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Parolacce. Il blog di Vito Tartamella

  • Le parolacce dell'anno: la "top ten" del 2009

    Il 2009 sarà ricordato per una grande abbondanza di parolacce, soprattutto in Italia. Ma ben poche sono entrate nella "top 10" delle parolacce dell'anno. Il motivo? Troppo spesso sono state dette per populismo, studiata provocazione, attenta strategia per distrarre l'attenzione da problemi seri... soprattutto dai politici. Senza contare la sciatteria e la grevità di tanti personaggi televisivi a corto di idee, simpatia e spontaneità: le loro parolacce non meritano certamente di passare alla storia...
    Tanto che è venuta anche a me la tentazione di proporre una legge "ad personam": un decreto che, in Italia, autorizzi soltanto Mara Maionchi a dire parolacce. Perché per dirle appropriatamente occorrono dimestichezza e spontaneità, sincerità, irriverenza e... passione. E lei è una delle poche persone dotate di questi requisiti... E in più è una donna: una bella rivincita nei confronti di chi pensa che le parolacce siano una specialità solo maschile.

    Dunque, ecco la top 10 del 2009, in ordine crescente (quella del 2008 la trovate qui).
    E voi siete d'accordo? Avete altri episodi del 2009 da segnalare, purché siano contro corrente, simpatici, sorprendenti, di rottura? Scrivetemi! Le più gustose arricchiranno la classifica.


    10)  LUIZ INÁCIO DA SILVA, PRESIDENTE DEL BRASILE
    «Eu não quero saber se o João Castelo é do PSDB, não quero saber se o outro é do PFL, não quero saber se é do PT, eu quero saber se o povo está na merda e eu quero tirar o povo da merda em que ele se encontra. Esse é o dado concreto».

    [Non mi interessa se Joao Castelo (sindaco di Sao LuÏs) è del PSDB (Partito della social democrazia brasiliana), non mi interessa se un altro è del PFL (Partito del fronte liberale), non mi interessa se è del PT (Partito dei lavoratori, quello di Lula), io voglio sapere se il popolo è nella merda, perché voglio tirarlo fuori dalla merda in cui si trova. Questo è il dato concreto].




    – Dove e quando: 10 dicembre 2009, a un comizio durante una visita a Sao Luis, città nel nord est del Brasile, retta da un sindaco del PSDB
    – Perché è nella top 10: per la passione politica che trasuda dalle sue parole. Essendo un ex operaio, usa il linguaggio del popolo perché ne ha fatto parte davvero. Se poi l'abbia detto comunque per demagogia, chi può dirlo? Però Lula ha aggiunto: «Domani i grandi media diranno che dico parolacce. Ma loro ne dicono di più. E poi io so come vive veramente il popolo povero di questo Paes». Se la frase è stata sincera, tanto di cappello. In ogni caso, la parolaccia presidenziale ha fatto scalpore in tutto il Brasile.


    9) MASSIMO BUSACCA, ARBITRO SVIZZERO
    [ Mostra il dito medio ai tifosi che lo insultano]


    – Dove e quando: Baden (Svizzera), 20 settembre 2009. Durante la partita tra Baden e Young Boys (valevole per il primo turno di Coppa di Svizzera), Massimo Busacca, arbitro internazionale da 10 anni, ha mostrato il dito medio ai tifosi di Berna che lo contestavano.
    In un primo momento l'arbitro ha negato l’accaduto, ma è stato smentito dalle foto pubblicate in prima pagina sui principali giornali svizzeri. A quel punto ha ammesso tutto: «Ho perso la calma e ho reagito con un gesto antisportivo. Avrei dovuto reagire con una prestazione impeccabile e non mettendomi al livello di certi spettatori». La federazione Svizzera ha sospeso Busacca per tre turni.
    - Perché è nella top 10: perché, diversamente dal solito, l'arbitro, invece di subire passivamente gli insulti, li rispedisce al mittente. 


    8) MARCO PANNELLA, LEADER DEI RADICALI

    «Però c'hai la faccia come il c u l o  eh? (Per andare in tv) devo fare gli scioperi della sete, della fame....»


    – Dove e quando: Rai3, Ballarò, 26 maggio 2009, rivolto a Dario Franceschini, leader del Pd che ne contestava il "presenzialismo" in tv.
    – Perché è nella top 10: la frase non ha fatto epoca, ma è un peccato. Dimostra la forza di Pannella, capace di stendere, con la sua forza teatrale e popolaresca, qualunque avversario con la sua spontaneità e passione. Gli dà anche dell"imbroglione, dei "democratichi-chi-chi-chini"... Ma sempre con affetto, come dice lui.


    7) MICHELE PLACIDO, REGISTA
    «Con chi c a z z o devo fa' il film? La tua è una domanda stupida!!! Voi invadete gli altri popoli e poi ci fate i film per dire che siete buoni... ma andatevene a quel paese... Ah sei spagnola? Va bene, peggio!».


    – Dove e quando: Festival del cinema di Venezia, 10 settembre 2009, conferenza stampa di presentazione del film "Il grande sogno" di Placido. Che risponde così a una giornalista che gli copntestava incoerenza per il fatto di essere di sinistra e di fare film con la società cinematografica Medusa di Berlusconi.
    – Perché è nella top 10: per il modo sanguigno e  ironico con cui difende la sua libertà artistica, senza curarsi d'essere in una conferenza stampa internazionale. Per la cronaca, Placido ha poi chiesto scusa alla giornalista

    6) SERENA WILLIAMS, TENNISTA STATUNITENSE
    «I swear to God I'll fucking take this ball and shove it down your fucking throat! Do you hear me? I swear to God. You better be glad - you better be fucking glad that I'm not, I swear».

    [ Giuro su Dio che prenderò questa fottuta pallina e te la infilerò giù per la tua fottuta gola! Mi ascolti? Giuro su Dio. Dovresti essere fottutamente contenta che non lo sono, giuro].


    – Dove e quando: 12 settembre 2009, semifinali di tennis US Open a New York fra Serena Williams (Usa) e Kim Clijsters (Belgio). La Williams, la tennista più forte del mondo, si è rivolta con queste frasi (e altre, che sono sfuggite ai microfoni) a una giudice di linea che le aveva contestato un fallo di piede. Con la sua ira (già nel primo set la Williams aveva distrutto la racchetta in un impeto di rabbia) la Williams si à giocata la finale, regalando la vittoria alla Clijsters, che comunque si era già aggiudicata il primo set.
    Per questo (bruttissimo) episodio la Williams è stata condannata a una multa record di 82.500 dollari e una squalifica di 2 anni con la condizionale per i tornei del grande Slam: se entro il 2011 farà altri gesti del genere, la Williams rischia una multa di 175mila dollari e una squalifica efettiva.
    – Perché è nella top 10: perché è come la testata di Zidane ai mondiali 2006. Un atto incontrollato che mostra le forti emozioni aggressive in gioco nello sport.


    5) JOSÉ LUIS RODRÍGUEZ ZAPATERO, PREMIER SPAGNOLO
    «Hemos hecho un acuerdo para estimular, para favorecer, para follar... para apoyar ese turismo».

    [Abbiamo fatto un accordo per stimolare, per favorire, per scopare... per appoggiare questo turismo].


    – Dove e quando: Madrid (Spagna) 4 marzo 2009, conferenza stampa congiunta Spagna-Russia dopo la firma di un accordo bilaterale per incrementare il turismo.
    – Perché è nella top 10: perché è un lapsus straordinario... A che cosa pensava Zapatero? Al turismo sessuale? Il premier non batte ciglio e prosegue il suo intervento, ma ormai il danno è fatto. E il filmato è diventato un cult.


