemme, poi durante il trasferimento a Betlemme. E Giacomo riferisce di “una stella grandissima, che brillava tra gli altri astri e li oscurava, tanto che le stelle non si vedevano più”. Lo Pseudo-Matteo si allinea, parlando di “un’enorme stella [...] la cui grandezza non si era mai vista dall’origine del mondo”.

Enigma svelato
Dunque a che astro alludevano i testi antichi? «Il fenomeno astronomico più probabile» risponde Corrado Lamberti, direttore della rivista Le Stelle «è una congiunzione Giove-Saturno che ebbe luogo nel 7 a. C.: quell’anno i due pianeti si trovarono nel cielo uno vicino all’altro per ben tre volte. La tesi ha una certa credibilità, anche perché sono state trovate effemeridi babilonesi (cioè tavolette col calcolo dei movimenti degli astri, ndr) relative all’evento, segno che al fenomeno si accordò notevole importanza».
La teoria non è recente: a formularla fu l’astronomo tedesco Johannes Kepler. Nel 1603 osservò una congiunzione fra pianeti, che abbinati sembravano un’enorme stella. Colpito, calcolò se il fenomeno poteva essersi verificato anche nell’Anno Uno: concluse di no, ma scoprì che una congiunzione c’era stata più volte nel 7 a. C. Scrisse perciò un trattato (De anno natali Christi) in cui sosteneva che la data di nascita di Gesù andava anticipata.
Può sembrare una conclusione eccessiva, ma in effetti il nostro calendario sbaglia. L’errore risale a un monaco del VI secolo, Dionigi il Piccolo, che inaugurò l’uso di contare gli anni dalla nascita di Gesù, ma partì da una data posteriore a quella vera. Oggi si dà per certo che Cristo, paradossalmente, nacque avanti Cristo: minimo 4 anni, massimo 8.
Stando così le cose, tre fatti appaiono certi: che intorno all’anno della nascita di Gesù ci fu davvero una “stella” anomala; che questo astro apparve più volte a intermittenza, come dice Matteo; e che certi astronomi orientali (“magi”) l’avevano notato, come provano le effemeridi di cui parla Lamberti.

Dal Catechismo

Ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 528) a proposito dei Re Magi.

L'epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d'Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, essa celebra l'adorazione di Gesù da parte dei «magi» venuti dall'oriente. In questi «magi», che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell'incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai Giudei e ricevendo da loro la Promessa messianica quale è contenuta nell'Antico Testamento. L'epifania manifesta che «la grande massa delle genti» entra nella famiglia dei patriarchi e ottiene la «dignità Israelitica».

Passaporto iraniano
Quindi il racconto evangelico, trattato con scetticismo dagli storici, acquista più credito presso gli astronomi: proprio grazie all’elemento che sembrava il più fantasioso (la stella) i Magi escono dalla dimensione fiabesca per diventare personaggi storicamente possibili. A una condizione però: che si resti agli scarni racconti di Matteo e di Giacomo, sfrondando i Tre Re da tutti gli attributi che la tradizione ha poi appiccicato loro addosso. Via la cometa, dunque; ma anche via le corone, i nomi, il numero tre. Anche se può stupire, infatti, il Vangelo di Matteo non dice mai che i Magi fossero re, né che fossero tre: parla genericamente di “alcuni”. «Tanto che le immagini più antiche» osserva Sforza Barcellona «ne raffigurano a volte 2, altre 4 o addirittura 12». Indicazioni ancora più generiche sono quelle sulla patria dei Magi: Matteo parla solo di “Oriente”. E l’ipotesi corrente è che alluda all’attuale Iran, dove il mazdeismo aveva le sue radici e dove tuttora una città (Yazd) è abitata da 12 mila zoroastriani, adoratori del fuoco sacro. Ai tempi di Gesù, però, i magi non erano più un’esclusiva medo-persiana: gli Atti degli apostoli ne citano uno a Samaria e un altro a Cipro. Quindi la parola “Oriente” potrebbe indicare altri Paesi a portata di cammello. Magari l’Iraq, dove furono trovate le famose effemeridi babilonesi. O la Penisola arabica, dove sembra indirizzare l’“analisi merceologica” del testo di Matteo: infatti l’unica regione che produceva tutti e tre i doni dei Magi (oro, incenso e mirra) era l’Arabia Felix, corrispondente all’attuale Yemen e al Sud dell’Oman.

