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Cinque domande sull'olio di palma

Le controversie su questo prodotto alimentare così diffuso sono fortissime: facciamo il punto su alcuni aspetti della coltivazione di palma da olio.

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Una piantagione di palme da olio sull'isola del Borneo, al confine della foresta tropicale.|Rhett Butler/Mongabay

La discussione attorno all’olio di palma si svolge essenzialmente attorno a due grandi temi:

 

  • l’impatto sulla salute dei consumatori,
  • l'impatto su ambiente e popolazioni locali.

 

Per quanto riguarda le questioni legate alla salute, il parere della comunità scientifica è ancora poco chiaro, anche perché alcune review scientifiche (ossia raccolte di articoli) e diversi studi ad ampio raggio, come l’ultimo dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), assimilano l’olio di palma ad altri grassi animali, come il burro, che hanno impieghi simili nell'industria alimentare e proprietà (positive e negative) analoghe. In sintesi, secondo l'autorità sanitaria l'olio di palma non farebbe più male di alcuni grassi animali, o di altri prodotti, e quasi certamente non è correlabile al cancro o al rischio di malattie cardiovascolari.

 

Il nostro obiettivo. Vista la quantità di pareri contradditori abbiamo perciò deciso di attendere eventuali studi più risolutivi sugli effetti dell'olio di palma sulla salute, per concentrarci invece sul secondo tema: le conseguenze dell'economia della palma da olio sull’ambiente e sulle popolazioni che vivono nelle foreste tropicali. Sono argomenti che possono essere trattati in modo più chiaro, perché hanno alle spalle molta più letteratura scientifica. Ecco dunque che cosa abbiamo approfondito:


cinque domande sull'olio di palma
1) che cos'è l'olio di palma? dove si coltiva?
2) quali sono le conseguenze sull'ambiente?
3) qual è l'impatto sulla biodiversità?
4) perché bisogna fare (bene) i conti della CO2?
5) c'è un olio di palma "sostenibile"?

1) Che cos'è l'olio di palma? dove si coltiva? La palma da olio (Elaeis guineensis) è una delle specie vegetali coltivate a più rapida espansione degli ultimi decenni, ed è una vera e propria macchina per fare soldi. La produzione corrisponde al 65% degli oli vegetali commerciati nel mondo, e l’area coltivata dai due maggiori produttori, Indonesia e Malesia, è raddoppiata dal 1995 al 2005.

 

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Produzione, in milioni di tonnellate, di oli vegetali nel mondo (clicca sull'immagine per ingrandirla). | Nature Communications

L'economia della palma. In tutto il mondo ci sono attualmente oltre 15 milioni di ettari di terreno coltivati a palma da olio: Malesia e Indonesia, da sole, hanno pianificato un’espansione fino a 25 milioni di ettari entro il 2020.

 

Questo prodotto ha avuto un impatto considerevole sul Pil delle nazioni coinvolte: in Malesia, per esempio, nel 2011 era già il quarto settore trainante dell'economia, dando tra l'altro lavoro diretto a circa 600.000 persone e ad altri milioni nell'indotto.

 

Le due nazioni in cui la coltivazione della palma da olio è più diffusa sono però anche tra le più ricche per quanto riguarda la copertura di foresta tropicale più o meno intatta e di biodiversità (Che cos'è la biodiversità?).

 

L’Indonesia, per esempio, ospita il 10% di tutte le specie di piante del mondo, il 12% dei mammiferi e il 17% degli uccelli. Da questi dati si può intuire come nasca il conflitto tra l'ambiente e l'economia di nazioni emergenti.

 

2) Quali sono le conseguenze sull'ambiente? Non è facile riuscire a determinare la superficie forestale persa per la coltivazione dell’olio di palma, perché le valutazioni variano secondo le fonti (quelle ufficiali e quelle delle associazioni dei coltivatori sono più ottimistiche). È per esempio molto difficile far rientrare nel computo le tante coltivazioni illegali, anche in foreste protette, portate avanti da piccoli proprietari che vedono nella palma da olio un mezzo per sfuggire alla povertà.

 

Inoltre, a volte le “foreste” di palme sono impiantate in vaste concessioni forestali solo dopo aver liberato il terreno dagli alberi commercialmente più preziosi: non sempre la palma da olio è causa diretta della deforestazione, ma diventa spesso una coltivazione su terreni già impoveriti.

 

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Una mappa delle zone di maggiore coltivazione della palma da olio. Foresta intatta (verde scuro) foresta degradata (verde chiaro), foresta disboscata (giallo) e palma da olio (rosa). Clicca sull'immagine per ingrandirla. | Global Forest Watch

 

In effetti, uno studio internazionale apparso su Conservation Letters ha messo in luce che il contributo maggiore alla deforestazione in Kalimantan (una regione del Borneo, parte dell’Indonesia), a Sumatra, in Papua, Sulawesi e sulle isole Molucche, lo dà l’industria del legname, seguita dalle piantagioni di alberi per la carta.

