Dai ghiacci artici 10 meraviglie da salvare

Bianchi e solitari, sconosciuti e misteriosi, abituati a sopravvivere nelle condizioni più estreme. Sono gli animali del Polo Nord, minacciati da bracconaggio e mutamenti climatici. 

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Nel gelo perenne del Polo Nord hanno costruito un delicatissimo ecosistema. Che muta, e s'incrina, quasi sempre a causa dell'uomo. Secondo il rapporto commissionato dal Circumpolar Biodiversity Monitoring Programme, l'Arctic Species Trend Index (ASTI), gli animali che popolano le regioni artiche sarebbero aumentati globalmente del 16% negli ultimi 40 anni. Una buona notizia, dovuta forse alla diffusione di leggi restrittive sulla caccia. Ma non tutte le specie se la passano bene. Alcune per esempio, sono state letteralmente decimate dalle conseguenze del riscaldamento globale. Chi sale, e chi scende, nel triste bollettino dell'estinzione? E quali sono le tattiche di sopravvivenza degli "inquilini" del Polo?

Tra le specie in netta crescita compare il pulcinella di mare (Fratercula arctica) un buffo pennuto che popola le scogliere di Groenlandia e Canada settentrionale. Essenziale per la sua sopravvivenza è l'abbondanza di piccoli pesci, molluschi e crostacei: con i suoi tuffi mirati infatti, l'uccello ne recupera in grandi quantità sia per sé, sia per i pulcini. In acqua il pulcinella consuma il proprio pasto. Poi raduna una sfilza di pesciolini nel becco (fino a 30) da portare ai nuovi nati.

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Prova vivente - per ora - dell'utilità delle campagne a difesa dei cetacei la balena della Groenlandia (Balaena mysticetus) è cresciuta del 3% all'anno per 30 anni, tra il 1970 e il 2004. Per difendersi dagli attacchi dell'uomo questa creatura non si affida solamente alla stazza (lunga dai 14 ai 18 metri è seconda solo alla balenottera azzurra). Ma anche all'astuzia: la furbacchiona infatti, rimane nascosta sotto alla superficie di grandi lastroni di ghiaccio. E quando ha bisogno di respirare, non esce dal suo rifugio ma spacca il ghiaccio con le spesse ossa craniche, creando un buco per far passare aria.

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In netta crescita anche il numero di aquile dalla coda bianca (Haliaeetus albicilla), un rapace comunque piuttosto raro - si stima ne restino in tutto, tra i 20 e i 39 mila esemplari. Ma la vera "rivelazione" delle registrazioni dell'ASTI sono le oche, il cui numero, nel periodo preso in esame, è praticamente raddoppiato. Anche in questo caso il merito sarebbe da attribuire in parte, alle leggi restrittive sulla caccia emanate nell'ultimo quarantennio. Nonché alla maggiore presenza rispetto al passato, di scarti agricoli nei campi, che costituiscono per le oche una preziosa riserva di cibo. Nella foto, un'aquila dalla coda bianca cerca di acchiappare un pesce, mentre una gavina (Larus canus) tenta di soffiarle il bottino.

Foto: © Minden/The Lighthouse

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L'indice ASTI monitora il trend di crescita di 306 diverse specie di vertebrati, tra pesci, mammiferi e uccelli, un campione che rappresenta circa il 35% della fauna totale del Polo Nord. Questa volpe artica (Alopex lagopus) nei prossimi anni, sarà messa in seria difficoltà dalla netta diminuzione dei lemming, piccoli roditori di cui va ghiotta. Nel frattempo, si accontenta di rosicchiare la carcassa di un cetaceo.

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Se la popolazione globale di animali artici è in aumento, non si può dire altrettanto delle specie che popolano l'Alto Artide, la regione più vicina al Polo Nord. Qui dal 1970, si è registrato un calo complessivo del numero di vertebrati pari al 26%, imputabile secondo gli scienziati agli effetti del riscaldamento globale, particolarmente devastanti nella zona. A risentire più di tutti dei mutamenti climatici, ma anche della crescente industrializzazione e conseguente perdita di spazi, le renne o caribù (Rangifer tarandus) diminuite addirittura di un terzo.

