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Storica copertina di "Cuore", giornale satirico.I colleghi di Internazionale, bellissimo settimanale, escono oggi con la rubrica "Regole" dedicata alle parolacce. Ottima idea, che mi ha ispirato: le propongo qui (sono le prime 5), integrandole con altre 9 tratte dal mio libro e dalla mia esperienza... E se avete altri suggerimenti, scrivetemi: allungherò ulteriormente la lista (citando l'autore)!
1) Lascia stare parenti e cari estinti: insulta solo chi hai di fronte. 2) Per aumentare il peso della parolaccia dilla con
accento romano. 3) Subire un
furto per un valore superiore a cinquemila euro giustifica la bestemmia. 4) Usa solo parolacce di cui conosci il significato. 5) Ma nel dubbio con un "vaffanculo" non sbagli mai. (Internazionale)
6) E anche il "và a cagare" ha il suo perché (vedi qui).
7) Non insultare mai i bambini: cresceranno insicuri (come minimo).
8) Se insulti il tuo capo, sei un eroe. Ma se prima non hai trovato un altro lavoro, sei anche un po' pirla.
9) Se dici parolacce in una conferenza o in un’aula scolastica, diventerai simpatico ma perderai prestigio: a te la scelta.
10) Se dici parolacce mentre fai sesso, o ecciterai il tuo
partner o lo inibirai: se non vuoi che finisca sul più bello, taci (o informati prima…).
11) Se parli delle tue prodezze sessuali al bar con gli amici,
che tu usi o no le parolacce, che
ti credano o no: perderai punti comunque.
12) Se devi farti rispettare in un ambiente violento, usa parolacce forti. Ma prima fai un corso di karate. 13) Multe, prigione e torture non sono mai riuscite a eliminare le parolacce. Perché l'uomo ne ha bisogno.
14) Le parolacce sono come le tette: se le mostri sempre, non fanno più molto effetto. (Vito Tartamella)
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Momenti di pace... e di libertà.E' più offensivo mandare qualcuno affanculo o a cagare? La questione è banale solo in apparenza: oltre ai sentimenti personali, sono in gioco anche la libertà di espressione, la giustizia e il diritto ai risarcimenti. Esagero? No: perché proprio su questa questione si è pronunciata la suprema corte di Cassazione, con sentenze sorprendenti e - come vedremo - per molti versi discutibili. La prima sentenza l'ho già commentata in questo blog. In sintesi, la Corte aveva assolto un politico che aveva mandato affanculo un altro politico che lo aveva offeso durante un consiglio comunale. Dunque, contrariamente a quanto avevano scritto molti giornali, la Cassazione non aveva "legalizzato" il vaffa, ma semplicemente applicato il Codice penale al contesto specifico, in nome - diciamo così - della legittima difesa. Ma aggiungendo anche che l'espressione, pur avendo «carattere di spregio» è diventata «di uso comune, perdendo il proprio carattere offensivo». Un grido d'allarme generale sull'inflazione del potere offensivo delle parolacce. Usate la toilette, non fatela nei boschi!Ora la Cassazione (sentenza 15350, Quinta sezione penale, 21/4/2010) sembra ribaltare le carte in tavola. Il caso che ha giudicato è stato quello di un socio che ha mandato a cagare un altro socio durante una discussione di lavoro. Tale Vittorio aveva chiesto al collega Giuseppe alcuni chiarimenti su una «delicata situazione lavorativa»; per tutta risposta, Giuseppe lo aveva mandato a cagare. Vittorio aveva denunciato Giuseppe: il giudice di pace l'aveva condannato, stabilendo che con quell'espressione ne aveva offeso l'onore e il decoro. Così l'autore della frase, Giuseppe, ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua espressione denotava solo «volgare insofferenza». Ma la Cassazione ha respinto il ricorso, sostenendo che «L'espressione proferita, brutalmente volgare, zittiva l'interlocutore, ridicolizzandolo e troncando perentoriamente ogni discussione. Lo scurrile e crudo frasario, ampiamente esulante dalla mera insofferenza o fastidio, attingeva l'interlocutore con virulenza demolitoria, vulnerandone il senso di dignità e di rispetto che accompagna la persona nella sua dimensione individuale e sociale». Dunque, il «va' a cagare» ha un suo peso, che non può essere negato. E, scrive la suprema Corte, legalizzare queste espressioni in nome della volgarità dominante significherebbe depenalizzare l' articolo 594 del Codice Penale che punisce l'ingiuria, ovvero le offese all'onore (valore sociale, reputazione) e il decoro (doti fisiche e intellettive) di una persona. Anzi, scrivono i giudici, «la riaffermazione del senso definitorio della parola costituisce un'esigenza etica irrinunciabile». Su quest'ultimo punto sono d'accordo: ho scritto parolacce proprio per questo. E allora, proviamo a riaffermare il senso di queste espressioni, al di là dei casi particolari esaminati nelle 2 sentenze. A prima vista, sembrerebbe che "va' a cagare" sia un'espressione più offensiva di "vaffanculo": è davvero così? "World toilet day" a Berlino: una manifestazione per chiedere servizi igienici nel Terzo mondo.La risposta è no: almeno secondo le 2.615 persone che hanno partecipato nel 2009 al mio sondaggio del " volgarometro". I risultati, infatti, sono inequivocabili: mentre "vaffanculo" è risultata un'espressione a offensività medio-alta (punteggio: 1,6 su 3), "va' a cagare" è risultata un'espressione a offensività medio-bassa (punteggio: 1,3 su 3). Un risultato linguisticamente impeccabile, e ora spiegherò perché. Ma prima occorre fare una precisazione importante: ambo le espressioni NON sono insulti (non colpiscono direttamente l'autostima di chi li riceve) bensì "maledizioni": consistono nell'augurare il male a qualcuno, e si basano su un pensiero magico, ovvero che la parola abbia il potere di avverarsi nella realtà. In ambo i casi, la funzione di queste maledizioni è quella di allontanare l'avversario. Ma in modo molto diversi. Il "vaffanculo" augura un rapporto sessuale passivo, ovvero - in un'ottica rigidamente eterosessuale - uno scenario fisicamente sgradevole e moralmente squalificante. "Va' a cagare", invece, augura... una funzione fisiologica non solo universale, ma fondamentale e liberatoria, come ha ricordato quel geniaccio di Roberto Benigni nell'esilarante "Inno del corpo sciolto".
