Tre quarti dei grandi carnivori in declino: una minaccia per gli ecosistemi globali

La progressiva scomparsa dei predatori all'apice della catena alimentare minaccia anche la sopravvivenza degli erbivori (e danneggia l'economia umana). Ecco che cosa è accaduto negli habitat in cui la loro presenza è drasticamente diminuita.

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La diminuzione di leopardi in alcune zone dell'Africa ha portato a un'iperdiffusione dei babbuini, con la conseguente devastazione dei raccolti dei contadini locali. Photo by Kirstin Abley, courtesy of Oregon State University|Photo by Kirstin Abley, courtesy of Oregon State University

Lupi, linci, leoni, orsi, coguari, lontre: è facile pensare che - con tutti gli esseri viventi attualmente a rischio estinzione - il loro declino non sia la minaccia peggiore che potremmo aspettarci.

Dopo tutto, sembra suggerire il senso comune, con un predatore in meno nei paraggi, sarebbero molte le specie a non rischiare la vita, e gli ecosistemi ci guadagnerebbero in biodiversità.

Niente di più lontano dal vero, come conferma uno studio appena pubblicato su Science. Tre quarti dei grandi carnivori del mondo rischia di scomparire, e la maggior parte di essi occupa oggi un'area pari a meno della metà dell'areale originario. La perdita di queste specie - mettono in guardia gli scienziati - potrebbe incrinare pericolosamente gli equilibri dei più importanti ecosistemi mondiali.

I ricercatori guidati da William Ripple della Oregon State University hanno analizzato i dati disponibili su 31 grandi carnivori, scoprendo che la loro sopravvivenza è sempre più a rischio in aree un tempo considerate "zone franche" come l'Amazzonia, il Sudest asiatico, l'Africa meridionale e orientale. Salvo alcune eccezioni, la maggior parte di essi è già scomparsa da Europa occidentale e Stati Uniti.

La colpa sarebbe da attribuire alla distruzione crescente del loro habitat, alle attività umane e alle loro conseguenze (come il global warming) e alla diminuzione di prede adatte al loro sostentamento. «Globalmente, stiamo perdendo i nostri grandi carnivori» spiega Ripple. E non è affatto una buona notizia.

Negli anni '90 il declino di lupi e coguari (altro nome per i puma) nel Parco Nazionale dello Yellowstone (Stati Uniti) ha per esempio favorito la diffusione di alci e cervi, loro prede abituali. Senza carnivori a limitarne il numero in un'area ampia ma limitata, questi erbivori hanno seriamente compromesso la vegetazione e di conseguenza messo a rischio la sopravvivenza di molte specie di uccelli e di altri piccoli mammiferi che nel verde trovavano riparo.

Un analogo effetto a cascata è avvenuto in alcune parti dell'Africa, dove la diminuzione di leoni e leopardi ha determinato l'aumento di babbuini verdi (Papio anubis), che minacciano i raccolti e i pascoli e costituiscono, per contadini e allevatori, una minaccia economica notevole.

Dove i grandi mammiferi sono stati reintrodotti (come, per esempio, nello Yellowstone) l'ecosistema ha in breve risposto positivamente e sono stati registrati aumento della biodiversità, controllo della proliferazione di alcune malattie e diminuzione dell'anidride carbonica. «La tolleranza dell'uomo è un tassello essenziale per la conservazione di questi animali» aggiunge Ripple. Molti di questi carnivori stanno ancora scontando i retaggi di antichi pregiudizi culturali, che li vedono come minacce per il resto della fauna.

È auspicabile, concludono gli esperti, che nascano iniziative internazionali per la conservazione dei grandi carnivori sul modello della Large Carnivore Initiative for Europe, un gruppo affiliato alla International Union for the Conservation of Nature (IUCN), l'organismo che si occupa di redigere la famosa "lista rossa" delle speci a rischio.

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13 Gennaio 2014 | Elisabetta Intini