Maschi e femmine diversi per il cervello di papà

Anche il linguaggio che i padri usano con i loro bambini è diverso. Uno studio cerca di far luce su come si formano i pregiudizi di genere: siamo fatti così o influenzati dalla società?

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|Alamy/IPA

I papà parlano e si comportano con le figlie femmine in modo diverso che con i maschi. Un fatto noto e non sorprendente, su cui però un gruppo di ricercatori ha indagato con gli strumenti delle neuroscienze e della psicologia sociale, giungendo a conclusioni assai meno scontate del dato di partenza.

 

Papà on the record. Gli scienziati della Emory University hanno scelto di condurre il loro studio nel mondo reale, visto che uno dei principali limiti di questo genere di ricerche è che spesso in situazioni di laboratorio i comportamenti non sono spontanei e le risposte non sono sincere. Per l’esperimento, i ricercatori hanno registrato con un piccolo computer attaccato alla cintura le interazioni di 52 padri con i loro figli, 30 femmine e 22 maschi tra uno e tre anni, per un giorno durante la settimana e per uno nel week-end. Il dispositivo si attivava per 50 secondi ogni 9 minuti per registrare i suoni durante le 48 ore dell’esperimento, mentre durante la notte rimaneva attivo nella stanza del bambino.

 

Curiosità: tra i padri più premurosi del mondo (vedi) c'è il tamarino imperatore.

Diversità di giochi e parole. Dall’analisi delle registrazioni è emerso che i papà delle bambine hanno passato molto più tempo (cinque volte tanto) a cantare con le figlie di quanto hanno fatto i padri dei maschi. Inoltre, con le figlie, il genitore parlava più apertamente delle sue emozioni, tristezza inclusa, e nominava parti del corpo, “pancia”, “piede”, “guancia”, “ciccia” di quanto facessero i padri di maschietti. Che a loro volta hanno coinvolto i figli in giochi irruenti, con contatto fisico e lotta, tre volte più di quanto abbiano fatto quelli delle bimbe. Anche nel linguaggio sono state osservate delle differenze: ai maschietti ci si rivolge spesso utilizzando parole legate alla realizzazione, come “vincere”, “campione”, “migliore”, mentre i termini più usati con le femmine sono quelli del linguaggio analitico, “tutto”, “molto”, “sotto”.

 

Faccine sorridenti. Per la seconda parte dello studio, i padri hanno guardato foto di adulti e bambini sconosciuti, e del proprio, che esprimevano varie emozioni, mentre venivano sottoposti a risonanza magnetica funzionale per registrare l’attività del loro cervello. In questo caso, i papà hanno mostrato una risposta maggiore alle espressioni felici delle figlie femmine rispetto a quella mostrata nei confronti dei maschietti, mentre negli altri casi non sono state osservate differenze significative.

 

interpretare i risultati. Il presupposto della ricerca è che nell’educazione dei figli sono all’opera enormi influenze sociali, di cui la maggior parte delle persone è del tutto inconsapevole. Anche senza volere, e senza sospettare di farlo, si dà per scontato che fin da piccoli maschi e femmine abbiano esigenze diverse. E per questo li si tratta, magari inconsapevolmente, in maniera differente.

 

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Il nodo irrisolto della questione è invece proprio questo: hanno davvero esigenze diverse o sono indotti ad averle? Un campo minato, quello dell’origine dei pregiudizi di genere. Il nuovo studio suggerisce che queste differenze di trattamento all’apparenza innocue nei confronti dei piccolissimi possano essere all’origine di problemi che si presentano più avanti con l’età. Per esempio l’insistenza sulle parti del corpo delle bimbe potrebbe contribuire a un cattivo rapporto con la propria immagine corporea tipico di una quota di bambine pre-adolescenti. Mentre la scarsa espressione dell’emotività con i maschietti potrebbe influire sulla loro incapacità di esprimere le emozioni da adulti.

 

Non se ne esce? Il fatto che il cervello dei papà si attivi di più alla vista dei volti delle loro bambine potrebbe significare che sono più attente nei loro confronti. Un fatto determinato dall’evoluzione o anche questo frutto di condizionamenti sociali? 

 

Difficile dirlo. Ciò su cui gli autori dello studio vogliono attirare l’attenzione è che, anche con le migliori intenzioni, è praticamente impossibile non essere condizionati dalla società nel modo di essere padri (e madri). Ammetterlo è forse il primo passo per diminuire questi condizionamenti.

29 Maggio 2017 | Chiara Palmerini