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Nel film "Forrest Gump", il protagonista, ritardato mentale, era rispettato profondamente dalla madre, all'insegna del motto: "Stupido è chi lo stupido fa".La sentenza fa discutere, e - per una volta - a ragione. Il 13
aprile la Cassazione, con la sentenza 13897 della sesta sezione penale ha annullato il divieto di dimora imposto a un padre romagnolo perché spesso diceva ai figli "deficienti". Il motivo addotto dai giudici? Insultare i figli è un "atteggiamento di certo scarsamente apprezzabile come strumento educativo", ma "generalmente ricorrente nei rapporti familiari". Devo confessare che sono rimasto di stucco. Finora non ho commentato diverse sentenze della Cassazione, come l' assoluzione del lavoratore che ha detto al capo "Chi c a z z o ti credi di essere" o la condanna di chi ha dato del gay a un omosessuale con l'intenzione di offenderlo. Non le ho commentate perché queste sentenze sono clamorose solo in apparenza: i giudici non hanno affatto "sdoganato" le parolacce, liberalizzando il loro uso sempre e comunque. Hanno fatto, invece, una corretta operazione linguistica: hanno sempre valutato il contesto in cui sono state dette le parolacce, cogliendo le intenzioni e le ragioni di chi le aveva dette, e le hanno rapportate alla sensibilità sociale dei nostri tempi. Una scena da "Padre padrone", sui devastanti effetti di un padre autoritario.Ma nel caso del padre romagnolo hanno commesso un grave errore. La considerazione che le parolacce sono di uso frequente, nella società come in famiglia, è del tutto superficiale, perché cade in un errore comune: considera le parolacce come una famiglia indifferenziata. In pratica, mette nello stesso calderone espressioni molto diverse: imprecazioni (esclamazioni, come "Porca vacca!"), insulti ("deficienti", per l'appunto), oscenità (parlare di sesso in modo esplicito: "c a z z o" & C) e scatologia (parlare di escrementi in modo esplicito "merda" & C.). In più, non tiene conto delle intenzioni comunicative e del colore emotivo delle espressioni: un conto è dire una parolaccia per esprimere rabbia, un altro conto per far ridere o scandalizzare. Condannare o assolvere in blocco le parolacce è come dire che il coltello è solo un'arma per uccidere: invece può servire a sbucciare le patate, scolpire il legno, sradicare un tumore... Ma non è tutto. Oltre a questa confusione linguistica, i giudici non hanno tenuto conto delle ricerche scientifiche (e non sono poche) che hanno studiato gli effetti delle parolacce sui bambini. In "Parolacce" ne ho fatta un'ampia rassegna, che non solo i giudici, ma anche diversi psicologi, genitori, educatori e presunti esperti farebbero meglio a leggere, per non cadere in indiscriminate quanto disinformate campagne di condanna o di assoluzione. Che cosa dicono queste ricerche? Che le parolacce, in sé, non fanno né bene né male ai bambini: tutto dipende da come sono usate. Se sono dette per parlare di sesso, per ridere, per esprimere rabbia, non avranno effetti univoci: tutto dipende dalla sensibilità, dall’educazione e dalla maturità del bambino (ciò che è traumatico a 8 anni non lo è a 17). L’uso di parolacce per esprimere violenza porta invece a una desensibilizzazione emotiva: da grandi, probabilmente, i bambini abuseranno delle parolacce. Per quanto riguarda i termini sessuali, secondo alcuni l’uso di termini osceni fin da piccoli eviterebbe loro una vita di inibizioni, ma su questo punto la discussione è aperta: certamente, l'uso dei termini osceni dovrebbe essere legato a un'equilibrata educazione sessuale. "Incompreso", un altro film sugli errori educativi di un padre.Ma che cosa dicono le ricerche scientifiche sugli insulti ai bambini, come "deficiente"? Dicono che se le parolacce sono dette per offendere e svilire un bimbo, avranno effetti negativi sulla sua psiche. l’abuso verbale, con il suo carico di svilimento e umiliazione, cambia la visione del mondo e l’autopercezione del bambino. «L’abuso verbale fa più danni da bambini che da adulti, perché un bimbo non sa difendersi da un attacco verbale», osserva lo psichiatra canadese Philip Ney. Non ho la competenza giuridica e pedagogica per valutare se l'allontanamento da casa del padre romagnolo sia una misura troppo severa o adeguata. Senz'altro i giudici hanno tenuto conto della difficoltà del suo ruolo, dato che, a quanto pare, i suoi figli hanno "disturbi iperattivi" (che significa? è un termine medico o una valutazione generica?) e che uno di loro soffre di epilessia. Di certo, però, anche se è comprensibile che un padre perda la pazienza, il suo comportamento verso i figli è censurabile e ha certamente effetti negativi sulla psiche dei suoi figli.
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Il 2009 sarà ricordato per una grande abbondanza di parolacce, soprattutto in Italia. Ma ben poche sono entrate nella "top 10" delle parolacce dell'anno. Il motivo? Troppo spesso sono state dette per populismo, studiata provocazione, attenta strategia per distrarre l'attenzione da problemi seri... soprattutto dai politici. Senza contare la sciatteria e la grevità di tanti personaggi televisivi a corto di idee, simpatia e spontaneità: le loro parolacce non meritano certamente di passare alla storia... Tanto che è venuta anche a me la tentazione di proporre una legge "ad personam": un decreto che, in Italia, autorizzi soltanto Mara Maionchi a dire parolacce. Perché per dirle appropriatamente occorrono dimestichezza e spontaneità, sincerità, irriverenza e... passione. E lei è una delle poche persone dotate di questi requisiti... E in più è una donna: una bella rivincita nei confronti di chi pensa che le parolacce siano una specialità solo maschile. Dunque, ecco la top 10 del 2009, in ordine crescente (quella del 2008 la trovate qui). E voi siete d'accordo? Avete altri episodi del 2009 da segnalare, purché siano contro corrente, simpatici, sorprendenti, di rottura? Scrivetemi! Le più gustose arricchiranno la classifica. 10) LUIZ INÁCIO DA SILVA, PRESIDENTE DEL BRASILE«Eu não quero saber se o João Castelo é do PSDB, não quero saber se o outro é do PFL, não quero saber se é do PT, eu quero saber se o povo está na merda e eu quero tirar o povo da merda em que ele se encontra. Esse é o dado concreto».