    4) LILLY ALLEN, CANTANTE BRITANNICA
    «F u c k you F u c k you very very much. Cause we hate what you do and we hate your whole crew».

    [Fottiti Fottiti tanto tanto, perché odiamo ciò che fai e odiamo tutta la tua cricca]



    – Dove e quando: 10 luglio 2009, canzone contro l'omofobia (tu dici non è okay essere gay... Bè, penso che tu sia davvero crudele Sei solo uno di quei razzisti che non è degno nemmeno di allacciarmi le scarpe... Il tuo punto di vista è medievale...) nell'album "It's not me, it's you".
    – Perché è nella top 10: non è certo la prima volta che un "f u c k" finisce in una canzone, come ben sanno i lettori di "Parolacce". Ma in questo caso, un'invettiva cruda diventa una canzone leggera e orecchiabile contro l'omofobia. E non è un risultato da poco. L'album della Allen ha venduto un milione e mezzo di copie nel mondo.

    3) CHECCO ZALONE, COMICO
    «Questa della D'Addario è la storia vera... e il premier che la vide così bella, sul letto di Putin la mise a pecorella...».


    – Dove e quando: Canale 5, Checco Zalone Show, 11 ottobre 2009. Parodia della "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andrè sulla falsariga degli scandali sessuali su Berlusconi.
    – Perché è nella top 10: perché riesce a essere leggera pur usando termini da osteria, e per di più nella "tana del lupo" (Canale 5). Va detto, tra l'altro, che per "par condicio", Checco ha ideato anche una versione dedicata a Marrazzo (la rima aiuta...).

    2) MARA MAIONCHI, PRODUTTRICE DISCOGRAFICA E GIUDICE DI "X FACTOR"

    «Mi dispiace per le Yavanna... Loro hanno la maturità e la capacità di essere un artista nuovo, c a zz o, e allora mi rompe i c o g l i o n i, va bene????! ... Mai una novità, c a z z o!!!».


    – Dove e quando: "XFactor", Rai2, 16 settembre 2009, dopo la bocciatura delle Yavanna (gruppo musicale).
    – Perché è nella top 10: per la spontaneità sanguigna con cui difende a spada tratta gli artisti che tentano strade nuove. Imprecando e piangendo, mescolando rabbia e sofferenza, sensibilità femminile e linguaggio da caserma. Non urta, non è volgare, ma diverte e coinvolge enotivamente... E scusate se è poco.


    And the winner is...


    1) DIEGO ARMANDO MARADONA, ALLENATORE DELLA NAZIONALE DI CALCIO ARGENTINA
    «Para los que no creyeron, con el perdòn de las damas, que la chupen, y que la sigan chupando. Yo soy blanco o negro. Gris no voy a ser en mi vida. Ustedes me trataron como me trataron, sigan mamando».

    [Per quelli che non ebbero fiducia in me, chiedendo scusa alle signore, che me lo succhino, che continuino a ciucciarmelo. Io sono o bianco o nero. Non intendo essere grigio nella mia vita. Voi mi avete trattato come mi avete trattato, allora andate avanti a succhiarmelo.]


    – Dove e quando: Montevideo (Uruguay), 14 ottobre 2009, conferenza stampa dopo la vittoria 1-0 dell'Argentina contro l'Uruguay. La vittoria qualifica l'Argentina ai Mondiali. Un mese dopo questo episodio, la Fifa ha condannato Maradona a 2 mesi di sospensione e 16mila euro di multa.
    – Perché è nella top 10: per l'incoscienza e l'irriverenza con cui Maradona, in una conferenza stampa internazionale, sfoga la sua rabbia contro i giornalisti che lo avevano attaccato. E per la solennità sanguigna con cui dice una volgarità da bar (o da stadio).








  • Minchia, quanto siamo ricchi (di parolacce)! Ecco perché...


    Una locandina del "Vernacoliere", mensile satirico livornese.


    Che cosa c'entrano l'ultimo film di Tornatore, una scrittrice americana innamorata dell'italiano e il poeta Gioacchino Belli... con le parolacce? C'entrano, e in questo post vi spiego perché.



    Quando la scrittrice californiana Dianne Hales (foto qui sopra) è venuta in Italia a intervistarmi sulle parolacce per scrivere il suo libro "La bella lingua" (vedi segnalazioni qui e qui) mi ha chiesto se gli italiani dicono più parolacce rispetto ad altri popoli.
    Nel suo libro, infatti, racconta - con affetto, sconcerto e ironia - un aspetto che colpisce molti stranieri: la grande varietà di espressioni volgari e l'ampio uso che ne facciamo in qualunque circostanza della vita.
    Gli stranieri, insomma, ci vedono come tanti "Er Monnezza" in servizio permamente (clicca il filmato qui sotto).

    La domanda (e le osservazioni) di Dianne sono intriganti: siamo davvero il popolo più sboccato del pianeta? E, soprattutto: da che dipende questa grande ricchezza espressiva? La risposta la do subito: dal dialetto. Che, peraltro, in questi ultimi tempi sta vivendo un'inaspettata giovinezza (e alcune strumentalizzazioni politiche).
    Partiamo da qualche dato. Quante sono le parolacce in italiano? Impossibile catalogarle: come racconto in Parolacce i dizionari come lo Zingarelli ne citano circa 300, ma nei dizionari specializzati (ne esistono di ottimi sul lessico erotico e sugli insulti) si sale a oltre 3500 termini....
    Del resto, per avere un'idea concreta basta ricordare il celebre sketch (clicca il filmato qui sotto) di Roberto Benigni da Raffaella Carrà in cui elencava i sinonimi (solo una piccola parte!!!) dei genitali maschili e femminili:


    E proprio lo sketch di Benigni è un ottimo punto di partenza per capire le radici dialettali del turpiloquio. Il gioco di elencare i diversi nomi delle zone erogene (che diventano sempre più ricche, rivelatrici e sfuggenti quanto più le si nomina), infatti, è molto antico... Vi ci sono cimentati celebri poeti dialettali come  Giorgio Baffo (veneziano, (1694-1768), Carlo Porta (milanese, 1775-1821), Gioacchino Belli (romanesco, 1791-1863), Ferdinando Russo (napoletano 1866-1927).


    Volete un assaggio? Eccone uno dedicato da Belli (ritratto qui sopra) al sesso femminile:

    LA MADRE DE LE SANTE
    Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
    Pe ffasse intenne da la ggente dotta
    Je toccherebbe a ddì vvurva, vaccina,
    E ddà ggiù co la cunna e cco la potta.
    Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
    Dimo scella, patacca, passerina,
    Fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
    Freggna, fica, sciavatta, chitarrina,
    Sorca, vaschetta, fodero, frittella,
    Ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
    Chiavica, gattarola, finestrella,
    Fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
    Urinale, fracosscio, ciumachella,
    La-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
    E ssi vvòi la scimosa,
    Chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
    Chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.


    Per par condicio, diremo che esistono componimenti analoghi di Giorgio Baffo in veneto, altri, sempre di Belli, dedicati al sesso maschile, ai testicoli, sia in romanesco che in milanese (opera di Carlo Porta), al sedere (ancora Belli) e chi più ne ha più ne metta (di citazioni! Cosa avevate capito, maliziosi?!?!?).

    Così, la grande ricchezza lessicale delle parolacce italiane è figlia della grande quantità di dialetti presente nella nostra terra, a sua volta figlia dei tanti, piccoli principati in cui è stata a lungo divisa l'Italia: qualche decina, che fanno della nostra terra un serbatoio ricchissimo (e forse unico) di parole e parolacce.