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Meno famoso del suo "cugino" dal manto candido (l'orso polare) l'orso bruno (Ursus arctos) è ugualmente in serio pericolo. L'intervento dell'uomo sul suo territorio lo ha privato nel tempo di vaste porzioni di habitat, confinandolo in un areale che corrisponde a circa il 2% di quello originario. Ancora più drammatica e tristemente nota la situazione degli orsi bianchi nella Baia di Hudson, Canada. Qui la rapidità dello scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale imprigiona gli esemplari su ristrettissime porzioni di territorio, costringendoli a lunghi digiuni e persino, come è stato recentemente documentato, a casi di cannibalismo.

Foto: © Minden/The Lighthouse

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Il declino di erbivori come la lepre artica (Lepus arcticus) potrebbe essere dovuto al cambiamento della vegetazione della tundra e alla fluttuazione dei ritmi stagionali causata dai mutamenti climatici. L'arrivo (puntuale) della primavera è fondamentale per questo mammifero, qui fotografato mentre muta la candida pelliccia in una più scura e mimetica tenuta "estiva". 

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Ricercato e ucciso soprattutto per la sua pelliccia il ghiottone (Gulo gulo), un grosso carnivoro (fino a 30 chili di peso) della stessa famiglia del tasso, ha imparato che per sopravvivere al Polo è necessario tirare fuori le unghie. Spinto dai morsi della fame questo mammifero non esita ad attaccare animali pari a 5 volte la sua taglia come alci, cervi e renne. E se avanza un po' di cibo, non si butta via niente: i ghiottoni conservano i resti del pasto nella neve, dopo averli innaffiati con particolari secrezioni odorose per renderli inappetibili ai rivali.

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I lastroni ghiacciati galleggianti in prossimità delle coste artiche sono l'habitat preferito dai trichechi (Odobenus rosmarus). Sulle variazioni dei ghiacci - condizionate dal riscaldamento globale - questi mammiferi marini impostano i flussi migratori. Quando d'estate il ghiaccio si ritira muovono verso nord. D'inverno, quando i ghiacci si espandono, tornano verso sud, compiendo tra andata e ritorno, tragitti lunghi anche 3 mila chilometri.

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Particolarmente legato alle variazioni dell'espansione dei ghiacci anche il narvalo (Monodon monoceros), il cetaceo dalla lunghissima zanna (fino a 3 metri) diffuso nelle acque più vicine al polo. Il dente dalla forma "a vite" - caratteristico dei maschi - condanna il cetaceo a una fuga perenne dai cacciatori Inuit, che ne apprezzano particolarmente anche le carni. Sulla funzione della zanna gli esperti si interrogano tuttora: più che per ferire i rivali, sembra possa essere una caratteristica puramente sessuale, utile nell'attrarre le femmine.

Nel gelo perenne del Polo Nord hanno costruito un delicatissimo ecosistema. Che muta, e s'incrina, quasi sempre a causa dell'uomo. Secondo il rapporto commissionato dal Circumpolar Biodiversity Monitoring Programme, l'Arctic Species Trend Index (ASTI), gli animali che popolano le regioni artiche sarebbero aumentati globalmente del 16% negli ultimi 40 anni. Una buona notizia, dovuta forse alla diffusione di leggi restrittive sulla caccia. Ma non tutte le specie se la passano bene. Alcune per esempio, sono state letteralmente decimate dalle conseguenze del riscaldamento globale. Chi sale, e chi scende, nel triste bollettino dell'estinzione? E quali sono le tattiche di sopravvivenza degli "inquilini" del Polo?

Tra le specie in netta crescita compare il pulcinella di mare (Fratercula arctica) un buffo pennuto che popola le scogliere di Groenlandia e Canada settentrionale. Essenziale per la sua sopravvivenza è l'abbondanza di piccoli pesci, molluschi e crostacei: con i suoi tuffi mirati infatti, l'uccello ne recupera in grandi quantità sia per sé, sia per i pulcini. In acqua il pulcinella consuma il proprio pasto. Poi raduna una sfilza di pesciolini nel becco (fino a 30) da portare ai nuovi nati.