[Non mi interessa se Joao Castelo (sindaco di Sao LuÏs) è del PSDB (Partito della social democrazia brasiliana), non mi interessa se un altro è del PFL (Partito del fronte liberale), non mi interessa se è del PT (Partito dei lavoratori, quello di Lula), io voglio sapere se il popolo è nella merda, perché voglio tirarlo fuori dalla merda in cui si trova. Questo è il dato concreto].
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Una locandina del "Vernacoliere", mensile satirico livornese.Che cosa c'entrano l'ultimo film di Tornatore, una scrittrice americana innamorata dell'italiano e il poeta Gioacchino Belli... con le parolacce? C'entrano, e in questo post vi spiego perché.  Quando la scrittrice californiana Dianne Hales ( foto qui sopra) è venuta in Italia a intervistarmi sulle parolacce per scrivere il suo libro "La bella lingua" (vedi segnalazioni qui e qui) mi ha chiesto se gli italiani dicono più parolacce rispetto ad altri popoli. Nel suo libro, infatti, racconta - con affetto, sconcerto e ironia - un aspetto che colpisce molti stranieri: la grande varietà di espressioni volgari e l'ampio uso che ne facciamo in qualunque circostanza della vita. Gli stranieri, insomma, ci vedono come tanti "Er Monnezza" in servizio permamente ( clicca il filmato qui sotto). La domanda (e le osservazioni) di Dianne sono intriganti: siamo davvero il popolo più sboccato del pianeta? E, soprattutto: da che dipende questa grande ricchezza espressiva? La risposta la do subito: dal dialetto. Che, peraltro, in questi ultimi tempi sta vivendo un'inaspettata giovinezza (e alcune strumentalizzazioni politiche). Partiamo da qualche dato. Quante sono le parolacce in italiano? Impossibile catalogarle: come racconto in Parolacce i dizionari come lo Zingarelli ne citano circa 300, ma nei dizionari specializzati (ne esistono di ottimi sul lessico erotico e sugli insulti) si sale a oltre 3500 termini.... Del resto, per avere un'idea concreta basta ricordare il celebre sketch (clicca il filmato qui sotto) di Roberto Benigni da Raffaella Carrà in cui elencava i sinonimi (solo una piccola parte!!!) dei genitali maschili e femminili:
E proprio lo sketch di Benigni è un ottimo punto di partenza per capire le radici dialettali del turpiloquio. Il gioco di elencare i diversi nomi delle zone erogene (che diventano sempre più ricche, rivelatrici e sfuggenti quanto più le si nomina), infatti, è molto antico... Vi ci sono cimentati celebri poeti dialettali come Giorgio Baffo (veneziano, (1694-1768), Carlo Porta (milanese, 1775-1821), Gioacchino Belli (romanesco, 1791-1863), Ferdinando Russo (napoletano 1866-1927).
 Volete un assaggio? Eccone uno dedicato da Belli (ritratto qui sopra) al sesso femminile:
LA MADRE DE LE SANTE Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina, Pe ffasse intenne da la ggente dotta Je toccherebbe a ddì vvurva, vaccina, E ddà ggiù co la cunna e cco la potta. Ma nnoantri fijjacci de miggnotta Dimo scella, patacca, passerina, Fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta, Freggna, fica, sciavatta, chitarrina, Sorca, vaschetta, fodero, frittella, Ciscia, sporta, perucca, varpelosa, Chiavica, gattarola, finestrella, Fischiarola, quer-fatto, quela-cosa, Urinale, fracosscio, ciumachella, La-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa. E ssi vvòi la scimosa, Chi la chiama vergogna, e cchi nnatura, Chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.
Per par condicio, diremo che esistono componimenti analoghi di Giorgio Baffo in veneto, altri, sempre di Belli, dedicati al sesso maschile, ai testicoli, sia in romanesco che in milanese (opera di Carlo Porta), al sedere (ancora Belli) e chi più ne ha più ne metta (di citazioni! Cosa avevate capito, maliziosi?!?!?).
Così, la grande ricchezza lessicale delle parolacce italiane è figlia della grande quantità di dialetti presente nella nostra terra, a sua volta figlia dei tanti, piccoli principati in cui è stata a lungo divisa l'Italia: qualche decina, che fanno della nostra terra un serbatoio ricchissimo (e forse unico) di parole e parolacce.
 Una mappa dei dialetti italiani (clicca per i dettagli).
Del resto, qualcosa di simile (anche se con numeri molto più piccoli) accade in Francia: chi ha visto il divertente film "Giù al Nord" ne sa qualcosa: il protagonista è spedito per lavoro a Nord-Pas-de-Calais, dove parlano lo Cht'i, il piccardo, sapientemente reinventato dal doppiatore Francesco Vairano, che lo rende, nella versione italiana (spezzone qui sotto), con um mix di dialetti in cui si dice "chiulo" invece di "culo", vacca puzza, marona ("merda"), scrotaiolo ("coglione"), che membrata ("cazzata")...
Del resto, prima che l'italiano diventasse una lingua nazionale, i dialetti erano vere e proprie lingua con una propria produzione letteraria. Che oggi si tenta in qualche modo di tenere viva: dal siciliano (in realtà un po' inventato) usato da Andrea Camilleri nei gialli di Montalbano, alle versioni vernacolari di Wikipedia fino al nuovo film di Giuseppe Tornatore, "Baaria" (al cinema sia in versione dialettale che in italiano). Per non parlare della comicità (Enrico Brignano, Gigi Proietti, Enrico Bertolino), della canzone (Teresa De Sio, Pino Daniele, Davide Van De Sfroos, Gigi D'Alessio...). Perché? Perché il dialetto è una lingua antica, popolare, diretta: ha un'espressività colorita, che la rende particolarmente efficace per esprimere in modo autentico e diretto le emozioni (che è lo scopo delle parolacce).
 Le 9 versioni dialettali italiane di Wikipedia (clicca per i dettagli).
