Fritz Haber e il primo attacco chimico della storia moderna

Prima guerra mondiale: 22 aprile 1915, fronte delle Fiandre. Per la prima volta nella storia militare viene lanciato un attacco su vasta scala con armi chimiche. Si alza una nube verdastra: inizia così l’era dei mezzi di distruzione di massa. Il nome di Ypres, in Belgio, teatro della battaglia, diventa tristemente famoso in tutto il mondo per l’uso in combattimento dei gas asfissianti a base di cloro, sviluppati da un diabolico ma geniale chimico tedesco: Fritz Haber.

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Prima guerra mondiale: inizia l’era delle armi chimiche. In aprile del 2015 le truppe tedesche attaccano per la prima volta con i gas asfissianti, che gli inglesi cominceranno a utilizzare nel settembre dello stesso anno.

Autunno 1914: i fronti occidentali vivono una situazione di stallo. L’avanzata dei tedeschi si è fermata, gli avversari stanno rintanati nelle trincee. Il conflitto è una guerra di posizione suicida dalla costa della Manica fino ai Vosgi. La conquista del terreno è resa quasi impossibile da un’innovazione tecnica a fuoco continuo: la mitragliatrice. Come la tedesca MG 08, la francese Hotchkiss o l’inglese Vickers, che durante gli attacchi in campo aperto falciano migliaia, decine di migliaia di soldati.


Il 22 aprile 1915 tuttavia avviene qualcosa di inaspettato: davanti alla città fiamminga di Ypres il fronte si apre. I francesi si ritirano senza opporre resistenza, le loro mitragliatrici non sparano più e le truppe tedesche avanzano. In Germania i giornali esultano, ma non scrivono una sola parola sui veri motivi dello sfondamento. Sul britannico Times invece gli inviati al fronte raccontano una cosa finora inconcepibile: una nube acre, di colore verde e alta come una muraglia si è propagata sul campo di battaglia, sospinta dal vento di nord-est. “In un attimo si udirono strane grida levarsi dalla nebbia verde, le quali a poco a poco diventavano sempre più flebili e sconnesse. Veniva avanti una massa di soldati barcollanti, che, raggiunti i nostri schieramenti, crollavano al suolo”. 


Il Daily Chronicle scrive: “Molti francesi erano intossicati e morivano; alcuni riuscivano a farcela, ma poco dopo diventavano neri in volto, tossivano sangue e cadevano a terra”.


Erano le vittime del primo impiego massiccio di armi chimiche nella storia militare. Il 22 aprile 1915 segna un punto di svolta nella strategia bellica.

 

Ha inizio l’epoca delle armi di distruzione di massa, legata al nome di uno scienziato tedesco: Fritz Haber.

 

Premio Nobel, criminale di guerra ricercato, scienziato visionario: Fritz Haber è il chimico geniale e diabolico che ha trasformato i gas in un'arma devastante.

La coppia maledetta. Nato il 9 dicembre 1868 a Breslavia (nell’odierna Polonia), figlio di un venditore di colori ebreo,  Haber si iscrive all’Università di Berlino, dove consegue la laurea in chimica nel 1891; tre anni dopo diventa assistente al Politecnico di Karlsruhe. È l’inizio di una folgorante carriera e Haber si dimostra un giovane di grande ambizioni.

 

A 23 anni si converte al cristianesimo. La Costituzione dell’Impero tedesco equipara le religioni dal 1871, ma il giovane chimico sa, vede e sperimenta che le posizioni importanti rimangono in genere precluse agli ebrei in tutto il Paese. Si presenta al servizio militare come volontario, cerca di diventare ufficiale, ma non viene scelto. 


Anche Clara Immerwahr ha studiato chimica. È la prima donna laureata a Breslavia e tra le prime in tutti gli altri atenei tedeschi. Lega molto con Fritz Haber, è l’amore della sua giovinezza, e lui cercherà disperatamente di dimenticarla per dieci anni, senza riuscirci. Nel 1901, quando Haber è già professore a Karlsruhe, la coppia si sposa. L’anno successivo nasce il figlio Hermann. Una donna e un uomo fuori del comune. La prima coppia di accademici del Reich. La dottoressa Immerwahr e il dottor Haber: una relazione in nome dell’amore per la scienza, che finirà in tragedia.


Il laboratorio delle grandi scoperte. Marzo 1909. Si spalanca una porta e Haber entra nella stanza. Trafelato, grida ai suoi colleghi: «Venite, scendete tutti! Dovete vedere cosa sta succedendo!». Gli uomini abbandonano le loro attività, corrono nel laboratorio di Haber e guardano incantati l’apparecchiatura, in particolare il recipiente in cui è raccolto un liquido: ammoniaca. Vengono subito portate delle bottiglie di spumante. Si tratta di una scoperta sensazionale di Haber, un momento magico per la chimica.