 

La coltivazione di palma da olio è "solo" terza, in questa classifica. Dopo il disboscamento da parte dell’industria del legname, però, fanno notare gli studiosi, la foresta potrebbe riconquistare il suo territorio e, in ogni caso e anche se privata degli alberi più preziosi, ospita ancora una buona percentuale della biodiversità originaria.

 

Le torbiere. La perdita di foresta per fare spazio alla palma da olio, secondo la Roundtable on Sustainable Palm Oil (l’associazione tra produttori, trasformatori e organizzazioni che spingono per una coltivazione sostenibile), è stata di 35.000 chilometri quadrati (3,5 milioni di ettari) in Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea tra il 1990 e il 2010. A questo si devono aggiungere la perdita attraverso drenaggio di foreste su torbiere (Che cosa sono le foreste su torbiere?), che coprono vaste aree del sud-est asiatico.

 

Molte di queste foreste, specie in Indonesia, sono nominalmente protette o all’interno di parchi nazionali, come il Tesso Nilo forest complex in Indonesia. Nel parco nazionale di Tesso Nilo, solo il 18% di foresta non è stata toccata dalle coltivazioni illegali di palma da olio. Secondo un rapporto dell’Unep sugli oranghi, The last stand of the orangutan, il diboscamento illegale ha colpito 37 dei 41 parchi nazionali controllati.

 

3) Qual è l'impatto sulla biodiversità? La bonifica delle torbiere e il disboscamento hanno portato a una generale perdita di biodiversità, in termini di abbondanza e ricchezza di specie, e hanno cambiato la composizione di intere comunità di animali e vegetali, come scarabei, farfalle, uccelli e altri gruppi animali usati come riferimento per contabilizzare la perdita di biodiversità.

 

La trasformazione delle foreste su torbiere, secondo un articolo del 2011 su Pnas, ha portato a un declino della biodiversità dell’1% in Borneo (equivalente al’estinzione di 4 specie di uccelli di foresta), del 3,4% a Sumatra e del 12,1% nella Malesia peninsulare.

 

 

Un recente articolo sulla rivista Nature Communication riporta che la diversità di specie, la densità e la biomassa delle comunità di invertebrati hanno subito una drastica riduzione del loro habitat, con il 45% (almeno) dalla foresta pluviale convertita alla coltivazione di palma da olio.

 

Non sono però soltanto le singole specie che soffrono, ma anche e soprattutto le funzioni degli ecosistemi, come il flusso di energia, che diminuisce del 51% nella transizione da foresta tropicale a coltivazione. Il flusso di energia indica un ciclo complesso che inizia dai raggi solari, la più importante fonte di energia che "entra" in un ecosistema. Le piante usano i fotoni (la luce) per trasformare l’anidride carbonica e l’acqua in materiale organico, foglie, frutti e rami. Poi, animali e funghi si nutrono di parti degli alberi, e si crea così un importante flusso di energia lungo i nodi della rete alimentare nell’ecosistema. La diminuzione di questo flusso segnala una perdita di efficienza e funzionamento dell’ecosistema.

 

Oranghi in pericolo. Le specie animali più carismatiche colpite sono l'orango, la tigre di Sumatra, l'elefante e altre. Ci sono valutazioni precise solo su alcune popolazioni della grande scimmia: per esempio, secondo il rapporto del 2011 Orangutans and the economics of sustainable forest management in Sumatra, sull’isola dal 1985 al 2007 è scomparsa metà della superficie forestale, e rimangono solo 8.641 chilometri quadrati di habitat dell’oranguntan (Pongo abelii), che ospitano il 31% della popolazione del primate.

 

Quando le coltivazioni penetrano nei territori degli oranghi, le grandi scimmie cercano cibo sulle piante di palma, e si creano conflitti con i coltivatori. Secondo il Centre for Orangutan Protection (COP), almeno 1.500 oranghi sono stati uccisi a bastonate nel solo 2006.

 

Altre specie, come la tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae) e l’elefante indiano (Elephas maximus), sono pesantemente colpite dalla distruzione della foresta.

 

4) Perché bisogna fare bene i conti della CO2? Poiché uno dei metodi per liberare il terreno dalla copertura forestale è il fuoco, una delle conseguenze della coltivazione dell’olio di palma è la liberazione di un’elevata quantità di carbonio in atmosfera. Non esistono studi onnicomprensivi che calcolano il contributo delle coltivazioni di palma al riscaldamento globale, ma alcune ricerche locali fanno capire quale possa essere l’impatto.