Inutile, però, rimpiangere i tempi di gloria dei nostri dialetti: già l'Istat aveva accertato, nel 2006, con un'indagine su 24mila famiglie (circa 54mila persone) che solo il 16% degli italiani parla esclusivamente in dialetto in famiglia. Una percentuale che fotografa in modo impietoso la progressiva scomparsa del dialetto, soppiantato dall'italiano e dagli influssi di altre lingue come l'inglese. Ecco perché risultano involontariamente comici i tentativi politici di resuscitarlo per forza, dai tg ai libri di testo scolastici... basta guardare le facce (perplesse, spaesate, irrisorie) dei parlamentari europei quando il deputato Enzo Rivellini si è messo a parlare in napoletano per "sensibilizzare l'Europa sui problemi del Sud Italia": Sono quelle le facce con cui ci guardano in Europa e nel mondo quando innestiamo la retromarcia... Allora, meglio accontentarci delle nostre parolacce dialettali, e tenercele strette. E' anche questa una delle ricchezze che il mondo ci ammira. Miiiiiinchia!!!!
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 La notizia ha fatto il giro del mondo, e non poteva essere altrimenti: alcuni ricercatori britannici hanno scoperto che dire le parolacce aiuta a sopportare il dolore. La ricerca – svolta da psicologi dell’università di Keele – è stata pubblicata ai primi di agosto su “ Neuroreport” ed è stata accolta come uno studio rivoluzionario o – peggio – come una curiosità stravagante... In realtà, pur nascendo da un’intuizione geniale, la ricerca ha perso un’occasione preziosa per far progredire gli studi psiconeurologici sul turpiloquio. Come faccio a dirlo? Beh, ho letto il testo integrale della ricerca che mi ha inviato uno degli autori, Richard Stephens. Vediamo cosa dice. Innanzitutto, la ricerca nasce per verificare una – discutibile – ipotesi lanciata nel 2001 da uno psicologo canadese, Michael Sullivan dell’università McGill di Montreal (Canada). In uno studio, sosteneva che le imprecazioni (ossia le esclamazioni volgari come “Merda!” “Porca troia!”) sono un tentativo malriuscito di adattamento al dolore, che ci porta a sopportare pensieri negativi e inutili. Ma se è così, perché allora le parolacce sono una risposta così frequente quando proviamo un dolore? Se imprecare fosse davvero una forma di disadattamento, invece di aiutarci a sopportare il dolore dovrebbe amplificarlo, hanno obiettato i ricercatori inglesi. E hanno organizzato un esperimento tanto semplice quanto efficace per verificare se fosse davvero così. E qui sta la parte meritoria della ricerca: ai partecipanti (67 giovani tra i 19 e i 22 anni) è stato chiesto di indicare le 5 imprecazioni più usate quando si martellano un dito per sbaglio, e di scegliere la prima della lista (le più popolari: Merda! Fanculo!). Ricordate la celebre scena del film "Fantozzi" (1975) in cui il nostro eroe tenta di montare una tenda col collega Filini in un campeggio durante la notte? Per non disturbare gli intolleranti campeggiatori tedeschi, Fantozzi corre a sfogarsi a km di distanza...
Ma torniamo all'esperimento. I partecipanti erano invitati a immergere una mano (la non dominante: la destra per i mancini e viceversa) in una bacinella d’acqua a temperatura ambiente (25 °C) per 3 minuti, dopo i quali si misurava la frequenza cardiaca, per avere un punto di paragone uguale per tutti. Poi dovevano immergere la stessa mano in una bacinella piena d’acqua fredda (5 °C) finché riuscivano a resistere, mentre ripetevano la parolaccia scelta oppure una parola neutra. Il tempo di immersione sarebbe stato la misura della tolleranza al dolore. In più, dopo ogni tentativo, si misurava la frequenza cardiaca (battiti al minuto) e il dolore percepito (misurato da 1 a 10 con la scala inventata dallo psicologo svedese Gunnar Borg in relazione alla personalità dei soggetti: paura del dolore, ansietà…).
 L’olandese Wim Hof, capace di stare immerso nel ghiaccio per 1h 13’ e 48’’: un Guinness. Il merito? Non le parolacce, ma una tecnica yoga di meditazione tibetana, il tummo.
Ed ecco i risultati principali:
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Maschi |
Femmine |
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Imprecanti |
Non imprecanti |
Imprecanti |
Non imprecanti |
| Resistenza (secondi) |
190,63 |
146,71 |
120,29 |
91,07 |
Dolore percepito (scala di Borg) |
3,89 |
4,87 |
3,79 |
5,62 |
| Frequenza cardiaca (bpm) |
90,05 |
85,26 |
100,28 |
91,07 |
Dunque, chi ha smadonnato è riuscito a resistere più tempo con la mano in acqua fredda, proprio perché questa azione l’ha aiutato a sentire meno dolore. Insomma, lungi dall’essere un disadattamento, l’imprecazione produce un effetto ipoalgesico (riduce la sensibilità agli stimoli dolorosi). E non basta urlare pronunciando una parola qualunque: solo sfogandosi con una parolaccia si riesce a sopportare il dolore per più tempo (+ 43,92 secondi gli uomini, + 29,22 secondi le donne). Come spiegano questi risultati i ricercatori? Qui la ricerca mostra i suoi limiti: “imprecare serve ad alzare i livelli di aggressività, adottando un modello di risposta virile (e quindi più resistente al dolore) in caso di pericolo e stress. Il battito cardiaco aumenta perché si tratta di una reazione di lotta o fuga”. In altre parole, imprecare è un riflesso difensivo: serve a intimidire una persona (o anche un oggetto) che ci attacca. L’effetto è più marcato nelle donne, forse perché imprecano meno spesso degli uomini.
 Il sergente Maggiore Hartman nel film "Full metal jacket" (1987): un esempio dell'uso di parolacce come sfogo per affrontare il dolore dell'addestramentio militare.
Per chi ignora le ricerche sul turpiloquio, potrebbe sembrare una scoperta notevole. In realtà, è da più di 50 anni che vengono svolte ricerche sugli effetti fisici del turpiloquio: come ho scritto in Parolacce, è stato già accertato che dire parolacce aumenta la conduttività elettrica della pelle, fa dilatare le pupille e modifica la pressione. Il motivo? Lo spiega, da 15 anni a questa parte, la neurobiologia: gli stati di coscienza sono dovuti a precise modificazioni biochimiche. In pratica, le emozioni (rabbia, gioia, paura, tristezza, disgusto, sorpresa…) sono legate all’entrata in circolo, nel sangue, di sostanze prodotte dal nostro corpo (ormoni e neurotrasmettitori: adrenalina, serotonina, etc etc): queste sostanze – prodotte dal cervello e dall’apparato endocrino – attivano una serie di reazioni fisiche, dall’aumento del battito cardiaco alla sudorazione, dall’eccitazione alla sonnolenza eccetera. Ora, le parolacce sono un linguaggio specializzato nell’esprimere le emozioni. E, guarda caso, sono controllate per lo più dal sistema limbico, un’area cerebrale che controlla le emozioni tramite la produzione di particolari ormoni e neurotrasmettitori.