    Una mappa dei dialetti italiani (clicca per i dettagli).

    Del resto, qualcosa di simile (anche se con numeri molto più piccoli) accade in Francia: chi ha visto il divertente film "Giù al Nord" ne sa qualcosa: il protagonista è spedito per lavoro a Nord-Pas-de-Calais, dove parlano lo Cht'i, il piccardo, sapientemente reinventato dal doppiatore Francesco Vairano, che lo rende, nella versione italiana (spezzone qui sotto), con um mix di dialetti in cui si dice "chiulo" invece di "culo", vacca puzza, marona ("merda"), scrotaiolo ("coglione"), che membrata ("cazzata")...


    Del resto, prima che l'italiano diventasse una lingua nazionale, i dialetti erano vere e proprie lingua con una propria produzione letteraria. Che oggi si tenta in qualche modo di tenere viva: dal siciliano (in realtà un po' inventato) usato da Andrea Camilleri nei gialli di Montalbano, alle versioni vernacolari di Wikipedia fino al nuovo film di Giuseppe Tornatore, "Baaria" (al cinema sia in versione dialettale che in italiano). Per non parlare della comicità (Enrico Brignano, Gigi Proietti, Enrico Bertolino), della canzone (Teresa De Sio, Pino Daniele, Davide Van De Sfroos, Gigi D'Alessio...). Perché?
    Perché il dialetto è una lingua antica, popolare, diretta: ha un'espressività colorita, che la rende particolarmente efficace per esprimere in modo autentico e diretto le emozioni (che è lo scopo delle parolacce).


    Le 9 versioni dialettali italiane di Wikipedia (clicca per i dettagli).


    Inutile, però, rimpiangere i tempi di gloria dei nostri dialetti: già l'Istat aveva accertato, nel 2006, con un'indagine su 24mila famiglie (circa 54mila persone) che solo il 16% degli italiani parla esclusivamente in dialetto in famiglia. Una percentuale che fotografa in modo impietoso la progressiva scomparsa del dialetto, soppiantato dall'italiano e dagli influssi di altre lingue come l'inglese.
    Ecco perché risultano involontariamente comici i tentativi politici di resuscitarlo per forza, dai tg ai libri di testo scolastici... basta guardare le facce (perplesse, spaesate, irrisorie) dei parlamentari europei quando il deputato Enzo Rivellini si è messo a parlare in napoletano per "sensibilizzare l'Europa sui problemi del Sud Italia":

    Sono quelle le facce con cui ci guardano in Europa e nel mondo quando innestiamo la retromarcia... Allora, meglio accontentarci delle nostre parolacce dialettali, e tenercele strette. E' anche questa una delle ricchezze che il mondo ci ammira. Miiiiiinchia!!!!



  • Imprecate: soffrirete meno! (e un appello ai ricercatori)



    La notizia ha fatto il giro del mondo, e non poteva essere altrimenti: alcuni ricercatori britannici hanno scoperto che dire le parolacce aiuta a sopportare il dolore.
    La ricerca – svolta da psicologi dell’università di Keele – è stata pubblicata ai primi di agosto su “Neuroreport” ed è stata accolta come uno studio rivoluzionario o – peggio – come una curiosità stravagante...
    In realtà, pur nascendo da un’intuizione geniale, la ricerca ha perso un’occasione preziosa per far progredire gli studi psiconeurologici sul turpiloquio. Come faccio a dirlo? Beh, ho letto il testo integrale della ricerca che mi ha inviato uno degli autori, Richard Stephens. Vediamo cosa dice.

    Innanzitutto, la ricerca nasce per verificare una – discutibile – ipotesi lanciata nel 2001 da uno psicologo canadese, Michael Sullivan dell’università McGill di Montreal (Canada). In uno studio, sosteneva che le imprecazioni (ossia le esclamazioni volgari come “Merda!” “Porca troia!”) sono un tentativo malriuscito di adattamento al dolore, che ci porta a sopportare pensieri negativi e inutili.
    Ma se è così, perché allora le parolacce sono una risposta così frequente quando proviamo un dolore?
    Se imprecare fosse davvero una forma di disadattamento, invece di aiutarci a sopportare il dolore dovrebbe amplificarlo, hanno obiettato i ricercatori inglesi.
    E hanno  organizzato un esperimento tanto semplice quanto efficace per verificare se fosse davvero così.
    E qui sta la parte meritoria della ricerca: ai partecipanti (67 giovani tra i 19 e i 22 anni) è stato chiesto di indicare le 5 imprecazioni più usate quando si martellano un dito per sbaglio, e di scegliere la prima della lista (le più popolari: Merda! Fanculo!).
    Ricordate la celebre scena del film "Fantozzi" (1975) in cui il nostro eroe tenta di montare una tenda col collega Filini in un campeggio durante la notte? Per non disturbare gli intolleranti campeggiatori tedeschi, Fantozzi corre a sfogarsi a km di distanza...


    Ma torniamo all'esperimento. I partecipanti erano invitati a immergere una mano (la non dominante: la destra per i mancini e viceversa) in una bacinella d’acqua a temperatura ambiente (25 °C) per 3 minuti, dopo i quali si misurava la frequenza cardiaca, per avere un punto di paragone uguale per tutti. Poi dovevano immergere la stessa mano in una bacinella piena d’acqua fredda (5 °C) finché riuscivano a resistere, mentre ripetevano la parolaccia scelta oppure una parola neutra.
    Il tempo di immersione sarebbe stato la misura della tolleranza al dolore. In più, dopo ogni tentativo, si misurava la frequenza cardiaca (battiti al minuto) e il dolore percepito (misurato da 1 a 10 con la scala inventata dallo psicologo svedese Gunnar Borg in relazione alla personalità dei soggetti: paura del dolore, ansietà…).




    L’olandese Wim Hof, capace di stare immerso nel ghiaccio per 1h 13’ e 48’’: un Guinness. Il merito? Non le parolacce, ma una tecnica yoga di meditazione tibetana, il tummo.

    Ed ecco i risultati principali:
      Maschi Femmine
      Imprecanti Non imprecanti Imprecanti Non imprecanti
    Resistenza (secondi) 190,63 146,71 120,29 91,07

    Dolore percepito (scala di Borg)

    3,89 4,87 3,79 5,62
    Frequenza cardiaca (bpm) 90,05 85,26 100,28 91,07


    Dunque, chi  ha smadonnato è riuscito a resistere più tempo con la mano in acqua fredda, proprio perché questa azione l’ha aiutato a sentire meno dolore.
    Insomma, lungi dall’essere un disadattamento, l’imprecazione produce un effetto ipoalgesico (riduce la sensibilità agli stimoli dolorosi). E non basta urlare pronunciando una parola qualunque: solo sfogandosi con una parolaccia si riesce a sopportare il dolore per più tempo (+ 43,92 secondi gli uomini, + 29,22 secondi le donne).
    Come spiegano questi risultati i ricercatori? Qui la ricerca mostra i suoi limiti: “imprecare serve ad alzare i livelli di aggressività, adottando un modello di risposta virile (e quindi più resistente al dolore) in caso di pericolo e stress. Il battito cardiaco aumenta perché si tratta di una reazione di lotta o fuga”.
    In altre parole, imprecare è un riflesso difensivo: serve a intimidire una persona (o anche un oggetto) che ci attacca.
    L’effetto è più marcato nelle donne, forse perché imprecano meno spesso degli uomini.


    Il sergente Maggiore Hartman nel film "Full metal jacket" (1987): un esempio dell'uso di parolacce come sfogo per affrontare il dolore dell'addestramentio militare.