Carovanieri
Ma se Matteo è così scarno di notizie, da dove vengono tutti i dettagli della tradizione? Dagli apocrifi, ricchi di “notizie” divertenti quanto fantasiose. Per esempio il Vangelo armeno dice di sapere la durata del viaggio dei Magi (9 mesi) e i loro nomi e fa l’inventario del carico della loro carovana, che trasportava più merci di un corteo di camion dell’Esselunga: oltre a oro, incenso e mirra aveva con sé anche aloe, porpora, mussolina, nardo, cannella, cinnamomo, argento, zaffiri, perle, lino e libri esoterici.
Non è tutto: nello stesso testo si legge che i Magi erano tre fratelli, re di Arabi, Indi e Persiani; che avevano un seguito di 12 mila cavalieri; che a Betlemme furono preceduti addirittura da Eva, risorta per l’occasione; infine che la rabbia di Erode per la nascita del Messia fu tale da causare un terremoto. Altrettanto fantasioso è il Vangelo arabo-siriaco, secondo cui i Magi tornarono in patria con un pannolino di Gesù, che tentarono poi di bruciare ritualmente sul fuoco sacro. Invano: le fiamme si spegnevano e il pannolino restava intatto.
È chiaro che tutto ciò non ha alcun valore storico, neanche alla lontana: prova solo lo sforzo di far giungere il messaggio cristiano ai popoli orientali usando temi e simboli a loro familiari. Per esempio la storia del pannolino incombustibile era un’evidente allegoria, studiata per dire ai Persiani che Gesù era più potente del loro fuoco sacro. E la maxi-scorta dei 12 mila cavalieri era un tentativo di conciliare Cristo con una profezia di Zoroastro, secondo cui l’arrivo del Saoshyant (il Messia mazdeista) sarebbe stato accolto con onori regali.

Antenati dei Puffi
Ma se togliamo le corone e gli attributi regali a cui ci ha abituato la tradizione, come dobbiamo immaginare i veri Magi? Semplice: con pantaloni aderenti, tuniche corte, scarpe a punta ricurva e ampi mantelli sulle spalle; ma soprattutto col capo coperto dai tipici “berretti frigi” che rendevano gli antichi Persiani simili ai moderni Puffi disegnati da Peyo. Così, almeno, li raffiguravano tutte le immagini paleocristiane; compreso un mosaico che un tempo si trovava sulla facciata della Basilica della Natività a Betlemme, dove tutto era iniziato. Perciò, se il prossimo Natale volete fare un presepe corretto, al posto delle tre statuine dei Magi mettete da due a dodici Puffi. A qualcuno potrà sembrare blasfema irriverenza, invece è solo un omaggio alla Storia.


L'adorazione dei Magi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Per la prima volta viene raffigurata la stella cometa.
L'adorazione dei Magi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Per la prima volta viene raffigurata la stella cometa.

Non erano re, non è detto che fossero tre e certamente non seguirono una cometa. Che venissero dalla Persia o dalla Mesopotamia è solo un’ipotesi; che si chiamassero Melchiorre, Baldassarre e Gaspare una leggenda; che uno di loro fosse di pelle nera, una fantasiosa invenzione. Benché siano citati da un solo vangelo su quattro (Matteo), che dedica loro dodici versetti in tutto (2: 1-12), l’aneddoto che li riguarda è uno dei più popolari (e falsificati) della storia sacra. Ma allora, i Magi sono davvero esistiti?
Se usiamo la “m” minuscola, la risposta è sì. Fuori dal vangelo, infatti, i magi erano i sacerdoti dei Medi, avi degli attuali Curdi: un popolo montanaro che nel VI secolo a. C. fu sottomesso dai Persiani. Il greco Erodoto dice che interpretavano i sogni e studiavano gli astri. Che dio adorassero in origine, non è chiaro; ma in tempi storici praticavano il mazdeismo, religione che aveva il suo profeta in Zoroastro e il suo simbolo nel fuoco.

L’unico vero
Di certo, però, quegli astronomi-indovini-sacerdoti non furono mai re. O meglio: un’eccezione alla regola ci fu, nel 522-521 a. C., quando uno strano mago, donnaiolo e mutilato delle orecchie, tale Smerdi àlias Gaumata, scippò il trono e l’harem a re Cambise II, assente da casa, cercando poi consensi al golpe col metodo più vecchio del mondo, cioè abbattendo le tasse. Narra Erodoto: “Mandò qua e là a ogni popolo sotto il suo dominio a proclamare che concedeva l’esenzione dal servizio militare e dai tributi per tre anni”.
Quell’unico “re magio” della Storia non poté mantenere la promessa, perché durò solo 7 mesi; poi finì decapitato. Non lo imitò più nessuno, anche perché contro i magi scattarono persecuzioni. Ma ai tempi di Gesù tutto ciò era preistoria: l’Impero persiano era finito da un pezzo e i magi avevano ripreso i loro riti e i loro studi astronomici; avevano quindi tutti i titoli per fare da protagonisti in un racconto “magico” come quello a noi noto.

