Quale fu il primo Lp ad avere la copertina illustrata?

Una volta i dischi non avevano copertina. Poi un giorno...

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La prima copertina illustrata di un disco, con ciò che si leggeva nella fustellatura del cartonato, sull'etichetta del vinile: lato A e lato B.

Un tempo i dischi erano contenuti in buste di cartone, marchiate tutt’al più con il logo dell’etichetta discografica. La busta aveva un foro circolare per mostrare il titolo e i nomi degli autori e degli esecutori stampati al centro. Nel 1939, la Columbia Records mise in produzione delle copertine illustrate (senza foro centrale) per tutti i dischi.

 

Smash song. Il primo Lp nella nuova versione fu una raccolta di brani scritti dal pianista Richard Rodgers e dal paroliere Lorenz Hart, autori di canzoni e musical. Il disco si intitolava “Smash Song Hits by Rodgers & Hart”.

 

L’autore della copertina era il grafico 23enne Alex Steinweiss che faticò non poco a convincere i discografici della Columbia ad accettare la sua intuizione.

 

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Quando poi le copertine divennero esse stesse "arte e comunicazione", almeno quanto la musica che custodivano, iniziarono i guai... Vedi: Musica e scandali, 10 copertine di dischi censurate.

 

I dischi con la copertina divennero subito dei best sellers e i capi della Columbia misero da parte ogni timore per i costi aggiuntivi dovuti alla stampa colorata.  E avevano ragione: una nuova registrazione dell'Eroica di Beethoven (dunque neppure un'opera nuova di zecca) con la copertina grafica segnò un aumento delle vendite del 900%.

 

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Alex Steinweiss nel 1947.

Steinweiss realizzò nella sua carriera oltre 2500 copertine di album di classica, jazz e pop per le case diverse case discografiche. Molte sono oggi divenute leggendarie e quindi ricercatissime dai collezionisti.

 

Tra le più note quella del disco di George Gershwin “Rhapsody in Blue” e la “Sonata per pianoforte n. 5” di Beethoven su cui vi è il primo disegno di quel prisma multicolore che diventerà famosissimo per l’album “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.

 

Come scrive Nicola Iuppariello nel libro Il vinile al tempo dell'iPod:

 

La copertina è stata forma di espressione di artisti e quindi essa stessa è una espressione dell’arte.

 

Molte copertine sono state, infatti, create da importanti disegnatori e illustratori, e spesso interi libretti affiancano alla musica un lavoro grafico di qualità, trasformando il disco in un vero e proprio oggetto d’arte, un progetto di comunicazione relativo ai canoni artistici dell’epoca, ma non solo. Molte cover sono state realizzate da studi e da fotografie di artisti illustri quali ad esempio Andy Warhol. In Italia importanti disegnatori e fumettisti hanno realizzato bellissime illustrazioni che oggi sono dei riconosciuti e rispettati tocchi d’autore, e per fare solo alcuni esempi ricordiamo: Guido Crepax per il primo omonimo album “Nuda” di Garybaldi con la copertina apribile in tre parti; Milo Manara per “La Grande Avventura” di Riccardo Cocciante ed Hugo Pratt per “Mari del Sud” di Sergio Endrigo.

 

La copertina di un disco è inoltre una fotografia della società al momento in cui essa viene realizzata, risulta espressione del contesto, del momento e della musica che custodisce: la moda e le problematiche sociali, gli eventi e i simboli, vengono ripresi e diventano storia ed espressione attraverso la realizzazione di un’immagine statica di grande formato in bella mostra.

 

Le immagini che custodiscono il disco già lasciano percepire il tipo di musica che troveremo all’interno dell’album, i ritratti ci lasciano intravedere l’animo dell’artista e ci pongono in una sorta di sinergia, di unione, con esso prima ancora di ascoltarne la musica. Abbiamo immediatamente disponibile una rappresentazione dello spirito che anima i musicisti in un determinato contesto storico-culturale, e dell’approccio alla musica registrata.

 

I colori applicati a un’immagine sono così dei messaggi subliminali di quanto è presente all’interno del disco stesso, e ciò lo si può riscontrare, oltre naturalmente che attraverso l’ascolto della musica, anche attraverso la semplice lettura dei titoli e dei testi dei brani dell’album.

 

Molti generi musicali erano ben definiti, oltre che dai canoni musicali che li caratterizzavano, anche dalle immagini, disegni o fotografie, delle cover dei dischi a esso appartenenti.

 

In questi casi l’aspetto grafico assume una rilevanza particolare.

I colori accesi e le immagini indefinite caratterizzano i tratti della psichedelia (13th Floor Elevators, Iron Butterfly, Cream, etc.), la fantasia dei disegni e gli scenari immaginari quelli del genere progressive (Genesis, King Crimson, etc.)

 

La copertina di conseguenza non è una confezione per custodire l’album ma è parte integrante di esso: un supporto di una forma d’arte che a sua volta custodisce il supporto che ne contiene un’altra.

 

Essa è tutt’uno con l’album, l’illustrazione lo completa non solo dal punto di vista concettuale, fornendo come abbiamo riscontrato un’immagine alla musica, ma anche dal punto di vista estetico, diventando in alcuni casi un’icona indimenticabile.

 

Il rapporto tra musica e arti grafiche era strettissimo nell’epoca del vinile, intensificandosi nel corso degli anni Cinquanta e diventando inscindibile durante gli anni ’60, ’70 e ’80.

 

Molti dischi sono ricordati per la loro copertina prima ancora che per la loro musica.

 

Artisti famosi di vari periodi storici si sono cimentati nel dare un’identità visiva a singoli album, ma a volte anche a intere discografie di musicisti e gruppi, facendo in modo che nell’immaginario collettivo si identificasse con l’espressione visiva il genere e la musica.

 

Anche in questo caso gli esempi sono molteplici e, solo per riportarne qualcuno, ricordiamo Roger Dean per le copertine degli Yes, lo studio grafico Hipgnosis per i dischi dei Pink Floyd, Neon Park per la discografia dei Little Feat. In Italia i The Trip erano, e sono, riconoscibili grazie al lavoro dello Studio Up&Down, che tra le altre ha realizzato la magnifica copertina dell’album “Atlantide”.

 

Il gradimento e l’importanza della copertina è tutt’oggi testimoniato dal fatto che l’arte che su di esse ha trovato spazio ora trova sempre più riscontro negli eventi in cui vi sono mostre dedicate, ed ha creato un vero e proprio genere d’arte identificato dal termine “cover art”.

 

Conservare un capolavoro della musica custodito a sua volta in un capolavoro visivo è senza alcun dubbio motivo di ulteriore soddisfazione.

06 Luglio 2017