    Per chi ignora le ricerche sul turpiloquio, potrebbe sembrare una scoperta notevole. In realtà, è da più di 50 anni che vengono svolte ricerche sugli effetti fisici del turpiloquio: come ho scritto in Parolacce, è stato già accertato che dire parolacce aumenta la conduttività elettrica della pelle, fa dilatare le pupille e modifica la pressione.
    Il motivo? Lo spiega, da 15 anni a questa parte, la neurobiologia: gli stati di coscienza sono dovuti a precise modificazioni biochimiche.  In pratica, le emozioni (rabbia, gioia, paura, tristezza, disgusto, sorpresa…) sono legate all’entrata in circolo, nel sangue, di sostanze prodotte dal nostro corpo (ormoni e neurotrasmettitori: adrenalina, serotonina, etc etc): queste sostanze – prodotte dal cervello e dall’apparato endocrino – attivano una serie di reazioni fisiche, dall’aumento del battito cardiaco alla sudorazione, dall’eccitazione alla sonnolenza eccetera.
    Ora, le parolacce sono un linguaggio specializzato nell’esprimere le emozioni. E, guarda caso, sono controllate per lo più dal sistema limbico, un’area cerebrale che controlla le emozioni tramite la produzione di particolari ormoni e neurotrasmettitori.





    Il sistema limbico.

    Dunque, sarebbe stato ancora più rivoluzionario scoprire quali sono le sostanze biochimiche che il nostro corpo produce quando imprechiamo. Bastava un prelievo di sangue – prima e dopo l’esperimento – per verificare se, com’è probabile, imprecare induce il nostro corpo a produrre più adrenalina (ormone e neurotrasmettitore), che, infatti, aumenta il livello di reattività dell’organismo. E con una risonanza magnetica funzionale si sarebbero potute fotografare le aree del cervello attivate.
    E magari si sarebbe potuta verificare un'ipotesi suggestiva: dato che altre aree cerebrali (gangli della base e lobo frontale) funzionano come un censore, come una sorta di “freno a mano” che blocca l’articolazione delle parolacce, si può ipotizzare che l’organismo, disinnescando questo freno inibitorio, liberi delle energie che vengono usate per sopportare il dolore?
    Non sono un neurobiologo, e non so rispondere. Perciò lancio un appello ai ricercatori italiani: perché non fate una ricerca che sveli finalmente quali sono i mediatori biochimici delle parolacce? Avrebbe sicuramente un riscontro internazionale, perché aiuterebbe a conoscere meglio un meccanismo di adattamento (e di sopravvivenza) fondamentale. Tanto più che il metodo escogitato dai ricercatori inglesi (imprecare tenendo una mano in acqua fredda) è facilmente ripetibile ed efficace. Qualcuno vuole raccogliere il testimone?
  • Oltraggio: il ritorno degli intoccabili (a parole)


    La legge è uguale per tutti, con qualche eccezione.

    Misurate le parole. D’ora in poi, se insultate un vigile (ma anche un poliziotto, un medico, un pilota d’aereo…) rischiate grosso: fino a 3 anni di carcere. Molto meno di quanto rischierebbe se lo facesse lui: rischierebbe al massimo 1 anno di galera.
    In Italia gli insulti non sono più uguali per tutti. Da luglio, infatti, è stata ripristinata una nuova categoria di intoccabili, almeno a parole: i pubblici ufficiali. Per loro, il governo ha riesumato il 2 luglio, nell’ultimo decreto sulla sicurezza, il reato di “oltraggio”, che era stato depenalizzato 10 anni fa.
    In pratica, chi insulta un pubblico ufficiale in servizio rischia pene molto più severe rispetto a chi insulta un comune cittadino. Due pesi e due misure: solo se si tocca un rappresentante del Potere si “va oltre misura” (“oltraggio” significa proprio “andare oltre”).
    Perché questa disparità di trattamento, quando la nostra Costituzione (art. 3) stabilisce a chiare lettere che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”?

    Per rispondere a questa domanda, bisogna prima capire chi sono i pubblici ufficiali: per il Codice Penale sono le persone che esercitano una pubblica funzione legislativa (i parlamentari), giudiziaria (i magistrati) o amministrativa (gli impiegati pubblici con compiti di autorità o certificazione). Ovvero, come ricorda  Wikipedia, oltre alle forze dell’ordine e ai militari anche molte altre figure professionali: assistenti sociali, ausiliari del traffico, insegnanti, ufficiali giudiziari, medici e infermieri, guardie venatorie, piloti di aerei, treni, navi, notai, membri di seggi elettorali, avvocati, curatori fallimentari, direttori di lavori di opere pubbliche…
    In una parola: tutti quelli che rappresentano, nel loro agire, lo Stato.
    E che, proprio per questo, lo Stato tutela in modo particolare. Come racconto in “Parolacce”, il reato era esistito fino al 1999, poi fu abolito per sgravare i Tribunali da procedimenti di minor peso. Ora è stato reintrodotto: perché?
    Su richiesta delle stesse forze dell’ordine, “per rendere più incisiva l’azione di polizia e più autorevole l’immagine della Polizia”.


    Alberto Sordi ne "Il vigile" (1961): denuncia il sindaco per oltraggio, ma poi in Tribunale ritratta.

    Ma prima della riforma, chi offendeva un pubblico ufficiale era comunque punito, con le pene previste per l’ingiuria aggravata. Secondo alcuni giuristi, in realtà, la riforma è servita a compensare la parziale perdita di poteri delle forze dell’ordine in seguito all’istituzione delle ronde di cittadini, prevista nel medesimo decreto sicurezza.
    In ogni caso, al governo è costato senz’altro meno ripristinare una norma di principio come questa che dare gli agognati rinforzi (uomini, mezzi e finanziamenti) alle forze dell’ordine…

    Motivazioni a parte, la disparità di trattamento tra un pubblico ufficiale e un semplice cittadino risulta evidente non solo valutando la diversità di pene previste, ma anche se si considera che la parola di un pubblico ufficiale vale di più: secondo il Codice Civile la sua testimonianza è assunta sempre come vera a meno che qualcuno riesca a provare che menta. Ma se un vigile a cui sei stato antipatico ti accusa di averlo chiamato “stronzo”, come fai a dimostrare che mente?
    Ecco perché la nuova legge pone una serie di condizioni per evitare o limitare gli abusi: l’offesa deve avvenire “in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone” e deve offendere contemporaneamente “l’onore (= il valore sociale) e il decoro (= le doti fisiche, intellettuali e professionali)” del pubblico ufficiale.
    In più, il risarcimento del danno estingue il reato: ed è questo l’unico aspetto che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha criticato nel firmare la legge: “La causa di estinzione è concettualmente incompatibile con i delitti che, come l’oltraggio, rientrano tra quelli contro la pubblica amministrazione”.

    Pur con questi limiti, comunque, la norma (articolo 341 bis del Codice Penale) desta molte perplessità. Soprattutto perché appare come una clamorosa retromarcia rispetto al quadro generale del nostro ordinamento giuridico: negli ultimi 10 anni erano stati depenalizzati non solo gli oltraggi ai pubblici ufficiali, ma anche a pubblici impiegati, a un corpo politico, alla Repubblica, alla bandiera (ora puniti con semplici multe).


    Piero Ricca.


    Anche per questo motivo, quando il blogger Piero Ricca qualificò come “buffone” Silvio Berlusconi all’uscita dal processo Sme, fu assolto: si trattava di una “forte critica” a un personaggio politico, e come tale legittima.
    Finora, le uniche eccezioni privilegiate nel nostro Codice Penale erano (e continuano a essere) i giudici in udienza e il presidente della Repubblica. Loro sono più “uguali” degli altri cittadini: chi li insulta rischia fino a 5 (cinque!) anni di carcere.