 Il sistema limbico.
Dunque, sarebbe stato ancora più rivoluzionario scoprire quali sono le sostanze biochimiche che il nostro corpo produce quando imprechiamo. Bastava un prelievo di sangue – prima e dopo l’esperimento – per verificare se, com’è probabile, imprecare induce il nostro corpo a produrre più adrenalina (ormone e neurotrasmettitore), che, infatti, aumenta il livello di reattività dell’organismo. E con una risonanza magnetica funzionale si sarebbero potute fotografare le aree del cervello attivate. E magari si sarebbe potuta verificare un'ipotesi suggestiva: dato che altre aree cerebrali (gangli della base e lobo frontale) funzionano come un censore, come una sorta di “freno a mano” che blocca l’articolazione delle parolacce, si può ipotizzare che l’organismo, disinnescando questo freno inibitorio, liberi delle energie che vengono usate per sopportare il dolore? Non sono un neurobiologo, e non so rispondere. Perciò lancio un appello ai ricercatori italiani: perché non fate una ricerca che sveli finalmente quali sono i mediatori biochimici delle parolacce? Avrebbe sicuramente un riscontro internazionale, perché aiuterebbe a conoscere meglio un meccanismo di adattamento (e di sopravvivenza) fondamentale. Tanto più che il metodo escogitato dai ricercatori inglesi (imprecare tenendo una mano in acqua fredda) è facilmente ripetibile ed efficace. Qualcuno vuole raccogliere il testimone?
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La legge è uguale per tutti, con qualche eccezione.Misurate le parole. D’ora in poi, se insultate un vigile (ma anche un poliziotto, un medico, un pilota d’aereo…) rischiate grosso: fino a 3 anni di carcere. Molto meno di quanto rischierebbe se lo facesse lui: rischierebbe al massimo 1 anno di galera. In Italia gli insulti non sono più uguali per tutti. Da luglio, infatti, è stata ripristinata una nuova categoria di intoccabili, almeno a parole: i pubblici ufficiali. Per loro, il governo ha riesumato il 2 luglio, nell’ultimo decreto sulla sicurezza, il reato di “oltraggio”, che era stato depenalizzato 10 anni fa. In pratica, chi insulta un pubblico ufficiale in servizio rischia pene molto più severe rispetto a chi insulta un comune cittadino. Due pesi e due misure: solo se si tocca un rappresentante del Potere si “va oltre misura” (“oltraggio” significa proprio “andare oltre”). Perché questa disparità di trattamento, quando la nostra Costituzione (art. 3) stabilisce a chiare lettere che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”? Per rispondere a questa domanda, bisogna prima capire chi sono i pubblici ufficiali: per il Codice Penale sono le persone che esercitano una pubblica funzione legislativa (i parlamentari), giudiziaria (i magistrati) o amministrativa (gli impiegati pubblici con compiti di autorità o certificazione). Ovvero, come ricorda Wikipedia, oltre alle forze dell’ordine e ai militari anche molte altre figure professionali: assistenti sociali, ausiliari del traffico, insegnanti, ufficiali giudiziari, medici e infermieri, guardie venatorie, piloti di aerei, treni, navi, notai, membri di seggi elettorali, avvocati, curatori fallimentari, direttori di lavori di opere pubbliche… In una parola: tutti quelli che rappresentano, nel loro agire, lo Stato. E che, proprio per questo, lo Stato tutela in modo particolare. Come racconto in “ Parolacce”, il reato era esistito fino al 1999, poi fu abolito per sgravare i Tribunali da procedimenti di minor peso. Ora è stato reintrodotto: perché? Su richiesta delle stesse forze dell’ordine, “per rendere più incisiva l’azione di polizia e più autorevole l’immagine della Polizia”. Alberto Sordi ne "Il vigile" (1961): denuncia il sindaco per oltraggio, ma poi in Tribunale ritratta.Ma prima della riforma, chi offendeva un pubblico ufficiale era comunque punito, con le pene previste per l’ ingiuria aggravata. Secondo alcuni giuristi, in realtà, la riforma è servita a compensare la parziale perdita di poteri delle forze dell’ordine in seguito all’istituzione delle ronde di cittadini, prevista nel medesimo decreto sicurezza. In ogni caso, al governo è costato senz’altro meno ripristinare una norma di principio come questa che dare gli agognati rinforzi (uomini, mezzi e finanziamenti) alle forze dell’ordine… Motivazioni a parte, la disparità di trattamento tra un pubblico ufficiale e un semplice cittadino risulta evidente non solo valutando la diversità di pene previste, ma anche se si considera che la parola di un pubblico ufficiale vale di più: secondo il Codice Civile la sua testimonianza è assunta sempre come vera a meno che qualcuno riesca a provare che menta. Ma se un vigile a cui sei stato antipatico ti accusa di averlo chiamato “stronzo”, come fai a dimostrare che mente? Ecco perché la nuova legge pone una serie di condizioni per evitare o limitare gli abusi: l’offesa deve avvenire “in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone” e deve offendere contemporaneamente “l’onore (= il valore sociale) e il decoro (= le doti fisiche, intellettuali e professionali)” del pubblico ufficiale. In più, il risarcimento del danno estingue il reato: ed è questo l’unico aspetto che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha criticato nel firmare la legge: “La causa di estinzione è concettualmente incompatibile con i delitti che, come l’oltraggio, rientrano tra quelli contro la pubblica amministrazione”. Pur con questi limiti, comunque, la norma (articolo 341 bis del Codice Penale) desta molte perplessità. Soprattutto perché appare come una clamorosa retromarcia rispetto al quadro generale del nostro ordinamento giuridico: negli ultimi 10 anni erano stati depenalizzati non solo gli oltraggi ai pubblici ufficiali, ma anche a pubblici impiegati, a un corpo politico, alla Repubblica, alla bandiera (ora puniti con semplici multe).  