 

L’umanità viene liberata da un grande peso, perché l’ammoniaca liquida, il composto azotato che gocciola nel laboratorio di Haber a Karlsruhe, è la base del concime chimico, sostanza in grado di garantire la sopravvivenza di milioni di persone.


Nel corso dell’Ottocento vi è stata un’esplosione della popolazione a livello mondiale: solo in Germania, tra il 1800 e il 1900, il numero degli abitanti è raddoppiato, raggiungendo i 55 milioni. L’umanità rischia di andare incontro a una catastrofe causata dalla carestia se, in futuro, i contadini saranno costretti a incrementare i raccolti solo con l’aiuto di letame e compost o con il guano degli uccelli marini, che è ricco di azoto e fa crescere le piante, ma deve essere importato dal Sudamerica.

Il piccolo reattore sperimentale utilizzato da Haber per ottenere ammoniaca dall'azoto e ossigeno contenuti nell'aria.

LA CHIMICA CHE SCONFIGGE LA FAME. Le riserve di guano non sono infinite, mentre l’azoto è un componente essenziale dell’aria. Il problema è che finora nessuno è riuscito a fissarlo chimicamente, almeno su scala industriale, ma nel 1909 diventa possibile grazie al genio visionario di Fritz Haber, all’arte ingegneristica (supportata da ingenti capitali) di Carl Bosch della Basf, a un bravo assistente, Alwin Mittasch, che, dopo una serie infinita di esperimenti, mette a punto il catalizzatore perfetto, e infine ai progressi nel settore metallurgico: infatti il “processo Haber-Bosch” funziona solamente con tubi d’acciaio in grado di sopportare l’enorme pressione che si sprigiona durante questo metodo di sintesi. Facendo reagire l’azoto dell’aria con l’ossigeno ad alta pressione e a una temperatura di diverse centinaia di gradi, Haber riesce a ottenere un composto stabile: l’ammoniaca.

 

Bosch sviluppa i reattori per la prima fabbrica a Ludwigshafen. Haber diventa ricco, partecipando ai milioni di utili della Basf fino alla metà degli anni Venti, ma soprattutto famoso. Il figlio di un commerciante ebreo di Breslavia andrà a dirigere il neonato Istituto di Chimica fisica ed Elettrochimica di Berlino. Clara e Fritz Haber acquistano una villa accanto all’Istituto nel quartiere di Dahlem; presto diventa il punto d’incontro dell’élite accademica, che il padrone di casa intrattiene con i suoi modi affascinanti, affabili e spiritosi, mettendo in versi lettere, comunicati e addirittura domande informali. Incoraggia i suoi studenti e invita i colleghi ad allegre gite aziendali.


Doppia personalità. Haber tiene banco fumando il sigaro e la comunità scientifica pende dalle sue labbra. Il chimico tedesco aiuta Einstein a trasferirsi a Berlino. Sembra una missione impossibile: trasformare l’individualista, l’internazionalista, il socialista, l’estremista Einstein in uno zelante funzionario prussiano. Ma Haber ci riesce e tra questi due uomini così diversi nasce addirittura un’amicizia.

 

Tuttavia il carattere di Haber ha anche dei lati oscuri: può essere lunatico, arrogante, presuntuoso. Un’indole irrequieta, che mostra sempre più spesso i sintomi di quella che oggi si chiama sindrome da burnout. Deve prendersi una vacanza perché è prossimo all’esaurimento nervoso, ma non può partire perché nel frattempo è scoppiata la guerra: la nuova vocazione di Haber e, d’ora in poi, la sua grande passione.

 

Dalle stazioni iniziano a partire treni carichi di soldati e Haber, come tanti a quel tempo, si infiamma di un ardente spirito patriottico. Tuttavia è consapevole di un grande problema: l’Impero tedesco potrà combattere solo per qualche mese, di certo non oltre l’anno 1914, perché presto finiranno le munizioni a disposizione delle truppe. Il motivo è semplice: la polvere da sparo è prodotta con il salnitro, che viene dall’America Latina, ma le vie marittime sono bloccate dalle navi britanniche. Il suo laboratorio chimico, però, offre una soluzione anche a questo problema: dall’ammoniaca infatti è possibile ottenere non solo fertilizzanti, ma anche acido nitrico, la base degli esplosivi. 

