Carrellata di boss

Da Luciano Liggio a Calogero Vizzini: "uomini d'onore" d'altri tempi.

Luciano Liggio
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Il boss corleonese Luciano Liggio. Spadroneggiò a Palermo.
Luciano Liggio, "la primula rossa"
Soprannominato dagli inquirenti “la primula rossa”, il corleonese Lucianeddu Liggio, ancora giovane prese il posto del capo mafia Michele Navarra e s'impose a Palermo, collaborando con Salvatore Riina, Calogero Bagarella e Bernardo Provenzano.
In breve tempo conquistò i mercati illegali e si arricchì sfruttando le opere di edilizia urbana, pubblica e privata e usufruendo degli appoggi di Vito Ciancimino, in quegli anni assessore e sindaco di Palermo. Accusato dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto (1948) e del capo mafia di Corleone Michele Navarra (1958), fu arrestato la prima volta il 14 maggio del 1964.
Capo mafia, a chi? Assolto per insufficienza di prove prima a Catanzaro (1968) e poi a Bari (1969), uccise nel 1971 il procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione. Fu infine arrestato a Milano il 16 maggio 1974 e finì in carcere. A Enzo Biagi che lo intervistò, disse: “Io sono stato considerato un capomafia e non è vero, fandonie. Se poi esiste non lo so”. Morì in carcere per un arresto cardiaco il 15 novembre 1993.
Bernardo Provenzano
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Bernardo Provenzano prima della latitanza durata 43 anni.
Bernardo Provenzano, il latitante
La sua latitanza durò 43 anni, così a lungo che per molto tempo fu considerato vittima della lupara bianca. Il suo nascondiglio fu trovato solo nella primavera del 2006 quando si scoprì che il super boss Bernardo Provenzano aveva il suo rifugio in una masseria del Corleonese, da dove comunicava attraverso i famosi “pizzini”, bigliettini di carta con cui dava ordine ai suoi affiliati.
Iniziò la sua carriera negli Anni ’50, insieme a Salvatore Riina, diventando il più fidato luogotenente di Luciano Liggio, allora capo di Cosa Nostra proprio nel Corleonese. Di lui Liggio disse: “Spara come un Dio, ma ha il cervello di una gallina”. Approdò ai vertici di Cosa Nostra all’inizio degli Anni ’80, dopo avere fatto uccidere tutti i rivali.
Piovra. Ma se per molto tempo è stato considerato solo un killer senza scrupoli, nel corso degli anni sono emerse anche le sue responsabilità nell’organizzazione del riciclaggio del denaro sporco. E non solo: suoi stretti collaboratori hanno portato alla luce anche l’influenza avuta nella gestione degli appalti illegali e i suoi contatti con il mondo politico.
Calogero Vizzini
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Calogero Vizzini. Fondò una fabbrica di dolci con Lucky Luciano.
Calogero Vizzini, il boss sindaco
Capo della mafia siciliana Calogero Vizzini, Don Calò, operò soprattutto nel periodo dell’occupazione della Sicilia da parte delle truppe alleate, durante la seconda guerra mondiale. “Uomo d’onore” temuto e rispettato da tutti, fu imposto come sindaco di Villalba (provincia di Caltanisetta) dall’Amgot, il governo militare statunitense dei territori occupati, probabilmente per compensarlo dell’aiuto che la Mafia siciliana, e lui in particolare, diedero alla cacciata dei nazifascisti dall’isola.
Nel dopoguerra favorì il rilascio di molti boss mafiosi incarcerati, o al confino, contribuendo alla rinascita della nuova mafia.
Caramelle da uno sconosciuto. A Palermo fondò la Fabbrica di confetti e dolciumi insieme a Lucky Luciano. La fabbrica, però fu immediatamente chiusa per un articolo comparso su un giornale in cui si sottolineava la possibilità che la società potesse nascondere traffici di eroina.
Don Calò morì di vecchiaia a 77 anni, nel 1954, lasciando un patrimonio valutato alcuni miliardi, accumulati in meno di 10 anni.

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