Piero Ricca.Anche per questo motivo, quando il blogger Piero Ricca qualificò come “buffone” Silvio Berlusconi all’uscita dal processo Sme, fu assolto: si trattava di una “forte critica” a un personaggio politico, e come tale legittima. Finora, le uniche eccezioni privilegiate nel nostro Codice Penale erano (e continuano a essere) i giudici in udienza e il presidente della Repubblica. Loro sono più “uguali” degli altri cittadini: chi li insulta rischia fino a 5 (cinque!) anni di carcere. Queste contraddizioni, in Italia, passano sotto il solito silenzio rassegnato. Non così avviene in Francia: al Convegno internazionale sugli insulti a cui ho partecipato all’università di Chambéry è stato oggetto di dibattiti appassionati. Anche perché Oltralpe è stato fondato il Codedo (Collectif pour une dépénalisation du délit d’outrage, Collettivo per la depenalizzazione del delitto di oltraggio), un’associazione che sta raccogliendo firme per abolire il reato di oltraggio, definito “obsoleto, iniquo e retrivo”. Sottolineando 2 aspetti aberranti: nell’oltraggio, chi constata il reato ne è al tempo stesso anche la vittima. E in tribunale la sua parola vale di più di quella di un semplice cittadino. Ma non è tutto. In Francia, dicono i membri del Codedo, le denunce per oltraggio sono aumentate del 42% negli ultimi 11 anni. Il motivo? Un clima “sempre più repressivo”, per coprire e legittimare i crescenti soprusi della polizia. E anche perché, da quando Sarkozy era ministro dell’Interno (2002) le denunce per oltraggio erano usate come strumento per mostrare una maggiore efficienza nella repressione dei reati. Ma, secondo il Codedo, il reato di oltraggio sta diventando uno strumento con cui il presidente Sarkozy vorrebbe zittire gli oppositori in nome di una sorta di “delitto di lesa maestà”: di recente un francese è stato condannato a pagare 30 euro di multa per aver brandito un cartello con la scritta “Smamma, povero pirla” (“Casse-toi, pauvre con”), durante il passaggio del corteo presidenziale. È stata considerata un’offesa a tutta la nazione… Eppure, proprio quella frase era stata pronunciata mesi prima da Sarkozy al Salone dell’agricoltura ( v. filmato qui sotto), a un cittadino che non gli aveva voluto stringere la mano.
Ora, argomenta il Codedo, “quale rispetto accordare a un presidente della Repubblica così poco rispettoso dei suoi concittadini?”. Ecco perché il Codedo spera di raccogliere abbastanza firme per cancellare il reato di oltraggio dal Codice Penale.
Dunque, i nostri cugini francesi, figli della rivoluzione illuminista, si dimostrano ancora una volta più sensibili di noi nel reclamare l’attuazione dei principi di uguaglianza (libertè, Égalité, Fraternité è il motto della Repubblica francese). Ma io credo che sia un’utopia: è impensabile che il Potere tolleri di essere messo in discussione, o peggio ancora svilito, preso in giro, disprezzato. Perché questo gli toglierebbe… potere.
 Michail Bachtin.
L’aveva già capito un grande critico letterario russo, Michail Bachtin (1895-1975), sottolineando come il Potere statale sia sempre collegato alla violenza e ai divieti, all’autoritarismo: “il potere, la violenza, l’autorità non usano mai il linguaggio del riso (= le parolacce). C’è sempre in questa serietà un elemento di paura e di intimidazione”. Soprattutto se chi rappresenta il Potere non ne è affatto degno.
Credo sia più realizzabile, quindi, introdurre una norma per compensare le disparità ed eventuali abusi. Se l’autorità ha bisogno di essere rispettata, soprattutto se è davvero rappresentativa di un popolo, è giusto punire severamente chi la insulta. Ma se l’autorità abusa del proprio potere, non rispettando i propri cittadini, deve essere punita ancora più duramente, perché approfitta della propria posizione di vantaggio per fare violenza.
 Scontri al G8 di Genova.
Se un cittadino che insulta un’autorità rischia 3 anni di carcere, un’autorità che insulti un cittadino deve rischiarne almeno 6. Per non avere la tentazione di abusare del proprio potere. Come, purtroppo, è accaduto (e senza grandi conseguenze penali) alle forze dell’ordine che hanno commesso abusi durante il G8 di Genova 2001: molti manifestanti sono stati portati in caserma e qualificati con epiteti come "bastardi, stronzi, figli di puttana, drogati, comunisti di merda, stronzi, coglioni, puttana, troia"…Provate a digitare uno di questi insulti nella memoria del pm del processo su Bolzaneto che trovate qui… Un’autorità degna di questo nome non dovrebbe mai spingersi così "oltre".
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Un lancio di agenzia della AdnKronos ha portato sotto i riflettori il volgarometro. La notizia è stata ripresa da Repubblica, La Stampa, il Quotidiano nazionale, l' Ansa, Il Tempo, Yahoo notizie, Il Messaggero, Il Giornale, Libero, TgCom, La Voce d'Italia, City, Leggo, Agenzia Radicale, Agi. E presentata in anteprima da Federico Taddia alla trasmissione " L'altro lato" di RadioRai2 ( qui l'audio), e con un collegamento in diretta alla trasmissione " Cominciamo bene" di Rai3. Ne hanno parlato anche " Istruzioni per l'uso" (RadioRai1) e " Il ruggito del coniglio" (RadioRai2). Segno dell'interesse per la ricerca – del tutto inedita in Italia –, che mette a nudo i valori considerati scottanti, delicati e tabù dai navigatori. C'è però una precisazione importante da fare: in molti di questi resoconti si cita la parola "gay" come se nel volgarometro fosse considerata un insulto. Ma non è così: nel volgarometro, la parola "gay" non c'è. Il termine è, e resta, un termine neutrale per indicare gli omosessuali. In realtà il volgarometro aveva sottoposto ai naviganti le parole insultanti e spregiative per riferirsi agli omosessuali: frocio, culattone, culo rotto, ricchione. Sono state queste le parole giudicate ad alto tasso di offensività dai partecipanti al sondaggio, come si può leggere dalla puntata del blog in cui presentavo i risultati del sondaggio. Probabilmente per il timore di usare termini "forti", alcune testate hanno sostituito quei termini con uno più neutro, ingenerando però un equivoco sul termine usato nel sondaggio. Non cambia, però, l'interpretazione di questo dato: questi termini spregiativi e volgari riflettono in ogni caso una mentalità omofobica, maschilista e intollerante. Dunque, nulla da obiettare alle proteste degli attivisti gay sui risultati del sondaggio (da Franco Grillini a Gaynews) ma la precisazione sul termine usato era importante. Oltre a quella che non sono "professore": solo l'autore di " Parolacce", il primo studio di psicolinguistica sul turpiloquio in Italia.
