• Riscaldamento globale: effetti collaterali inattesi
20
giu 2008

Riscaldamento globale - I "sistemi fisici": la Terra cambia ritmo

I "sistemi fisici": la Terra cambia ritmo
Ai tropici gli uragani sono (e saranno) sempre meno frequenti, mentre sulle montagne della Svezia spuntano fiori di pianura. Se ti sembrano buone notizie, leggi bene qui.
L'urbanistica ai tempi del riscaldamento globale
 
Servirà forse una nuova architettura, e il prezzo dei terreni edificabili colerà a picco... Clicca qui per ingrandire l'immagine in una nuova finestra.  
   
Da qualche tempo le montagne del nord Europa si stanno coprendo della stessa vegetazione di bassa quota. A rivelarlo è uno studio condotto da Leif Kullman (Università di Umeå, Svezia), basato sull'analisi di osservazioni condotte a partire dal 1915 su più di 200 aree montuose del sud della Svezia. Poco per volta querce, olmi, aceri e ontani si stanno arrampicando verso le vette e, spiega Kullman, «contemporaneamente allo scioglimento dei ghiacciai osserviamo un aumento di quota della linea di demarcazione tra la vegetazione e la montagna brulla. E in questa avanzata le tipiche foreste di betulle stanno perdendo terreno, soppiantate da pini e abeti, più adatti a sopravvivere in climi caldi e secchi».
Primavera in alta montagna. Un esempio è quello del cembro, sempreverde presente anche sulle nostre Alpi, che, minacciato dal caldo, ha iniziato a crescere in alta montagna, dove hanno fatto capolino persino gli anemoni. Secondo Kullman negli ambienti alpini gli effetti dei cambiamenti climatici sono amplificati: «Le previsioni fanno intendere un aumento della temperatura globale di circa 3 gradi entro il 2100: è un fatto che avrà conseguenze enormi», spiega. «Ci dobbiamo aspettare sempre meno aree montuose brulle e una vegetazione più rigogliosa.» Le ricadute? Alcune specie di volatili e farfalle hanno già preso dimora in alta montagna, dando l'avvio a cambiamenti (sia su altre specie sia sull'ecosistema) di cui non siamo in grado di prevedere le conseguenze.

NOSTALGIA DEGLI URAGANI
Lo stesso vale per i tropici, dove il cambiamento si presenta con un carico di incognite. Anche in questo caso il punto di partenza è, in apparenza, positivo. Una ricerca del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory (Washington, Usa) ipotizza che, entro la fine del secolo, si formeranno meno uragani e tempeste tropicali. Per studiare le complesse relazioni tra il clima e i fenomeni atmosferici più violenti, Tom Knutson e i suoi colleghi del centro di ricerca americano hanno realizzato un modello previsionale che per la prima volta tiene conto di tutte le variabili in gioco, grazie al quale hanno simulato le azioni fluido- e termodinamiche all'origine degli uragani atlantici. Applicandolo sulle condizioni atmosferiche e climatiche degli ultimi 25 anni e confrontando il numero di uragani "previsti" dal modello con quelli realmente verificatisi, i ricercatori hanno dimostrato la validità delle ipotesi e del modello stesso. E sottolineano che la minore frequenza precipitazioni e tempeste ai tropici avrà il suo bell'effetto collaterale: è probabile, affermano, che l'intensità degli uragani sarà maggiore. Ed è facile immaginare con quali conseguenze per quelle economie e popolazioni.

0
0
Contenuti collegati
Commenti (0)
commento-focus

Non sei connesso. Accedi utilizzando gli strumenti sottostanti.

commento-focus
Non sei connesso. Accedi utilizzando gli strumenti sovrastanti.
Oppure registrati.
Non sono presenti commenti.
  • Vota!

  • Carattere

    - +
  • Stampa

    stampa
  • Commenti

    0
  • Contenuti correlati

    6
  • Social

    0
    0