    Queste contraddizioni, in Italia, passano sotto il solito silenzio rassegnato. Non così avviene in Francia: al Convegno internazionale sugli insulti a cui ho partecipato all’università di Chambéry è stato oggetto di dibattiti appassionati. Anche perché Oltralpe è stato fondato il Codedo (Collectif pour une dépénalisation du délit d’outrage, Collettivo per la depenalizzazione del delitto di oltraggio), un’associazione che sta raccogliendo firme per abolire il reato di oltraggio, definito “obsoleto, iniquo e retrivo”. Sottolineando 2 aspetti aberranti: nell’oltraggio, chi constata il reato ne è al tempo stesso anche la vittima. E in tribunale la sua parola vale di più di quella di un semplice cittadino.
    Ma non è tutto. In Francia, dicono i membri del Codedo, le denunce per oltraggio sono aumentate del 42% negli ultimi 11 anni. Il motivo? Un clima “sempre più repressivo”, per coprire e legittimare i crescenti soprusi della polizia. E anche perché, da quando Sarkozy era ministro dell’Interno (2002) le denunce per oltraggio erano usate come strumento per mostrare una maggiore efficienza nella repressione dei reati.

    Ma, secondo il Codedo, il reato di oltraggio sta diventando uno strumento con cui il presidente Sarkozy vorrebbe zittire gli oppositori in nome di una sorta di “delitto di lesa maestà”: di recente un francese è stato condannato a pagare 30 euro di multa per aver brandito un cartello con la scritta “Smamma, povero pirla” (“Casse-toi, pauvre con”), durante il passaggio del corteo presidenziale. È stata considerata un’offesa a tutta la nazione… Eppure, proprio quella frase era stata pronunciata mesi prima da Sarkozy al Salone dell’agricoltura (v. filmato qui sotto), a un cittadino che non gli aveva voluto stringere la mano.



    Ora, argomenta il Codedo, “quale rispetto accordare a un presidente della Repubblica così poco rispettoso dei suoi concittadini?”. Ecco perché il Codedo spera di raccogliere abbastanza firme per cancellare il reato di oltraggio dal Codice Penale.

    Dunque, i nostri cugini francesi, figli della rivoluzione illuminista, si dimostrano ancora una volta più sensibili di noi nel reclamare l’attuazione dei principi di uguaglianza (libertè, Égalité, Fraternité è il motto della Repubblica francese). Ma io credo che sia un’utopia: è impensabile che il Potere tolleri di essere messo in discussione, o peggio ancora svilito, preso in giro, disprezzato. Perché questo gli toglierebbe… potere.


    Michail Bachtin.


    L’aveva già capito un grande critico letterario russo, Michail Bachtin (1895-1975), sottolineando come il Potere statale sia sempre collegato alla violenza e ai divieti, all’autoritarismo: “il potere, la violenza, l’autorità non usano mai il linguaggio del riso (= le parolacce). C’è sempre in questa serietà un elemento di paura e di intimidazione”. Soprattutto se chi rappresenta il Potere non ne è affatto degno.

    Credo sia più realizzabile, quindi, introdurre una norma per  compensare le disparità ed eventuali abusi. Se l’autorità ha bisogno di essere rispettata, soprattutto se è davvero rappresentativa di un popolo, è giusto  punire severamente chi la insulta. Ma se l’autorità abusa del proprio potere, non rispettando i propri cittadini, deve essere punita ancora più duramente, perché approfitta della propria posizione di vantaggio per fare violenza.


    Scontri al G8 di Genova.

    Se un cittadino che insulta un’autorità rischia 3 anni di carcere, un’autorità che insulti un cittadino deve rischiarne almeno 6. Per non avere la tentazione di abusare del proprio potere.
    Come, purtroppo, è accaduto (e senza grandi conseguenze penali) alle forze dell’ordine che hanno commesso abusi durante il G8 di Genova 2001: molti manifestanti sono stati portati in caserma e qualificati con epiteti come "bastardi, stronzi, figli di puttana, drogati, comunisti di merda, stronzi, coglioni, puttana, troia"…Provate a digitare uno di questi insulti nella memoria del pm del processo su Bolzaneto che trovate qui
    Un’autorità degna di questo nome non dovrebbe mai spingersi così "oltre".

  • Volgarometro: reazioni & una precisazione importante

    Un lancio di agenzia della AdnKronos ha portato sotto i riflettori il volgarometro.
    La notizia è stata ripresa da Repubblica, La Stampa, il Quotidiano nazionale, l'Ansa,
    Il Tempo Yahoo notizie, Il Messaggero, Il Giornale, Libero, TgCom, La Voce d'Italia, City, Leggo, Agenzia Radicale, Agi.

    E presentata in anteprima da Federico Taddia alla trasmissione "L'altro lato" di RadioRai2 (qui l'audio), e con un collegamento in diretta alla trasmissione "Cominciamo bene" di Rai3. Ne hanno parlato anche "Istruzioni per l'uso" (RadioRai1) e "Il ruggito del coniglio" (RadioRai2).

    Segno dell'interesse per la ricerca – del tutto inedita in Italia –, che mette a nudo i valori considerati scottanti, delicati e tabù dai navigatori.
    C'è però una precisazione importante da fare: in molti di questi resoconti si cita la parola "gay" come se nel volgarometro fosse considerata un insulto. Ma non è così: nel volgarometro, la parola "gay" non c'è. Il termine è, e resta, un termine neutrale per indicare gli omosessuali.

    In realtà il volgarometro aveva sottoposto ai naviganti le parole insultanti e spregiative per riferirsi agli omosessuali: frocio, culattone, culo rotto, ricchione.
    Sono state queste le parole giudicate ad alto tasso di offensività dai partecipanti al sondaggio, come si può leggere dalla puntata del blog in cui presentavo i risultati del sondaggio.
    Probabilmente per il timore di usare termini "forti", alcune testate hanno sostituito quei termini con uno più neutro, ingenerando però un equivoco sul termine usato nel sondaggio.

    Non cambia, però, l'interpretazione di questo dato: questi termini spregiativi e volgari riflettono in ogni caso una mentalità omofobica, maschilista e intollerante.

    Dunque, nulla da obiettare alle proteste degli attivisti gay sui risultati del sondaggio (da Franco Grillini a Gaynews) ma la precisazione sul termine usato era importante.
    Oltre a quella che non sono "professore": solo l'autore di "Parolacce", il primo studio di psicolinguistica sul turpiloquio in Italia.

  • Abbiamo il "Volgarometro"!!!




    Duemila seicento quindici. 2.615. Tanti sono stati i navigatori che hanno risposto al sondaggio sulle parolacce che avevo lanciato lo scorso 6 aprile. Un risultato che è andato ben oltre le mie più rosee aspettative: quindi, grazie di cuore a tutti quelli che hanno partecipato!!!
    Al sondaggio hanno risposto navigatori da 0 a oltre 60 anni, di tutte le regioni italiane (e anche dall'estero) e livelli culturali: un campione senz'altro ricco e vario, anche se non pretende di essere rappresentativo della popolazione italiana.

    Grazie a questi numeri, abbiamo ottenuto una delle indagini linguistiche più corpose mai svolte in Italia, e l'unica a fotografare in modo significativo la percezione delle parolacce, al di là delle impressioni dei singoli.
    Quali sono le parolacce più volgari e offensive? E quelle più bonarie?
    Ora abbiamo finalmente uno strumento per valutarlo.
    Ecco qui sotto il volgarometro (cliccare sull'immagine per ingrandirla), ovvero la classifica delle parolacce a seconda del loro grado di offensività e volgarità percepiti.