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 Duemila seicento quindici. 2.615. Tanti sono stati i navigatori che hanno risposto al sondaggio sulle parolacce che avevo lanciato lo scorso 6 aprile. Un risultato che è andato ben oltre le mie più rosee aspettative: quindi, grazie di cuore a tutti quelli che hanno partecipato!!! Al sondaggio hanno risposto navigatori da 0 a oltre 60 anni, di tutte
le regioni italiane (e anche dall'estero) e livelli culturali: un
campione senz'altro ricco e vario, anche se non pretende di essere
rappresentativo della popolazione italiana. Grazie a questi numeri, abbiamo ottenuto una delle indagini linguistiche più corpose mai svolte in Italia, e l'unica a fotografare in modo significativo la percezione delle parolacce, al di là delle impressioni dei singoli. Quali sono le parolacce più volgari e offensive? E quelle più bonarie? Ora abbiamo finalmente uno strumento per valutarlo. Ecco qui sotto il volgarometro (cliccare sull'immagine per ingrandirla), ovvero la classifica delle parolacce a seconda del loro grado di offensività e volgarità percepiti.  Vogliamo fare qualche considerazione? Senz'altro. Nonostante le battaglie contro le discriminazioni, frocio e handicappato sono ancora considerati fra gli insulti più pesanti. Ma meno di mafioso, giudicato offensivo quanto stronzo. Cornuto perde importanza, superato da magnaccia, impotente, trans, travestito. Nazista e terrorista sono gli insulti politici più pesanti. E il celebre “ vaffa” è ampiamente superato, per potenza offensiva, da “ Ti venisse un cancro”. Dal sondaggio, poi, sono emerse 7 tendenze significative: 1) Se l’insulto è un “giudizio abbreviato”, le accuse sentite come più offensive (quindi più gravi) sono la violazione delle leggi (mafioso, ladro, infame) e i presunti eccessi sessuali ( zoccola per le donne, culattone per gli uomini). In quest’ultimo campo, nonostante l’apparente libertà di costumi, prevale ancora una visione maschilista e omofobica. Su questo punto, leggete le precisazioni che ho scritto qui. 2) Scottante anche il rapporto con malattie, morte, bruttezza, disabilità: le maledizioni (augurare malattie, morte o dolore a qualcuno) e gli insulti fisici sono tra le categorie col più alto voto medio. Questi valori sono giudicati più importanti rispetto alla lucidità mentale (rincoglionito) e alla cultura (ignorante). 3) Le singole espressioni che hanno ricevuto in assoluto i punteggi più alti sono le bestemmie, nonostante 1/3 del campione si dichiari ateo. Da notare che, anche se per valori infinitesimali, l’offesa alla Madonna è considerata più grave rispetto a quella verso Dio. 4) I fattori che influenzano maggiormente la percezione delle parolacce sono (in ordine decrescente) l’istruzione, l’età e l’abitudine a dirle; non incidono molto, invece, il sesso, il luogo di residenza e l’orientamento religioso. 5) Donne, over 50, meridionali e religiosi sono comunque le categorie più sensibili al turpiloquio: hanno attribuito a molte voci punteggi superiori alla media generale, giudicando con più severità le espressioni legate al sesso, alla morale, alla religione e alla devianza dalle norme. 6) Il 50,4% delle espressioni proposte è stata giudicata dai navigatori “poco volgare o offensiva” (punteggi da 0 a 1,4). Queste parole, di conseguenza, hanno perso buona parte della loro forza espressiva, degradandosi a espressioni colorite e graffianti ma non molto offensive o scandalose: fra queste, terrone, c a z z o, merda, va’ a cagare, sfigato, crumiro, buffone, incazzoso, rifatta/siliconata, sbirro, ostia, che palle, ballista. È aumentata l’abitudine alle parolacce, sia per un loro uso più frequente (dal 1999 le parolacce sono state depenalizzate con una legge-delega) sia per effetto del mutare dei valori sociali: tangentaro è oggi considerato molto più offensivo di eretico. 7) Le categorie di insulti giudicate meno pesanti sono, in ordine decrescente, quelli classisti (pezzente, barbone, proletario), quelli etnici (negro, terrone) e quelli religiosi (talebano, bigotto). Il motivo? Oggi le differenze di classe sono diventate più sfumate, e c’è più tolleranza verso le diverse fedi religiose; per quanto riguarda le discriminazioni etniche, sono giudicate meno severamente, probabilmente perché non toccano direttamente gli italiani: i navigatori – con alcuni distinguo - hanno espresso scarsa immedesimazione verso il dramma degli stranieri di non sentirsi accettati e integrati. Per analisi più approfondite, rimando al Pdf che trovate qui sotto cliccando alla voce "Attachment(s)".Ma a che serve il volgarometro? Può dare indicazioni utili, oltre che ai linguisti (per valutare se classificare una parola come spregiativa, descrittiva, offensiva…) e ai sociologi (per identificare e spiegare i valori morali e i tabù), anche ai giudici e agli educatori chiamati a esprimersi sulla carica di offensività di vari insulti (che però è determinata anche da altri fattori come il contesto, l’intenzione, il tipo di rapporto). In mancanza di dati quantitativi, infatti, finora queste valutazioni si sono affidate alla percezione dei singoli, che non necessariamente riescono a fotografare la sensibilità di un’epoca.  Il volgarometro, inoltre, può essere utile anche ai traduttori. Non sempre, infatti, da una lingua all’altra esistono parolacce di significato equivalente: per esempio, nei Paesi del nord Europa ci sono molte meno espressioni volgari sui temi religiosi e sessuali. Con il volgarometro, i traduttori hanno uno strumento per scegliere parolacce dal significato diverso ma con una carica offensiva equivalente. A patto che siano fatti sondaggi analoghi in altre lingue. Proposta che lancerò al 3° Convegno internazionale sulle parolacce previsto a fine maggio all’università della Savoia a Chambéry (Francia), dove sarò l'unico relatore italiano. In conclusione, ringrazio - oltre ai navigatori di Focus - quanti hanno collaborato al progetto: il direttore Sandro Boeri, la redazione di Focus.it, Francesca Tartamella per l'insostituibile apporto nell'elaborazione dei dati.