Verità storica?
Il testo di Matteo è però attendibile? Gli storici sono scettici. «Tutto lascia pensare» osserva Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo a Bologna «che la vicenda dei Magi sia solo un artificio letterario-propagandistico. Matteo scrisse intorno all’anno 80, quando la nuova religione si stava diffondendo fuori dalla Palestina. Probabilmente il suo vangelo volle lanciare un messaggio ai non-Ebrei, dicendo che Gesù si era rivelato anche e soprattutto a loro: infatti per gli Ebrei i magi erano “gentili”, cioè pagani; eppure, secondo Matteo, seppero dell’arrivo del Messia prima del clero di Gerusalemme».

Forzati
«Nel racconto evangelico» aggiunge Francesco Sforza Barcellona, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Roma-Tor Vergata «ci sono messaggi in codice anche per gli Ebrei. Evidente è lo sforzo di far quadrare la figura di Gesù con le profezie bibliche. Per esempio nel Salmo 71 (ora 72) si prediceva che al Messia sarebbe stato donato “oro d’Arabia” e che “i re degli Arabi e di Saba” (leggi Yemen) gli avrebbero “offerto tributi”. Ed ecco l’adorazione dei Magi, che con il loro oro “legittimano” Gesù in base ai parametri biblici».
Non è tutto. Nell’Antico Testamento il Libro dei numeri narra che ai tempi di Mosè un indovino, tale Balaam, aveva lanciato una truce profezia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set” (Nu, 24: 17). Da quel versetto gli Ebrei avevano dedotto che il Messia, destinato a far trionfare Israele sui suoi nemici, sarebbe stato annunciato da un astro eccezionale. Ed ecco che Matteo, puntualmente, abbina la nascita di Gesù a una strana stella: una cometa, secondo l’interpretazione corrente.
Dove sarebbero sepolti?

“In quella città son seppelliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli” annotava Marco Polo passando nel 1272 vicino a Saba (oggi Saveh), città a sud-ovest di Teheran famosa per le sue melagrane.

Ma la “scoperta” di messer Marco è tutt’altro che attendibile. Della tomba oggi non c’è più traccia; inoltre, secondo la tradizione, a quell’epoca i resti dei “Tre Re” avrebbero dovuto essere altrove.

All’inizio del IV secolo, infatti, santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, era tornata da Gerusalemme con tre salme mummificate, accreditate come i resti dei Magi, e le aveva portate a Costantinopoli, nella basilica di Santa Sofia.

Da lì sant’Eustorgio, vescovo di Milano, intorno al 345 le aveva trasferite nel capoluogo lombardo, nella chiesa che oggi porta il suo nome. 

Il sarcofago che le accolse esiste ancora, ma è vuoto: nel 1164 il Barbarossa, dopo aver occupato la città ribelle, razziò le presunte reliquie e le portò a Colonia, dove si trovano tuttora, salvo pochi frammenti, restituiti nel 1903 alla chiesa milanese e oggi custoditi in un’urna.

Declassati
Se si pone l’accento solo sugli intenti propagandistici di Matteo, il discorso può fermarsi qui: i Magi vanno declassati da persone reali a meri simboli. Come Gog e Magog, personificazioni della guerra nell’Apocalisse. O, più laicamente, come la strega di Biancaneve, incarnazione del male nella fiaba dei fratelli Grimm.
Per giunta, sulla storia dei Magi gravano almeno altri due elementi di dubbio.
Il primo: il Vangelo di Matteo è l’unico a raccontarla.
Il secondo: intorno all’Anno Uno nessuna cometa visibile a occhio nudo si avvicinò alla Terra.
In realtà il primo dubbio è infondato, perché la “solitudine” di Matteo è solo presunta: infatti, se si allarga lo sguardo oltre gli evangelisti canonici, si scopre che a parlare dei Magi sono anche altri 4 testi antichi, definiti apocrifi dalla Chiesa (cioè esclusi dalla Bibbia). Tre (Vangelo arabo-siriaco, Vangelo armeno dell’infanzia e Pseudo-Matteo) sono effettivamente tardi (dal V secolo in poi). Ma uno no: si tratta del Protovangelo di Giacomo, scritto pochi decenni dopo il testo di Matteo. Quindi le fonti primarie per la storia dei Magi sono almeno due.

