Inquinamento fin nelle profondità della Fossa delle Marianne

Sostanze vietate da oltre 40 anni ritrovate in minuscoli organismi abissali nella Fossa delle Marianne.

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Un robot sul fondo della Fossa delle Marianne ha prelevato campioni di organismi e di suolo, entrambi contaminati dai PCB.

L’inquinamento prodotto dalle attività umane è arrivato anche nel luogo più distante e più impervio da raggiungere, la Fossa delle Marianne. A sostenerlo è una ricerca condotta da Alan Jamieson (Newcastle University, UK), i cui risultati sono stati pubblicati su Nature Ecology & Evolution.

 

In alcuni anfipodi (minuscoli crostacei abissali) prelevati da sottomarini robot scesi fino a 10 chilometri di profondità nella Fossa delle Marianne e in quella delle Kermadec, sono stati ritrovati elevate quantità di PCB (policlorobifenili) e di PBDE (polibromodifenileteri), molecole di uso industriale oggi definite inquinanti persistenti, la cui tossicità è assimilabile a quella della diossina, messe progressivamente al bando in molte nazioni del mondo a partire dagli Anni '70.

 

Un anfipodo.

«Fino a oggi si pensava che quei luoghi così distanti e irraggiungibili fossero protetti dalle attività umane», commenta Jamieson, «ma dobbiamo ricrederci. Il livello di contaminazione rilevato negli anfipodi è simile a quello rilevato in organismi simili che vivono nella Baia di Suruga, una delle zone industriali del nord-ovest del Pacifico, tra le più inquinate al mondo.»

 

Ciclo senza fine. Dall'inizio della produzione industriale, nel 1930, fino a quando vennero banditi, nella sola regione oggetto di studio sono state prodotte 1,3 milioni di tonnellate di PCB. Quantità significative sono state rilasciate nell’ambiente in seguito a incidenti, dalle discariche e da frane finite in mare. Poiché sono sostanze praticamente "invulnerabili" alla degradazione naturale, persistono nell’ambiente per molti decenni.

 

 

La posizione della Fossa delle Marianne

Secondo i ricercatori, i PCB sono arrivati anche sul fondo delle Fosse più profonde trasportati dalla plastica e da animali morti, che hanno contaminato gli anfipodi e altra fauna entrati poi nella catena alimentare di altri animali.

 

«Aver trovato inquinanti in organismi così lontani dalle attività dell’uomo è molto preoccupante perché ci fa capire quanto è profondo, letteralmente, l’impatto dell'uomo sul pianeta», ha sottolineato Jamieson. Gli oceani sono il più grande bioma della Terra e sui fondali arrivano tutti gli inquinanti che finiscono in mare. Ma per arrivare così in profondità, sottolineano i ricercatori, vuol dire che ne sono stati scaricati davvero in grandissime quantità. Come stiamo però imparando a nostre spese, neppure le Fosse sono pozzi senza fondo né casseforti: prima o poi, la catena alimentare riporta in superficie ciò che abbiamo buttato sul fondo.

15 Febbraio 2017 | Luigi Bignami

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