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2002: Berlusconi fa le corna al ministro spagnolo Josep Pique, dopo un vertice Ue. Le corna che fanno ridere sono solo quelle degli altri.Paura di essere sessualmente inadeguato. E paura di essere tradito. Dietro la carica offensiva del termine "cornuto" si celano queste ansie, come raccontavo nella prima puntata. Ma non sono le uniche. Leggendo l'eccellente saggio "Adulteri e cornuti" di Maurice Daumas, docente di storia contemporanea all'università di Pau (Francia), ho scoperto un terzo, sorprendente risvolto culturale: la paura di scoprirsi omosessuali. Ma come, direte voi???? Com'è possibile che dietro le storie di corna, che vedono protagonista un cornificatore, "gallo" e "macho" per eccellenza (al punto da riuscire a rubare la donna d'altri), si nascondano pulsioni gay? Beh, intanto non bisogna sottovalutare un aspetto omosessuale, per quanto simbolico: rubare la donna d'altri significa "fottere" non solo lei, ma anche il suo uomo. Non bisogna dimenticare che, fra gli animali - soprattutto le scimmie - i rapporti di potere si giocano anche, gerarchicamente, con minacce di monta fra un maschio e l'altro: "se non ti sottometti, ti sodomizzo", si potrebbe tradurre l'interazione. Non a caso, nota Daumas, che ha esaminato 173 storie di corna nella letteratura medievale e rinascimentale, le storie di corna si giocano su 3 tipologie di copione ricorrente, pur tra molteplici varianti. Innanzitutto, ci sono i "traditori", i cornificatori seriali che sono ripagati dalla loro moglie con la loro stessa moneta: esprimono la paura degli infedeli di essere traditi a loro volta. Poi ci sono i "troppo gelosi", che con la loro paura di essere traditi finiscono per esserlo davvero. E' il meccanismo della profezia che si autoavvera, ma anche un modo per esprimere l'impossibilitˆ di controllare i rapporti umani. Su questo aspetto si gioca, in fondo, la tragedia di "Otello" di William Shakespeare e l'amara commedia "Il magnifico cornuto" (1964) di Antonio Pietrangeli, tratta dalla pochade "Le cocu magnifique" (1921) di Fernand Crommelynck. Ugo Tognazzi, protagonista del film "Il magnifico cornuto".La terza tipologia di cornuti sono i mariti che ricevono quanto meritano: mariti spesso ricchi ma quasi sempre vecchi, brutti, antipatici, distratti. Che, come tali, meritano che la loro moglie sia "fottuta" da altri, e quindi di essere, a loro volta, "fottuti". E qui scatta l'acuta analisi di Daumas: dietro la falsa ossessione per l'adulterio si agitano le difficoltà di identità sessuale maschile. E non è l'unico caso, come racconto in " Parolacce".... "Le corna" scrive "sono anche un modo per esprimere un sogno inconfessabile: quello di una sessualità anarchicamente libera, in cui le donne sono pacificamente messe in comune (come avviene nel film "Butch Cassidy" in cui il protagonista divide la sua donna, l'insegnante Etta Place, con l'amico Sundance Kid, ndr) e gli uomini possono vivere anche storie omosessuali". Non dobbiamo dimenticare, infatti, che nell'antichità non solo gli uomini tradivano regolarmente la partner, ma vivevano (almeno in gioventù) avventure omosessuali senza che questo scandalizzasse nessuno. Il triangolo amoroso in "Butch Cassidy".Ma la sacralizzazione del matrimonio, enfatizzata dal cattolicesimo, ha depenalizzato la sessualità (coniugale) gettando infamia su ogni forma di erotizzazione dei legami maschili. E a quel punto l'identitˆ maschile è andata in crisi: come conciliare le relazioni omosessuali a cui gli uomini sono sempre stati avvezzi con il nuovo modello di matrimonio che si impone in occidente? Come accontentarsi di un solo partner sessuale, per di più femminile?. Il mito delle corna offre una soluzione per conciliare matrimonio e compagnonaggio, ovvero la fratellanza fra uomini, con valenze omosessuali. "Attraverso il matrimonio, si fornisce all’uomo la donna, la possibilità di condividerla e di sperimentare un rapporto omosessuale... Sedurre la donna d'altri dà una doppia soddisfazione erotica: una reale (il godersi la donna), e una simbolica (il possedere l’uomo). Ecco perché il marito tradito, in molte opere letterarie, si sente "fottuto" dal rivale. Le corna consacrano l'amicizia omosessuale - consapevole o inconsapevole - fra uomini: la donna, attraverso la condivisione del suo corpo, appare come la mediatrice di una relazione di seduzione reciproca fra due uomini. Ci si affratella mescolando, al posto del sangue, il proprio seme nel vaso comune dell'utero femminile: mescolare lo sperma per sigillare un'amicizia indefettibile: ecco il vero senso della condivisione di una donna". L'Ordine dei cornuti davanti al trono di Sua Maestà, Infedeltà: vignetta francese, 1815.Sorprendente, vero? Ed ecco perchè l'appellativo cornuto è diffuso nei Paesi dell'area mediterranea (e nell'est europeo) ma non nelle culture protestanti, dove la sessualità non è legata all’idea di peccato. Ecco perchè un insulto del genere è assente in danese, in svedese, in norvegese, nel tedesco moderno e in molti Paesi africani a sud del Maghreb. E nella stessa cultura anglosassone, "cornuto" si esprime con "b a s t a r d" (che ha tutt'altro senso) o "cuckold", derivato dal francese cocu. Anche se il termine, oggi, designa per lo più, nel gergo erotico, il marito che volontariamente e consapevolmente induce la propria parnter a vivere esperienze sessuali con altri uomini. Una sorta di guardone.
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