Senza cometa
L’assenza di “stelle con la coda”, invece, è un dato certo. Secondo calcoli moderni, infatti, la cometa di Halley, la più brillante fra quelle che hanno un periodo di rivoluzione breve, apparve nell’87 e nel 12 a. C., per tornare solo nel 66 d. C., quindi fuori dall’arco di tempo utile. Intorno all’Anno Uno passò invece la cometa di Encke, ma non era visibile a occhio nudo. E infatti nessuno la notò. Si è pensato anche a una possibile cometa irregolare, ma ricerche nei testi laici antichi non hanno portato a trovare citazioni dell’astro.
L’inutile “caccia al tesoro” dura da secoli, anche perché la materia prima abbonda: infatti la comparsa di comete fu diligentemente annotata sin da tempi remoti sia in Cina che in Occidente. Limitando il campo alla letteratura latina, gli autori che trattarono l’argomento furono almeno quattro: Tacito, Svetonio, Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe.
Fra tutti, il più scrupoloso “notaio” di fenomeni celesti fu Plinio, che nei due secoli a cavallo dell’Anno Uno registrò ben 7 “stelle con la coda” (Halley compresa) tutte però lontane dalla nascita di Gesù.


Stelle dipinte
È l’addio definitivo alla credibilità della storia dei Magi? No, perché la “cometa di Gesù” è un falso che prese piede solo nel Medioevo. A ufficializzarlo non fu un teologo ma un pittore, che in un affresco a Padova (vedi foto qui accanto) abbinò i Magi a un astro con la coda. Era Giotto, suggestionato da un’esperienza personale: «Quando dipinse la stella di Betlemme» osserva Roberta Oslon, studiosa di storia dell’arte «la rese come una cometa, che aveva osservato realmente anni prima». Infatti l’affresco è del 1303 circa, e Halley passò nel 1301. Ma Giotto prendeva un abbaglio, perché nessuno dei testi antichi ha mai abbinato i “Tre Re” a una cometa. Matteo parla genericamente di una stella, ovviamente anomala, visibile in due tempi distinti: prima durante il viaggio dei Magi verso Gerusalemme, poi durante il trasferimento a Betlemme. E Giacomo riferisce di “una stella grandissima, che brillava tra gli altri astri e li oscurava, tanto che le stelle non si vedevano più”. Lo Pseudo-Matteo si allinea, parlando di “un’enorme stella [...] la cui grandezza non si era mai vista dall’origine del mondo”.

Enigma svelato
Dunque a che astro alludevano i testi antichi? «Il fenomeno astronomico più probabile» risponde Corrado Lamberti, direttore della rivista Le Stelle «è una congiunzione Giove-Saturno che ebbe luogo nel 7 a. C.: quell’anno i due pianeti si trovarono nel cielo uno vicino all’altro per ben tre volte. La tesi ha una certa credibilità, anche perché sono state trovate effemeridi babilonesi (cioè tavolette col calcolo dei movimenti degli astri, ndr) relative all’evento, segno che al fenomeno si accordò notevole importanza».
La teoria non è recente: a formularla fu l’astronomo tedesco Johannes Kepler. Nel 1603 osservò una congiunzione fra pianeti, che abbinati sembravano un’enorme stella. Colpito, calcolò se il fenomeno poteva essersi verificato anche nell’Anno Uno: concluse di no, ma scoprì che una congiunzione c’era stata più volte nel 7 a. C. Scrisse perciò un trattato (De anno natali Christi) in cui sosteneva che la data di nascita di Gesù andava anticipata.
Può sembrare una conclusione eccessiva, ma in effetti il nostro calendario sbaglia. L’errore risale a un monaco del VI secolo, Dionigi il Piccolo, che inaugurò l’uso di contare gli anni dalla nascita di Gesù, ma partì da una data posteriore a quella vera. Oggi si dà per certo che Cristo, paradossalmente, nacque avanti Cristo: minimo 4 anni, massimo 8.
Stando così le cose, tre fatti appaiono certi: che intorno all’anno della nascita di Gesù ci fu davvero una “stella” anomala; che questo astro apparve più volte a intermittenza, come dice Matteo; e che certi astronomi orientali (“magi”) l’avevano notato, come provano le effemeridi di cui parla Lamberti.

Dal Catechismo

Ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 528) a proposito dei Re Magi.

L'epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d'Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, essa celebra l'adorazione di Gesù da parte dei «magi» venuti dall'oriente. In questi «magi», che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell'incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai Giudei e ricevendo da loro la Promessa messianica quale è contenuta nell'Antico Testamento. L'epifania manifesta che «la grande massa delle genti» entra nella famiglia dei patriarchi e ottiene la «dignità Israelitica».