    Vogliamo fare qualche considerazione? Senz'altro.
    Nonostante le battaglie contro le discriminazioni, frocio e handicappato sono ancora considerati fra gli insulti più pesanti. Ma meno di mafioso, giudicato offensivo quanto stronzo. Cornuto perde importanza, superato da magnaccia, impotente, trans, travestito. Nazista e terrorista sono gli insulti politici più pesanti. E il celebre “vaffa” è ampiamente superato, per potenza offensiva, da “Ti venisse un cancro”.
    Dal sondaggio, poi, sono emerse 7 tendenze significative:
    1)    Se l’insulto è un “giudizio abbreviato”, le accuse sentite come più offensive (quindi più gravi) sono la  violazione delle leggi (mafioso, ladro, infame) e i presunti eccessi sessuali (zoccola per le donne, culattone per gli uomini). In quest’ultimo campo, nonostante l’apparente libertà di costumi, prevale ancora una visione maschilista e omofobica. Su questo punto, leggete le precisazioni che ho scritto qui.
    2)    Scottante anche il rapporto con malattie, morte, bruttezza, disabilità: le maledizioni (augurare malattie, morte o dolore a qualcuno) e gli insulti fisici sono tra le categorie col più alto voto medio. Questi valori sono giudicati più importanti rispetto alla lucidità mentale (rincoglionito) e alla cultura (ignorante).
    3)    Le singole espressioni che hanno ricevuto in assoluto i punteggi più alti sono le bestemmie, nonostante 1/3 del campione si dichiari ateo. Da notare che, anche se per valori infinitesimali, l’offesa alla Madonna è considerata più grave rispetto a quella verso Dio.




    4)    I fattori che influenzano maggiormente la percezione delle parolacce sono (in ordine decrescente) l’istruzione, l’età e l’abitudine a dirle; non incidono molto, invece, il sesso, il luogo di residenza e l’orientamento religioso.
    5)    Donne, over 50, meridionali e religiosi sono comunque le categorie più sensibili al turpiloquio: hanno attribuito a molte voci punteggi superiori alla media generale, giudicando con più severità le espressioni legate al sesso, alla morale, alla religione e alla devianza dalle norme.
    6)    Il 50,4% delle espressioni proposte è stata giudicata  dai navigatori “poco volgare o offensiva” (punteggi da 0 a 1,4). Queste parole, di conseguenza, hanno perso buona parte della loro forza espressiva, degradandosi a espressioni colorite e graffianti ma non molto offensive o scandalose: fra queste, terrone, c a z z o, merda, va’ a cagare, sfigato, crumiro, buffone, incazzoso, rifatta/siliconata, sbirro, ostia, che palle, ballista. È aumentata l’abitudine alle parolacce, sia per un loro uso più frequente (dal 1999 le parolacce sono state depenalizzate con una legge-delega) sia per effetto del mutare dei valori sociali: tangentaro è oggi considerato molto più offensivo di eretico.
    7)    Le categorie di insulti giudicate meno pesanti sono, in ordine decrescente, quelli classisti (pezzente, barbone, proletario), quelli etnici (negro, terrone) e quelli religiosi (talebano, bigotto). Il motivo? Oggi le differenze di classe sono diventate più sfumate, e c’è più tolleranza verso le diverse fedi religiose; per quanto riguarda le discriminazioni etniche, sono giudicate meno severamente, probabilmente perché non toccano direttamente gli italiani: i navigatori – con alcuni distinguo - hanno espresso scarsa immedesimazione verso il dramma degli stranieri di non sentirsi accettati e integrati.  

    Per analisi più approfondite, rimando al Pdf che trovate qui sotto cliccando alla voce "Attachment(s)".

    Ma a che serve il volgarometro?
    Può dare indicazioni utili, oltre che ai linguisti (per valutare se classificare una parola come spregiativa, descrittiva, offensiva…) e ai sociologi (per identificare e spiegare i valori morali e i tabù), anche ai giudici e agli educatori chiamati a esprimersi sulla carica di offensività di vari insulti (che però è determinata anche da altri fattori come il contesto, l’intenzione, il tipo di rapporto).
    In mancanza di dati quantitativi, infatti, finora queste valutazioni si sono affidate alla percezione dei singoli, che non necessariamente riescono a fotografare la sensibilità di un’epoca.




    Il volgarometro, inoltre, può essere utile anche ai traduttori. Non sempre, infatti, da una lingua all’altra esistono parolacce di significato equivalente: per esempio, nei Paesi del nord Europa ci sono molte meno espressioni volgari sui temi religiosi e sessuali. Con il volgarometro, i traduttori hanno uno strumento per scegliere parolacce dal significato diverso ma con una carica offensiva equivalente. A patto che siano fatti sondaggi analoghi in altre lingue.
    Proposta che lancerò al 3° Convegno internazionale sulle parolacce previsto a fine maggio all’università della Savoia a Chambéry (Francia), dove sarò l'unico relatore italiano.

    In conclusione, ringrazio - oltre ai navigatori di Focus - quanti hanno collaborato al progetto: il direttore Sandro Boeri, la redazione di Focus.it, Francesca Tartamella per l'insostituibile apporto nell'elaborazione dei dati.
  • Perché siamo tutti cornuti (parte 2)


    2002: Berlusconi fa le corna al ministro spagnolo Josep Pique, dopo un vertice Ue. Le corna che fanno ridere sono solo quelle degli altri.

    Paura di essere sessualmente inadeguato. E paura di essere tradito. Dietro la carica offensiva del termine "cornuto" si celano queste ansie, come raccontavo nella prima puntata. Ma non sono le uniche. Leggendo l'eccellente saggio "Adulteri e cornuti" di Maurice Daumas, docente di storia contemporanea all'università di Pau (Francia), ho scoperto un terzo, sorprendente risvolto culturale: la paura di scoprirsi omosessuali.
    Ma come, direte voi???? Com'è possibile che dietro le storie di corna, che vedono protagonista un cornificatore, "gallo" e "macho" per eccellenza (al punto da riuscire a rubare la donna d'altri), si nascondano pulsioni gay?

    Beh, intanto non bisogna sottovalutare un aspetto omosessuale, per quanto simbolico: rubare la donna d'altri significa "fottere" non solo lei, ma anche il suo uomo. Non bisogna dimenticare che, fra gli animali - soprattutto le scimmie - i rapporti di potere si giocano anche, gerarchicamente, con minacce di monta fra un maschio e l'altro: "se non ti sottometti, ti sodomizzo", si potrebbe tradurre l'interazione.
    Non a caso, nota Daumas, che ha esaminato 173 storie di corna nella letteratura medievale e rinascimentale, le storie di corna si giocano su 3 tipologie di copione ricorrente, pur tra molteplici varianti.
    Innanzitutto, ci sono i "traditori", i cornificatori seriali che sono ripagati dalla loro moglie con la loro stessa moneta: esprimono la paura degli infedeli di essere traditi a loro volta.
    Poi ci sono i "troppo gelosi", che con la loro paura di essere traditi finiscono per esserlo davvero. E' il meccanismo della profezia che si autoavvera, ma anche un modo per esprimere l'impossibilitˆ di controllare i rapporti umani. Su questo aspetto si gioca, in fondo, la tragedia di "Otello" di William Shakespeare e l'amara commedia "Il magnifico cornuto" (1964) di Antonio Pietrangeli, tratta dalla pochade "Le cocu magnifique" (1921) di Fernand Crommelynck.