Haber ideò un metodo per rilasciare il gas dalle trincee germaniche e soffiarlo verso quelle avversarie: i soldati dovevano attaccare le postazioni nemiche stando sempre dietro alla nube tossica.

La chimica che sconfigge il nemico. Inizia una congiuntura favorevole per l’industria chimica tedesca. Nascono nuove fabbriche, come gli stabilimenti di Leuna, nella Germania Centrale. Le aziende chimiche registrano un’enorme domanda per soddisfare il fabbisogno dell’artiglieria. Milioni di granate esplodono al fronte, ma né i tedeschi né gli Alleati riescono a bombardare efficacemente le posizioni nemiche. Haber sa che non è possibile continuare così. Bisogna uscire dall’impasse, altrimenti l’umore della popolazione potrebbe crollare. Così lo scienziato trova di nuovo una soluzione: con la chimica ha sconfitto la fame, ha impedito l’arrestarsi della macchina bellica tedesca e ora, sempre grazie alla chimica, vuole porre fine alle ostilità e regalare la vittoria al Reich. 


L’idea della guerra chimica non è nuova. La Gran Bretagna ha fatto esperimenti con armi chimiche qualche anno prima, utilizzandole forse già nella Seconda guerra boera, mentre nell’agosto 1914 i francesi attaccano, senza successo, le postazioni tedesche con lo xilil bromuro, una sostanza prodotta per la polizia di Parigi che ha lo stesso effetto del gas lacrimogeno. Questo episodio verrà sfruttato da Haber come giustificazione per dimostrare che sono stati i francesi a dare il via alla guerra chimica.

 

La maschera antigas diventa presto parte integrante della dotazione standard dei soldati.

Cavia. Ma lo scienziato tedesco ha in mente un progetto di gran lunga più ambizioso: armi che hanno il potere di scioccare il nemico a tal punto da demoralizzarlo e costringerlo alla resa. I primi esperimenti non producono esiti soddisfacenti. Haber opta per il gas di cloro, rilasciato da recipienti in pressione, e fa da cavia per un esperimento: durante un’esercitazione militare si lancia a cavallo nella nube tossica, barcolla, viene assalito da una tosse spasmodica e, alla fine, portato via in barella. 


Le autorità militari restano impressionate: 6 mila bombole d’acciaio, riempite con 150 tonnellate di cloro, vengono trasportate, sotto il controllo di Haber, nelle trincee di una zona larga sei chilometri sul fronte delle Fiandre.

 

Il primo attacco chimico. Il 22 aprile, verso le 18, con il vento a favore, i soldati aprono le valvole. Un gas giallo-verde si propaga nella terra di nessuno e invade le buche nemiche. Cinque minuti dopo è tutto finito: appena la nube si dirada, 1.200 francesi, forse anche di più, giacciono avvelenati nelle loro trincee. Il gas ha bruciato occhi e polmoni di migliaia di uomini.

 

Chi riesce fugge in preda al panico. I tedeschi assaltano il varco che si è aperto, ma non riescono a dare una svolta decisiva alle sorti del conflitto. Le truppe disponibili sono troppo poche per poter estendere l’attacco e incalzare gli avversari, consolidando il terreno conquistato. Ma ora l’idea di vincere la guerra con i gas non è più considerata folle. Haber viene convocato dal Kaiser, che lo nomina capitano. Pare che il chimico tedesco abbia pianto di gioia.

LA MORTE BUSSA ALLA PORTA DI CASA. Anche la dottoressa Clara Haber, nata Immerwahr, piange, ma per disperazione. Fritz è appena rientrato a Berlino dopo il primo attacco con i “suoi” gas a Ypres e festeggia il trionfo con alcuni ospiti. Quella stessa notte Clara si uccide con la pistola del marito nel giardino della villa a Dahlem.

La chimica Clara Immerwahr, moglie di Haber. Si suicidò con la pistola del marito dopo il primo attacco con i gas a Ypres.

La Immerwahr accusa il marito di abusare della scienza, ma lui si giustifica dicendo che la guerra costa troppe vite ogni giorno e va conclusa. Lei replica che senza il suo metodo per produrre gli esplosivi, il conflitto sarebbe già finito da tempo. Un’affermazione che per Haber equivale al tradimento della patria. 


Ma la guerra chimica di Fritz Haber non è il motivo principale del suicidio di Clara, anche se la donna era una pacifista contraria all’impiego dei gas tossici in combattimento. 