 

Nel solo 2010, secondo uno studio pubblicato da Nature climate change, il disboscamento nel Kalimantan (la parte indonesiana dell'isola del Borneo) per la coltivazioni di palma da olio ha prodotto più di 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

 

E un articolo del 2010 afferma che l’emissione di CO2 causata dalla decomposizione delle torbiere bonificate a Sumatra e nel Kalimantan è stata, nel 2006, tra 355 e 855 milioni di tonnellate. Allo stesso tempo, la bonifica delle torbiere e la deforestazione modificano il ciclo dell’acqua e altri “servizi degli ecosistemi” delle foreste tropicali pluviali e di quelle situate su paludi o torbiere. Una foresta tropicale, per esempio, produce molto più ossigeno e assorbe più CO2 di una coltivazione di palma da olio, considerato il ciclo di vita dei due ambienti.

 

5) C'è un olio di palma "sostenibile"? Oltre all'impatto ambientale, le coltivazioni di palma da olio hanno avuto anche, secondo alcune organizzazioni non governative, varie e pesanti conseguenze sulle popolazioni. Forest peoples programme, per esempio, testimonia dell’espulsione delle popolazioni indigene per far posto alle piantagioni di palma: il video qui sotto (sottotitoli in inglese sul parlato) mostra le pratiche messe in atto nel Borneo Indonesiano (Kalimantan) per recuperare terreno alle coltivazioni di palma da olio.

 

 

Una serie di volumi editi dalla stessa organizzazione crea un quadro piuttosto contraddittorio dell’espansione della coltivazione della palma da olio: un recente rapporto (The human cost of conflict palm oil) fa il punto della situazione.

 

 

Una Tavola Rotonda. In seguito alle campagne di informazione delle organizzazioni non governative e agli inviti al boicottaggio dei prodotti contenenti olio di palma, produttori e associazioni hanno creato un’organizzazione che riunisce gli attori della filiera.

 

La Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo), nata nel 2004, ha nel tempo stabilito una serie di protocolli per rendere "sostenibile" la coltivazione. Per esempio, il fatto che le piantagioni di palme dovrebbero essere stabilite solo in zone che non abbiano un “alto valore per la conservazione della natura” (high conservation value) o un alto valore come accumulo di carbonio (high carbon stock).

 

Anche se i soci dell’Rspo sono aumentati, da poche decine a oltre 1.500 in poco più di un decennio, alcune organizzazione, come Greenpeace e la Environmental Investigation Agency (qui uno degli ultimi rapporti dell’organizzazione), hanno criticato l'organizzazione per la mancanza di chiarezza nella definizione dei criteri e, soprattutto, per la continua opera di deforestazione attuata da da soci della stessa Rspo.

 

Uno dei fondatori, l’IOI Group (Malesia), è stato sospeso recentemente dall’Rspo (aprile 2016) per le operazioni nella regione del Ketapang, in Borneo, accusato di aver usato il fuoco per disboscare la foresta tropicale e di avere avviato coltivazioni su terreni torbosi, entrambi pratiche vietate dai criteri dell’Rspo. Una decisione recente al termine di un iter molto lungo: l’intero processo, dalla denuncia alla sospensione, è durato più di sei anni.

 

I nuovi criteri. In seguito alle critiche e alle inchieste, l’Rspo ha emesso criteri più stringenti, definiti Rspo+, nuove linee-guida su base volontaria “volte a migliorare gli standard esistenti su aspetti come la deforestazione, lo sviluppo di torbiere e i diritti dei popoli indigeni”. Le linee guida sono però complesse, costose e difficili da mettere in pratica, specie per i piccoli coltivatori, che non usano tecniche moderne per ragioni economiche.

 

Futuro incerto. Come fanno notare i produttori, la palma da olio ha una produttività impareggiabile tra gli oli vegetali:

 

  • palma da olio: da 3,6 a 7 tonnellate per ettaro,
  • soia: 0,4 tonnellate per ettaro,
  • girasole: 0,5 tonnellate per ettaro,
  • colza: 0,67 tonnellate per ettaro.

 

Visti i numeri, e considerati gli alti livelli di occupazione diretta e indiretta che consente, è difficile immaginare che in quelle economie si possa rinunciare a una coltivazione così importante.

 

Per far sì che le “nuove foreste” possano avere un impatto ambientale inferiore all’attuale, affermano Alain Rival e Patrice Levang nel volume Palms of controversies è necessario adottare approcci agroforestali diversi, come lo sviluppo a mosaico o la pianificazione ecologica del territorio, che non implichino il radere al suolo milioni di chilometri quadrati di foresta tropicale.

 

Considerate però la povertà e la diffusa illegalità delle pratiche nei Paesi che sono i maggiori produttori di olio di palma, ci sono molti dubbi che sia possibile arrivare a metodi di coltivazione sostenibili, o anche solo più sostenibili.

28 Giugno 2016 | Marco Ferrari

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