    Ugo Tognazzi, protagonista del film "Il magnifico cornuto".

    La terza tipologia di cornuti sono i mariti che ricevono quanto meritano: mariti spesso ricchi ma quasi sempre vecchi, brutti, antipatici, distratti. Che, come tali, meritano che la loro moglie sia "fottuta" da altri, e quindi di essere, a loro volta, "fottuti".

    E qui scatta l'acuta analisi di Daumas: dietro la falsa ossessione per l'adulterio si agitano le difficoltà di identità sessuale maschile. E non è l'unico caso, come racconto in "Parolacce"....
    "Le corna" scrive "sono anche un modo per esprimere un sogno inconfessabile: quello di una sessualità anarchicamente libera, in cui le donne sono pacificamente messe in comune (come avviene nel film "Butch Cassidy" in cui il protagonista divide la sua donna, l'insegnante Etta Place, con l'amico Sundance Kid, ndr) e gli uomini possono vivere anche storie omosessuali".
    Non dobbiamo dimenticare, infatti, che nell'antichità non solo gli uomini tradivano regolarmente la partner, ma vivevano (almeno in gioventù) avventure omosessuali senza che questo scandalizzasse nessuno.


    Il triangolo amoroso in "Butch Cassidy".

    Ma la sacralizzazione del matrimonio, enfatizzata dal cattolicesimo, ha depenalizzato la sessualità (coniugale) gettando infamia su ogni forma di erotizzazione dei legami maschili. E a quel punto l'identitˆ maschile è andata in crisi: come conciliare le relazioni omosessuali a cui gli uomini sono sempre stati avvezzi con il nuovo modello di matrimonio che si impone in occidente? Come accontentarsi di un solo partner sessuale, per di più femminile?.
    Il mito delle corna offre una soluzione per conciliare matrimonio e compagnonaggio, ovvero la fratellanza fra uomini, con valenze omosessuali. "Attraverso il matrimonio, si fornisce all’uomo la donna, la possibilità di condividerla e di sperimentare un rapporto omosessuale... Sedurre la donna d'altri dà una doppia soddisfazione erotica: una reale (il godersi la donna), e una simbolica (il possedere l’uomo). Ecco perché il marito tradito, in molte opere letterarie, si sente "fottuto" dal rivale. Le corna consacrano l'amicizia omosessuale - consapevole o inconsapevole - fra uomini: la donna, attraverso la condivisione del suo corpo, appare come la mediatrice di una relazione di seduzione reciproca fra due uomini. Ci si affratella mescolando, al posto del sangue, il proprio seme nel vaso comune dell'utero femminile: mescolare lo sperma per sigillare un'amicizia indefettibile: ecco il vero senso della condivisione di una donna".


    L'Ordine dei cornuti davanti al trono di Sua Maestà, Infedeltà: vignetta francese, 1815.

    Sorprendente, vero? Ed ecco perchè l'appellativo cornuto è diffuso nei Paesi dell'area mediterranea (e nell'est europeo) ma non nelle culture protestanti, dove la sessualità non è legata all’idea di peccato. Ecco perchè un insulto del genere è assente in danese, in svedese, in norvegese, nel tedesco moderno e in molti Paesi africani a sud del Maghreb.
    E nella stessa cultura anglosassone, "cornuto" si esprime con "b a s t a r d" (che ha tutt'altro senso) o "cuckold", derivato dal francese cocu. Anche se il termine, oggi, designa per lo più, nel gergo erotico, il marito che volontariamente e consapevolmente induce la propria parnter a vivere esperienze sessuali con altri uomini. Una sorta di guardone.



  • Perché siamo tutti cornuti (parte 1)


    Sfilata di cornuti alla festa di San Martino a Barletta.


    Tra le centinaia di insulti della lingua italiana, ce n’è uno decisamente insolito: cornuto. A ben guardare, infatti, questa offesa prende di mira non un difetto fisico o mentale di una persona, bensì una sua condizione, peraltro nemmeno scelta ma subìta: il tradimento del proprio partner.
    Che bisogno c’è di infierire sulla vittima di un tradimento, con un’offesa che lo svilisce? E perché non esiste un insulto specifico per chi davvero se lo meriterebbe, ovvero il cornificatore, che tradisce la fiducia del partner? E ancora: perché “cornuti” sono soltanto gli uomini e non le donne?

    A ben guardare, il cornuto è un vero enigma. E nasconde, come molti insulti che analizzo in “Parolacce” una precisa visione del mondo che cercheremo di ricostruire. Partendo, innanzitutto, dall’analisi del termine: perché al tradimento si associa l’immagine delle corna?

    Su Internet si trovano diverse spiegazioni fantasiose: dal mito di Minosse, che fu tradito dalla moglie Pasifae con un cornutissimo toro, all’imperatore Andronico Comneno che nel 12° secolo soleva appendere una testa di cervo nelle case dei mariti a cui rubava la moglie. Ma la prima ricostruzione è contraddittoria: il cornuto è il cornificatore (il toro) invece che il cornificato; e la seconda non regge, perché il termine “cornuto” è ben precedente al 12° secolo.
    L’espressione, infatti, esisteva nella letteratura occidentale da almeno un millennio. Il primo documento a citarlo è la “Onirocritica” del 2° secolo d.C.: una guida all’interpretazione dei sogni scritta dall'autore greco Artemidoro. In questo testo, “fare le corna” (riferito a una moglie) significa tradire il marito.
    Altrettanto ricercata, per quanto affascinante, l’ipotesi della scrittrice inglese Catherine Blackledge, che in “Storia di V, biografia del sesso femminile” racconta di come gli antichi (non solo i Greci, ma già gli Egizi) pensavano che l’utero della donna, come quello di molti mammiferi, fosse dotato di “corni” (le tube di Falloppio). Pertanto, “cornuto” è l’uomo la cui donna ha lo sperma di un altro uomo nei suoi corni. Una paura solo e soltanto maschile (la madre è sempre certa; il padre, mai, recita un adagio): tant’è che in francese cornuto si dice “cocu”, che deriva a sua volta da “coucou”, cuculo. La femmina del cuculo, infatti, va a deporre le sue uova nel nido di altri: così il cuculo maschio (= cornuto) finisce per essere gabbato, accudendo i cuccioli di altri.


    Il caprone, all'origine del termine "cornuto".

    Tornando all’origine delle corna, in realtà la spiegazione più probabile è la più semplice. Ovvero, l’osservazione degli animali, come già notava lo scrittore rinascimentale francese Guillaume Bouchet: “Il caprone (dotato di corna) non è affatto geloso se un suo simile monta la sua capra davanti a lui”. Non a caso, ancor oggi in spagnolo “cabròn” significa “cornuto”.
    Dunque, il cornuto è paragonato a un animale privo di intelligenza e dignità, che non reagisce nemmeno quando un altro si accoppia con la sua femmina sotto i suoi occhi.
    Evidentemente, però, questo è un caso-limite: gran parte dei tradimenti sono consumati alle spalle dell’interessato, tanto che il cornuto è sempre l’ultimo ad accorgersene di portare le corna, ben visibili da tutti gli altri. Ed ecco perché in cinese il marito tradito è indicato con l’espressione “indossare un cappello verde”: copricapo del tutto inusuale (quindi appariscente) in Cina.