Sicuramente aborriva la guerra chimica, ma soprattutto odiava vivere all’ombra del marito, che nel frattempo era diventato famoso, ricco e potente. «Ciò che Fritz ha conquistato io l’ho perso», ammette otto anni dopo il suo matrimonio. Il confronto tra i due è impietoso: Haber è un astro nel firmamento della scienza, la moglie solo un’assistente di laboratorio del marito. In Germania una Marie Curie, iscritta alla Sorbona di Parigi con altre 200 donne e vincitrice di due premi Nobel, è impensabile. Hermann, il figlio di 12 anni, che quella notte di primavera scopre il corpo senza vita della madre in giardino, si suiciderà nel 1946 alla stessa età di Clara, 44 anni.


Ma Haber non può perdere tempo, deve vincere una guerra mondiale. Subito dopo la morte della moglie parte per il fronte orientale, dove è previsto un nuovo attacco con i gas.

 

I giornali dell'epoca iniziano a raccontare la terribile

Scienza e fanatismo. Lavora come un indemoniato. È un fanatico, un genio organizzativo dotato di intelligenza diabolica: addestra le unità speciali, sta sempre in prima linea, a Ovest come a Est, siede al tavolo dei negoziati, intorno al quale riunisce scienziati, industriali e militari, e dirige il suo Istituto a Berlino, dove svolge attività di ricerca fino a tarda notte per fare nuove e letali scoperte, come la cosiddetta “regola di Haber”, una formula che consente di confrontare la tossicità di varie sostanze velenose se inalate.


L’uso di gas asfissianti a base di cloro dipende dalle condizioni del tempo, aspetto particolarmente rischioso sul fronte occidentale, dove il vento soffia quasi sempre in direzione contraria ai tedeschi. Quale generale può permettersi di lasciare le truppe nelle retrovie per settimane prima che i meteorologi diano il via libera? Haber ha imparato la lezione del successo solo parziale di Ypres ed è convinto che vadano impiegati agenti chimici più potenti. 


Gas inglesi e francesi. E si dimostra lungimirante, perché la risposta degli Alleati non si fa attendere: il 25 settembre 1915 le forze britanniche lanciano il primo attacco con i gas nella battaglia di Loos, in Francia, liberando ben 140 tonnellate di cloro in una giornata senza vento; il gas ristagna nella terra di nessuno e una parte torna addirittura indietro verso le posizioni inglesi.

 

Ciononostante, Loos segna un momento cruciale. La speranza di Haber di porre fine alla Prima guerra mondiale con le armi chimiche non si realizza. I gas tedeschi non hanno scioccato né piegato il nemico, bensì suscitato un rabbioso desiderio di rivalsa. Inizia la corsa ad armamenti chimici sempre più atroci e in quantità sempre maggiori.

 

Per Haber il vaso di Pandora è un cilindro in acciaio da cui si sprigiona gas di cloro. Nel febbraio 1916 i francesi utilizzano il fosgene, che risulta sei volte più letale.

 

Gas mostarda. L’escalation culmina con l’iprite (il famigerato “gas mostarda”), impiegata dai tedeschi due anni dopo il primo attacco chimico, ancora una volta, presso Ypres, città da cui prende il nome. In origine l’iprite era chiamata Lost, dalle iniziali dei cognomi di Wilhelm Lommel e Wilhelm Steinkopf, due collaboratori di Haber. Non si tratta di un gas ma di un liquido, il cui impiego è meno legato alle condizioni del vento.

 

Il Lost risulta mortale sotto forma di goccioline oppure si raccoglie nelle pozzanghere del terreno, che diventano così trappole micidiali. Fa effetto attraverso il contatto con la pelle o per inalazione dei vapori. È una sostanza subdolamente tossica, perché all’inizio i soldati avvertono solo un leggero odore di senape e quindi non si proteggono, poi però l’effetto cutaneo è paragonabile a quello di ustioni o irritazioni gravi. Le ferite difficilmente guariscono e i vapori provocano cecità e lesioni polmonari. Le conseguenze si ripercuotono sull’intero sistema sanitario del Paese: spesso le vittime dell’iprite devono essere sottoposte a mesi di terapia intensiva.

Si stima che durante la I guerra mondiale i morti per gli attacchi con gas siano stati almeno 80 mila.

Tattiche chimiche. Ogni veleno ha il suo impiego strategico in battaglia. Il Lost serve per effettuare attacchi intossicanti contro nemici ignari. Un’altra tattica particolarmente insidiosa prevede l’uso combinato di granate (contrassegnate con croci di colore bianco, verde, giallo o azzurro) che rilasciano sostanze in sospensione non mortali, ma irritanti e sufficientemente fini da penetrare attraverso i filtri antigas e innescare attacchi di tosse così violenti che i soldati devono togliersi la maschera; a questo punto viene sferrato l’attacco con il gas letale. Anche questa è un’invenzione del laboratorio di Haber.