Passaporto iraniano
Quindi il racconto evangelico, trattato con scetticismo dagli storici, acquista più credito presso gli astronomi: proprio grazie all’elemento che sembrava il più fantasioso (la stella) i Magi escono dalla dimensione fiabesca per diventare personaggi storicamente possibili. A una condizione però: che si resti agli scarni racconti di Matteo e di Giacomo, sfrondando i Tre Re da tutti gli attributi che la tradizione ha poi appiccicato loro addosso. Via la cometa, dunque; ma anche via le corone, i nomi, il numero tre. Anche se può stupire, infatti, il Vangelo di Matteo non dice mai che i Magi fossero re, né che fossero tre: parla genericamente di “alcuni”. «Tanto che le immagini più antiche» osserva Sforza Barcellona «ne raffigurano a volte 2, altre 4 o addirittura 12». Indicazioni ancora più generiche sono quelle sulla patria dei Magi: Matteo parla solo di “Oriente”. E l’ipotesi corrente è che alluda all’attuale Iran, dove il mazdeismo aveva le sue radici e dove tuttora una città (Yazd) è abitata da 12 mila zoroastriani, adoratori del fuoco sacro. Ai tempi di Gesù, però, i magi non erano più un’esclusiva medo-persiana: gli Atti degli apostoli ne citano uno a Samaria e un altro a Cipro. Quindi la parola “Oriente” potrebbe indicare altri Paesi a portata di cammello. Magari l’Iraq, dove furono trovate le famose effemeridi babilonesi. O la Penisola arabica, dove sembra indirizzare l’“analisi merceologica” del testo di Matteo: infatti l’unica regione che produceva tutti e tre i doni dei Magi (oro, incenso e mirra) era l’Arabia Felix, corrispondente all’attuale Yemen e al Sud dell’Oman.

Carovanieri
Ma se Matteo è così scarno di notizie, da dove vengono tutti i dettagli della tradizione? Dagli apocrifi, ricchi di “notizie” divertenti quanto fantasiose. Per esempio il Vangelo armeno dice di sapere la durata del viaggio dei Magi (9 mesi) e i loro nomi e fa l’inventario del carico della loro carovana, che trasportava più merci di un corteo di camion dell’Esselunga: oltre a oro, incenso e mirra aveva con sé anche aloe, porpora, mussolina, nardo, cannella, cinnamomo, argento, zaffiri, perle, lino e libri esoterici.
Non è tutto: nello stesso testo si legge che i Magi erano tre fratelli, re di Arabi, Indi e Persiani; che avevano un seguito di 12 mila cavalieri; che a Betlemme furono preceduti addirittura da Eva, risorta per l’occasione; infine che la rabbia di Erode per la nascita del Messia fu tale da causare un terremoto. Altrettanto fantasioso è il Vangelo arabo-siriaco, secondo cui i Magi tornarono in patria con un pannolino di Gesù, che tentarono poi di bruciare ritualmente sul fuoco sacro. Invano: le fiamme si spegnevano e il pannolino restava intatto.
È chiaro che tutto ciò non ha alcun valore storico, neanche alla lontana: prova solo lo sforzo di far giungere il messaggio cristiano ai popoli orientali usando temi e simboli a loro familiari. Per esempio la storia del pannolino incombustibile era un’evidente allegoria, studiata per dire ai Persiani che Gesù era più potente del loro fuoco sacro. E la maxi-scorta dei 12 mila cavalieri era un tentativo di conciliare Cristo con una profezia di Zoroastro, secondo cui l’arrivo del Saoshyant (il Messia mazdeista) sarebbe stato accolto con onori regali.

Antenati dei Puffi
Ma se togliamo le corone e gli attributi regali a cui ci ha abituato la tradizione, come dobbiamo immaginare i veri Magi? Semplice: con pantaloni aderenti, tuniche corte, scarpe a punta ricurva e ampi mantelli sulle spalle; ma soprattutto col capo coperto dai tipici “berretti frigi” che rendevano gli antichi Persiani simili ai moderni Puffi disegnati da Peyo. Così, almeno, li raffiguravano tutte le immagini paleocristiane; compreso un mosaico che un tempo si trovava sulla facciata della Basilica della Natività a Betlemme, dove tutto era iniziato. Perciò, se il prossimo Natale volete fare un presepe corretto, al posto delle tre statuine dei Magi mettete da due a dodici Puffi. A qualcuno potrà sembrare blasfema irriverenza, invece è solo un omaggio alla Storia.


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