La fortuna è cieca. La sfiga, scientifica

C'è una spiegazione razionale alla sfortuna? In alcuni casi sì, la spiegazione c'è, in altri è solo questione di punti di vista. Matematici, fisici e psicologi ce l'hanno messa tutta per spiegare da che cosa dipendono le "piccole sfortune" quotidiane che ci fanno pensare che tutto il mondo ce l'abbia con noi.

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Iella del bus. I ricercatori dell'Università di Shizuoka (Giappone), dopo attenta analisi matematica della situazione, sono giunti alla conclusione che è... inevitabile. Dopo un'attesa interminabile, i mezzi pubblici "si prendono gioco" di noi e arrivano in coppia.
Tutta colpa della teoria del caos, che in questo caso descrive bene il comportamento del traffico. Perché quando un qualsiasi intoppo tiene fermo un mezzo pubblico, la distanza con quello che lo segue si riduce.
Moltiplicando il fenomeno per il numero di soste protratte, aumenta progressivamente il ritardo e si riduce sempre più la distanza con l'autobus che segue. Così il primo bus arriva all'orario del secondo, ma insieme a quest'ultimo. Nell'attesa vi siete incamminati, sentendovi poi beffati dalla sorte? Ve la siete cercata: c'è persino una complessa formula matematica, applicabile a qualsiasi tipo di trasporto, a dimostrare che abbandonare la fermata per andarsene a piedi è sempre la scelta perdente.

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La congiura dei semafori. Quando siamo in ritardo i semafori sembrano tutti d'accordo per farsi trovare sul rosso. Anche per questo, però, c'è una spiegazione. Supponiamo che lungo il percorso ci siano sei semafori: la probabilità di trovarli tutti verdi è molto bassa, la stessa che esca 6 volte "testa" in sei lanci di una monetina, e cioè 1 su 64, secondo le teorie della probabilità.
A peggiorare le cose c'è poi anche un fattore psicologico noto come "memoria selettiva" (vedi a pagina successiva): quando siamo di fretta, preoccupati o ansiosi tendiamo a vedere tutto in modo negativo, sopravvalutando gli eventi sfavorevoli. Così, se incontriamo tre semafori verdi su sei, evento statisticamente molto probabile, siamo poi capacissimi di dire che "tutti i semafori erano rossi".

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Il peso degli imbranati. Se in coda al casello, nell'auto davanti alla nostra (o nella fila alla cassa) c'è il famigerato "imbranato", la rabbia sale alle stelle. Ma perché riusciamo sempre a scegliere la coda più lenta? E perché quando siamo in colonna veniamo superati da tutti, da destra e da sinistra? Anche qui, nessuna teoria del complotto! Secondo uno studio pubblicato su Nature, è solo quando siamo fermi che notiamo le altre file e le auto che ci superano, facendo i dovuti paragoni. Quando invece è la nostra la fila più veloce, siamo impegnati a guidare e non guardiamo le auto "lente" che abbiamo superato. C'è poi un altro aspetto: su due code di uguale lunghezza, una veloce e una lenta, le auto nella seconda saranno sempre in maggior numero rispetto alla prima, in quanto è proprio l'eccesso di veicoli a rallentare la viabilità.
Risultato: saranno sempre più gli automobilisti che si lamentano di essere nella fila sbagliata di quelli che procedono senza problemi.

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La sfiga non va in vacanza. Che cosa pensare della nuvoletta di Fantozzi, il fenomeno per cui il giorno in cui abbiamo deciso di fare una gita, diluvia? Diversi studi hanno dimostrato che esiste davvero.
Nel 2003 una ricerca inglese aveva dimostrato che l'inquinamento prodotto nei giorni lavorativi è causa, nei week end, di maggiori sbalzi termici di quelli registrati durante la settimana.
Un altro studio ha evidenziato come la presenza di sole e pioggia cambia nel corso della settimana: statisticamente, il bel tempo tende a concentrarsi all'inizio della settimana, mentre le nuvole sono più frequenti nel weekend, con picchi di rovesci il sabato. Secondo Antonello Pasini, fisico del Cnr, «il traffico urbano e le attività lavorative provocano un accumulo di polveri sottili nel corso della settimana: la cappa di inquinanti scherma la luce del sole e favorisce l'aggregazione dell'umidità che forma le nuvole». Le quali liberano il loro carico di pioggia proprio nei week end.

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L'erba del vicino è sempre più verde. Scampata la pioggia, anche il relax al sole su di un bel prato verde può essere fonte di frustrazione. Per quanto ci sforzeremo a cercare un punto dove l'erba è uniforme e la terra senza sassi o buchi, quando saremo seduti ci accorgeremo senz'altro che di lì a pochi metri c'è uno spiazzo ben più pulito e ordinato. C'era. Qualcun altro nel frattempo se l'è preso.
Ma perché l'erba del vicino è sempre più verde? Lewis Dartnell (University College of London) ha dedicato alla questione uno studio scientifico e ha scoperto che c'è un fondamento fisico: considerate le caratteristiche di un prato qualunque, la densità media dell'erba, l'altezza di una persona e dei suoi occhi... be', solo da una distanza ravvicinata ci si può accorgere della presenza di zone senza erba. Da lontano tutto appare uniforme, e il prato del vicino più bello.

