La scienza degli accumulatori seriali

Perché liberarsi degli oggetti personali può risultare così difficile? Dai "sepolti in casa" patologici a quei vecchi giornali che non riesci a scartare: viaggio nel cervello di chi non butta via niente.

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Sedetevi pure... da qualche parte.|Patti McConville/IPA

Quando si pensa agli accumulatori seriali vengono in mente i protagonisti di alcuni reality, ma non occorre dormire su pile di abiti smessi per sperimentare un attaccamento patologico verso gli oggetti. Sappiamo che ogni tanto fare pulizia tra ciò che abbiamo collezionato è un'operazione catartica, perché allora viviamo circondati da tante cose inutili? La questione è al centro di un articolo pubblicato sul New Scientist.

 

Compagnia di vecchia data. Si potrebbe pensare che quello dell'accumulo di oggetti sia un disturbo moderno, legato al consumismo e all'industrializzazione. Ma in realtà molti animali stipano provviste per l'inverno, e ci sono tracce di magazzini di cibo, strumenti e ornamenti antichi anche 10 mila anni. I nostri antenati mettevano da parte i loro averi per salvarli da predatori o furti, e si pensa che accumulare sia una costante delle società in cui l'accesso agli oggetti è relativamente facile e poco costoso.

 

Distribuzione. Oggi i casi patologici riguardano il 2-6% della popolazione, soprattutto in età adulta (le prime diagnosi avvengono attorno ai 50 anni). A lungo si è pensato che la disposofobia, ossia il disturbo degli accaparratori cronici, fosse una forma di disordine ossessivo-compulsivo. Ora si sa che si tratta in realtà di due problemi un po' diversi (dal 2013 sono classificati separatamente).

 

Sentimentali con fantasia. In contrapposizione all'ansia e allo stress provati da chi è affetto da entrambi i disturbi e si trova costretto a buttare oggetti, il disposofobico prova emozioni positive, di piacere, nell'accumulare. Gli accaparratori sono legati ai loro possessi da sentimenti di amore, che si traducono in un'attenzione al dettaglio e alla bellezza di linee e profili solo apparentemente banali, nel ricordo preciso della disposizione nello spazio dei vari oggetti, nonché in un pensiero creativo su tutti i possibili usi che di quell'oggetto si potrebbero fare (sei matta a buttare quei tappi! E se ci servissero dei fermaporta?).

Sforzo titanico. L'attivazione cerebrale nelle fasi decisionali è diversa nei disposofobici, negli ossessivi compulsivi e nei sani. Nei primi, le aree incaricate di capire che cosa sia più importante rispetto al resto, in particolare i lobi frontali, mostrano un'attività eccessiva, specie quando si tratta di decidere il valore dei propri oggetti. Il cervello diviene incapace di decisioni rapide e intuitive, e viene impegnato in ragionamenti lunghi e laboriosi, anche per una cartaccia da gettare in pattumiera.

 

Non posso sbagliare. Inoltre, queste persone sembrano eccessivamente preoccupate delle conseguenze che una decisione sbagliata potrebbe avere, anche quando queste sono minime (e se in futuro dovesse servirmi?). Da un certo punto di vista, si tratta di perfezionisti, che provano quasi un senso di responsabilità verso gli oggetti, vogliono accertarsi del loro destino e, talvolta, conferiscono alle cose epiteti, e qualità, "umani".

 

Langley Collyer, sulla destra, nel 1946. L'anno successivo fu trovato morto in casa, insieme al fratello, Homer. Il suo corpo venne però trovato diversi giorni dopo quello del fratello, "nascosto" tra il ciarpame. | Wikimedia Commons

Problema di famiglia. In misura contenuta, le ragioni che spingono gli accumulatori non ci sono nuove. Tutti noi sviluppiamo attaccamento verso le cose. Negli accaparratori, è solo portato all'estremo. Le cause di questo disturbo non sono ancora del tutto chiare, ma si sa che ha spesso radici genetiche.

 

I due disposofobici più celebri, che per primi portarono agli onori della cronaca la patologia, furono due ricchi fratelli newyorkesi: Langley e Homer Lusk Collyer. Negli anni '40 furono rinvenuti cadaveri in una casa piena di cianfrusaglie, scatole, pile di giornali, vecchi ombrelli e 14 pianoforti, per un totale di 150 tonnellate di oggetti, protetti da trappole esplosive contro gli intrusi.

 

Che fare? Sentimenti di sospetto verso chiunque provi a separarli dai propri oggetti sono comuni tra chi soffre di questo disturbo: per questo motivo, incaponirsi sull'inutilità di quanto accumulato serve soltanto a metterli sulla difensiva. Meglio agire in positivo, trovando anche il modo di suggerire una visita dallo psicologo.

 

10 Maggio 2017 | Elisabetta Intini

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