La paura dei buchi nata sul web: esiste?

Tripofobia: pura invenzione o vera fobia? Facciamo il punto (qui la notizia senza le immagini).

alveare
|image via Peakpx
Molti lettori hanno chiesto su Facebook di poter leggere una versione di questa notizia senza le immagini che provocano i disagi di cui si parla qui: è evidente che la tripofobia potrebbe essere più diffusa di quanto si pensi, oppure che sia latente e che alcune immagini possano dare fastidio più di quanto ci piaccia ammettere. La pagina senza le immagini di cui si parla è a questo link.

 

L’immagine di un alveare, come la foto qui sopra, vi crea disagio - o addirittura paura? Potreste soffrire di tripofobia (trypofobia), l’ultima in ordine di tempo a essere entrata nel campionario delle fobie, ufficialmente nel 2005. Così giovane che per qualcuno è figlia di internet e delle chiacchiere sui social.

 

La tripofobia è l’immotivato timore dei materiali o degli schemi a buchi, naturali o artificiali. La sua genesi ci porta - forse non sorprendentemente - ai commenti su internet e ai social media. Nel 2003, un'immagine fotoshoppata del fiore di loto che spuntava dal seno di una donna si diffuse in e-mail a catena insieme alla storia inquietante di come la protagonista fosse tornata da una spedizione in Sud America con larve nel corpo.

 

Le fobie sono paure che sfociano in angoscia. Non riguardano solamente insetti e malattie: dall'amore alle bacchette cinesi, sono molte le cose che possono generare grandi e spesso immotivate paure. Ecco 10 fobie che forse non conoscevi, a partire dalla decidofobia...

Che cosa fa paura? Era una bufala, ma i commenti fecero capire che, collettivamente, i "buchetti" suscitavano quantomeno orrore, e neppure tanto irrazionale - nel caso specifico dei segni (benché fasulli) sulla pelle della donna. A trovarle un nome ci pensò due anni dopo Louise, una blogger irlandese, che mise assieme "trypo" (parola greca per "fori") e "fobia" (equivalente greco di paura).

 

Le immagini responsabili di questa fobia (non riconosciuta dalla medicina) includono oggetti naturali, come il nido d'ape o il fiore del loto, e artificiali - come il cioccolato emulsionato e i tubi impilati. Nonostante la natura apparentemente innocua, immagini come queste possono (pare) indurre una serie di sintomi, inclusa ansia, sintomi corporei legati alla pelle (come prurito) e reazioni fisiologiche come la nausea.

 

Cosa dice la scienza? Ad oggi c'è meno di una manciata di studi sulla tripofobia: secondo alcuni sarebbe una forma di disgusto, piuttosto che un timore irrazionale, e può essere una risposta evolutiva a un pericolo. Un lavoro del 2011 avanza l'ipotesi che potrebbe essere una risposta istintiva alle caratteristiche visive dei motivi bucherellati, piuttosto che il risultato di un'associazione con animali velenosi: gli psicologi suggeriscono che questo "disagio primitivo" potrebbe peggiorare quando siamo esposti al pericolo - ma anche se esposti a immagini di oggetti bucherellati, anche se fotoritoccate (ecco perché si dice sia figlia del web).

 

| Leo Reynolds/Flickr, CC BY-NC-SA

Questioni di geometria. Ma se invece la fobia nascesse dalla difficoltà del cervello di elaborare immagini con pattern matematici? È la tesi dello psicologo Arnold Wilkins (riassunta in un articolo del marzo 2016 su The Conversation), che, facendo riferimento a strutture come quella della foto qui a fianco, affermava: «Sembra che siano schemi di questo genere a muovere emozioni spiacevoli: immagini con queste caratteristiche richiedono un maggiore impegno del cervello, per essere elaborate. Richiedono, senza uno scopo razionale, più ossigeno: un lavoro inutile, che crea disagio».

 

Le immagini tripofobiche sarebbero dunque quelle più scomode da guardare? Se l'interpretazione è corretta resta comunque da capire perché solo alcune persone sperimentino una risposta emotiva forte.

 

«Le immagini di muffe e di lesioni cutanee hanno proprietà geometriche simili a quelle delle immagini che sembrano indurre disagio», afferma lo psicologo, che ora con tecniche di indagine clinica vorrebbe verificare se quelle immagini che creano disagio inducono anche un'eccessiva ossigenazione del cervello. «Forse il disagio e la repulsione agiscono da meccanismi di difesa automatici proprio per evitare l'eccessiva ossigenazione del cervello», conclude Wilkins.

26 Giugno 2017