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La sfortuna? È colpa della memoria corta. Il problema del picnic», spiega Lewis Dartnell, «è un esempio di "visione selettiva" condizionata dal nostro punto di osservazione.» Questo fenomeno va a braccetto con la teoria della "memoria selettiva" (La congiura dei semafori, seconda foto), secondo cui «le persone hanno la tendenza a ricordare gli eventi sfortunati perché sono quelli che si fissano più a lungo nella memoria», afferma Dartnell. In pratica, tanto nei picnic quanto in coda o al semaforo, diamo sempre per scontato che le cose devono per forza andare per il verso giusto, e quando non lo fanno ci sentiamo iellati e sopravvalutiamo il numero di eventi infausti. Si spiega così perché piove sempre quando abbiamo appena lavato la macchina oppure quando dimentichiamo l'ombrello a casa.

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Talismani e riti scaramantici? Per ripararsi dalla malasorte le pensiamo tutte, dai talismani alle piccole e grandi scaramanzie. Ma pare esista un modo per diventare fortunati. Uno studio inglese lo ha dimostrato: ci vuole allenamento, ottimismo e l'impagabile capacità di abbandonarsi al proprio istinto. La sfortuna è sempre in agguato e serve tenerla a bada.
Nelle società primitive la magia e la superstizione servivano a placare l'ansia dell'imprevisto. Oggi molto è cambiato, anche se molti si affidano ancora a magia e scaramanzia. Tutti o quasi abbiamo un... "oggetto portafortuna"! O ci affidiamo ad azioni scaramantiche, che inconsciamente compiamo nella speranza che ci possano aiutare. L'atleta che segue una certa "ritualità", lo studente che prima di un esame fa sempre certe cose... sono tutti esempi di quello che gli psicologi chiamano "pensiero magico", la convinzione (inconscia) che le nostre azioni possano modificare il corso degli eventi.

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I 4 comandamenti scientifici anti sfiga. Scaramanzie a parte, però, sembra che un "metodo scientifico" per attirare la fortuna ci sia. È lo psicologo inglese Richard Wiseman a insegnarci come aprire la porta alla dea bendata con quattro comandamenti portafortuna, frutto di uno studio su fortunati e sfortunati durato ben dieci anni.

1. Cogli al volo le occasioni. La vita dei fortunati è costellata di eventi positivi. Ma non è tutto frutto del caso, secondo Wiseman: «Il modo in cui i fortunati pensano e si comportano dà loro maggiori probabilità di creare, notare e afferrare le opportunità fortuite. I favoriti dalla sorte dichiarano spesso di aver adocchiato possibilità straordinarie in riviste, giornali o su Internet». In pratica hanno un atteggiamento aperto nei confronti del mondo e sono estroversi: così riescono a farsi le amicizie giuste, utili a favorire la fortuna nel lavoro e nella vita privata.

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2. Segui l'istinto. I fortunati prendono le decisioni seguendo gli istinti "viscerali" e sanno dare forza alle loro intuizioni. Il nostro istinto la sa sempre più lunga di noi e ci guida verso la scelta giusta, come confermano due studi che Wiseman ha condotto su persone che dalla vita hanno avuto tutto. I risultati mostrano che queste persone sanno abbandonarsi alle scelte istintive, in ambito sia professionale sia personale, e sono in grado di potenziare il loro intuito innato. Lo fanno, per esempio, sforzandosi di liberare la mente da ragionamenti troppo razionali, ritornando poi sui problemi "a mente fresca".

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3. Sii ottimista. È una conseguenza dei primi due punti: i fortunati sono aperti al mondo, non hanno grosse aspettative e si rivelano sempre ottimisti su loro stessi e sul futuro che li attende. Chi è baciato dalla buona sorte è capace di fidarsi del fatto che le cose andranno bene, al contrario degli "iellati", sempre convinti che «ogni aiuto della dea bendata avrà vita breve e sarà seguito dalla solita dose di mala sorte».

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4. Pensa all'altra faccia della medaglia... A volte la sfortuna è una questione di punti di vista: Wiseman spiega che secondo alcune ricerche gli atleti che si aggiudicano la medaglia d'argento sono più infelici e si considerano più sfortunati di quelli che ottengono il bronzo. È il cosiddetto "pensiero controfattuale": i secondi classificati tendono a pensare che se avessero fatto un po' meglio sarebbero potuti arrivare primi, mentre i terzi sono portati a ritenere che se avessero fatto anche solo un po' peggio, sul podio non ci sarebbero nemmeno arrivati. Una questione di punti di vista, insomma.

Iella del bus. I ricercatori dell'Università di Shizuoka (Giappone), dopo attenta analisi matematica della situazione, sono giunti alla conclusione che è... inevitabile. Dopo un'attesa interminabile, i mezzi pubblici "si prendono gioco" di noi e arrivano in coppia.
Tutta colpa della teoria del caos, che in questo caso descrive bene il comportamento del traffico. Perché quando un qualsiasi intoppo tiene fermo un mezzo pubblico, la distanza con quello che lo segue si riduce.
Moltiplicando il fenomeno per il numero di soste protratte, aumenta progressivamente il ritardo e si riduce sempre più la distanza con l'autobus che segue. Così il primo bus arriva all'orario del secondo, ma insieme a quest'ultimo. Nell'attesa vi siete incamminati, sentendovi poi beffati dalla sorte? Ve la siete cercata: c'è persino una complessa formula matematica, applicabile a qualsiasi tipo di trasporto, a dimostrare che abbandonare la fermata per andarsene a piedi è sempre la scelta perdente.