 

Di lì a poco inizia l’impiego su larga scala di fosgene, cloropicrina, arsenico e iprite, contenuti in bombe e mine rilasciate contro le postazioni nemiche. «Gas!» diventa un grido di battaglia sempre più frequente.

 

Negli ultimi due anni di guerra circa un terzo di tutti i proiettili di artiglieria contiene agenti chimici. Si sviluppa anche una nuova forma di combattimento ravvicinato, in cui si cerca di strappare via la maschera antigas al nemico in mezzo alla nube tossica. È difficile stabilire il numero esatto di vittime.

 

vittime del gas. Durante la Prima guerra mondiale oltre un milione di soldati sarebbe stato colpito da armi chimiche, provocando almeno 80 mila morti, ma forse molti di più. Non è possibile calcolare quanti siano i militari deceduti dopo la fine del conflitto per i postumi delle lesioni causate da sostanze tossiche. Un bilancio terribile, eppure irrilevante se paragonato al numero totale di vittime della Grande guerra: circa 10 milioni di morti e 20 milioni di feriti. Le armi chimiche non saranno comunque sufficienti per assicurare la vittoria, è l’entrata in guerra degli Usa, che mandano al fronte forze fresche, a segnare la disfatta dell’Impero tedesco.

Nel 1918 Fritz Haber vince il Nobel per la chimica per la sintesi dell’ammoniaca. Ritirerà il premio solo nel 1920 e in seguito l’Accademia di Stoccolma definirà il riconoscimento una “gravissima offesa per tutta l’umanità”.

CRIMINALE DI GUERRA E PREMIO NOBEL. È anche la sconfitta personale di Fritz Haber. La sua guerra, le sue scoperte non hanno avuto alcun senso. Il Kaiser abdica e l’impero sprofonda nel caos. Per le potenze vincitrici Haber è un criminale di guerra e lo scienziato tedesco fugge in Svizzera.

 

L’uso dei gas tossici è una violazione della Convenzione dell’Aia, ratificata anche dalla Germania, ma in seguito Haber cercherà di addurre varie scuse davanti a una commissione d’inchiesta parlamentare: «Non mi sono mai curato dell’ammissibilità delle armi chimiche sul piano del diritto internazionale», ha ripetuto più volte.

 

Sulla base delle udienze, il nuovo Stato democratico tedesco, sorto sulle macerie del Reich, giustifica la condotta di Haber. Gli Alleati hanno già ritirato la domanda di estradizione nei suoi confronti, così Haber torna a occuparsi di gas chimici, che continua a reputare l’arma del futuro: economica ed efficiente. In patria il suo lavoro è ostacolato dalle limitazioni sugli armamenti imposte alla Germania dal Trattato di Versailles, perciò Haber presta la sua opera ad altri Paesi, per esempio la Spagna, che impiega l’iprite per reprimere le insurrezioni in Nordafrica nel 1924. O all’ex nemico russo, che sotto la direzione di Haber costruisce fabbriche di armi chimiche. Haber in patria non è più un eroe, ma una canaglia, e si lascia crescere la barba per non essere riconosciuto.

 

Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva la sua riabilitazione ai massimi livelli: nel 1918 Fritz Haber vince il Nobel per la chimica per la sintesi dell’ammoniaca. Ritirerà il premio solo nel 1920 e in seguito l’Accademia di Stoccolma definirà il riconoscimento una “gravissima offesa per tutta l’umanità”.

 

Vittima dell'odio razziale. Arriviamo al 1933. Improvvisamente Haber è di nuovo un ebreo. Agli occhi dei fanatici della razza il battesimo non è sufficiente per essere ariani, quindi il suo Istituto a Berlino diventa bersaglio della diffamazione nazista. Haber rinuncia al suo posto, prima di essere licenziato. Emigra in Inghilterra, dove si rifugia presso l’Università di Cambridge; nel 1934, durante un viaggio muore in un albergo di Basilea.

 

Negli ultimi anni di vita aveva fatto in modo che i suoi collaboratori ebrei a Berlino trovassero lavoro all’estero. In questo modo molti riescono a sottrarsi alle persecuzioni razziali, a differenza di chi non ha potuto espatriare e ha trovato la morte ad Auschwitz. Come la figlia della sorellastra di Haber, per esempio, uccisa insieme al marito e ai figli dallo Zyklon B, il gas velenoso utilizzato nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti. Un insetticida a base di acido cianidrico, sviluppato negli anni Venti proprio dallo stesso Haber, genio diabolico della chimica.

 

Fred Langer per Geo Italia 113

04 Aprile 2017