    Ma perché, allora, mettere comunque alla berlina chi subisce un tradimento?
    Per rispondere, dobbiamo inserire questo giudizio nel contesto della cultura pastorale-agricola: nell’antichità, la donna era considerata poco più che un oggetto, un bene che apparteneva all’uomo.
    Il matrimonio era stato inventato per evitare l’anarchia sociale: stabilendo la proprietà esclusiva di una donna a un uomo, si evitava che gli altri uomini disperdessero le energie per lottare e contendersene il possesso; e la donna, oltre a conquistare una legittimazione sociale, otteneva la calma necessaria per allevare i figli.
    Ma il matrimonio non risolveva tutti i problemi sociali. Soprattutto, non poteva annullare l’istinto maschile a desiderare più di una partner, non importa se impegnata o meno.
    Questo, gli uomini lo sanno bene, almeno istintivamente: se tutti siamo potenziali “cornificatori”, tutti siamo potenziali “cornuti”. Una paura non da poco: nel momento in  cui si sposa una donna, si entra nella grande confraternita dei cornuti. Se non si è abbastanza vigili, attraenti o sessualmente prestanti, si rischia che qualcun altro “rubi” (per la precisione: fotta) la propria donna. Ecco perché nel tedesco medievale cornuto si diceva “hahnrei”, ovvero gallo castrato, cappone: marito non in grado di soddisfare la moglie.


    Essere cornuto e saperlo senza reagire: il massimo del disonore sociale.

    Dunque, il termine “cornuto” è volutamente ridicolo perché serve a esorcizzare una paura: quella di essere traditi perché non all’altezza della situazione. E perché il mondo è fatto di poligami, ovvero di potenziali traditori pronti a fotterti la tua donna, come tu sei pronto a fottere quella altrui. Ecco perché “cornuto” è solo l’uomo, e perché il cornificatore non è insultato (sarebbe come insultare se stessi).
    Ed ecco perché, in diverse città italiane, sopravvive la tradizione di porre il “cornuto” al centro di alcuni riti festivi comici e carnevaleschi. A Ruviano (Ce), San Valentino (Pe), Angullara Sabazia (Rm) e Barletta, in occasione della festa di San Martino (11 novembre) si svolgono sfilate di uomini cornuti. San Martino era infatti una festa contadina, caratterizzata da bel tempo dopo le prime gelate (quindi un’occasione per uscire di casa, far festa e… tradire) e occasione per rinnovare i contratti agricoli annuali con sfilate di bestiame “cornuto” (caprini e
    bovini)…Tanto che San Martino è stato eletto a "protettore" dei cornuti.

    In questa cultura, però, il tradimento è inevitabile. E l’unico modo di non mettere in discussione l’ordine sociale basato sul matrimonio era quello di vendicare il torto subito, per esempio uccidendo la moglie fedifraga e il rivale col delitto “d’onore” (che in Italia, fino al 1981, era punito meno severamente rispetto agli altri omicidi). Vendicando l’onta subita, si ristabiliva l’onore del tradito, che quindi non era più un “caprone” indifferente al tradimento della moglie.

    Riassumendo: chi subisce un tradimento è oggetto di scherno e di irrisione mediante l'abbassamento a un livello animalesco grottesco ("cornuto") che serve a esorcizzare diverse paure:
    1) l'angoscia di essere traditi dal partner per inadeguata o scarsa virilità: in questo senso, il "cornuto" è irriso al pari degli omosessuali ("frocio", "checca"); con questo appellativo si scioglie nel riso il timore di non essere (o apparire) abbastanza virile;
    2) l'angoscia di essere traditi perché tutti i maschi tradiscono: se tutti cornificano, tutti sono cornuti. E "fottuti", nonostante le teoriche garanzie di esclusiva offerte dall'istituto del matrimonio. E comunque, chi non si accorge per tempo del tradimento, o non reagisce a esso, è una bestia: non è un uomo d'onore.
         In ambo i casi, l'appellativo animalesco, oltre a trasformare l'angoscia in riso, emargina la vittima dal gruppo sociale, facendolo apparire un diverso: "TU" sei cornuto, quindi differente da tutti noi... Etichettando ed allontanando un altro, si scaccia la consapevolezza di essere tutti, in realtà, potenziali cornuti. Una prospettiva maschilista, nella quale chi "merita" di essere insultato è solo il cornificato, non il cornificante (del quale la virilità non è affatto in discussione, anzi...).


    Il tradimento è il motore dei gossip...

    Non è poco per un "semplice" aggettivo, non trovate? Eppure non è tutto qui. Grazie a un autore francese, ho scoperto che c'è un ulteriore meta-livello nella cultura del cornuto: un livello ancora più sorprendente e insospettabile. Quale? Lo scoprirete nella seconda puntata, che pubblicherò fra una settimana...
    Nel frattempo, avete partecipato al sondaggio sulle parolacce? Se non l'avete ancora fatto, lo trovate qui:
    www.focus.it/volgarometro


  • Tastiamo il polso alle parolacce!




    È più scandaloso parlare in modo volgare di sesso o dire una bestemmia? Ed è più offensivo mettere in dubbio l’intelligenza di una persona o qualificarla come “ciccione”? 
    Spesso i giudici (ma anche gli educatori e i traduttori) sono chiamati a dare una risposta a questi interrogativi, ma sono costretti ad affidarsi solo alla propria sensibilità personale, in mancanza di dati oggettivi sulla forza delle parolacce, che cambia a seconda delle epoche, della cultura, dell'età..

    Così ho deciso di tastare il polso alle parolacce, lanciando il primo sondaggio italiano sul turpiloquio. Siete tutti invitati a compilarlo (è anonimo, e vi porta via solo 5 minuti) per contribuire alla ricerca su questo tema controverso. Lo trovate qui:

    www.focus.it/volgarometro

    Qui trovate il lancio d'agenzia della Reuters che lo presenta...
    Qui un articolo sul quotidiano "La Stampa".
    Qui un articolo uscito su City.
    Qui l'intervista a Radio Rai2, alla trasmissione "L'altro lato"; e qui quella alla trasmissione "Le colonne d'Ercole", sempre su Radio Rai2.
    E qui le interviste a Radio NumberOne e Radio MonteCarlo e i divertenti commenti di Luciana Littizzetto a Radio Dee Jay.


    Luciana Littizzetto.

    Ne ha parlato anche Comingsoon television nella puntata di "Siamo Stati Uniti" del 20 aprile, di cui potete vedere alcuni estratti qui sotto:





    Grazie a tutti e... appuntamento a metà maggio per i risultati!!!
  • Le cazzate dorate del Festival di Sanremo




    L’ultimo Festival di Sanremo ha registrato un record: non parliamo di audience, ma di parolacce. In 59 anni di storia, la kermesse canora ha sfornato varie canzoni con espressioni forti, ma quest’anno ha fatto il pieno: 7 parolacce in 3 canzoni diverse.
    Ulteriore sintomo del degrado dei nostri tempi? O chi le ha criticate era solo un bacchettone che non concepisce la libertà artistica? Né l'una né l'altra ipotesi mi trovano d'accordo.

    Ora che i riflettori del Festival si sono raffreddati, è arrivato il momento per una riflessione più lucida. Ricordando che la prima parolaccia festivaliera risale al 1981
    con “Roma spogliata” di Luca Barbarossa (la strofa: “Roma puttana quattro dischi, un gatto, una serata strana”). Come racconto in “Parolacce” in origine si intitolava “Roma puttana”, ma l’artista fu invitato a cambiarne il titolo per mitigarne l’impatto...


    Ma torniamo ai giorni nostri. Per non lasciarci condizionare da moralismi a priori, esamineremo le espressioni volgari nel contesto in cui sono state usate: il testo integrale delle canzoni e anche la musica, che dà la cornice emotiva al brano.
    Partiamo da un habituè: Marco Masini, già autore di canzoni a tinte forti: “Vaffanculo” (1993) e “Bella stronza” (1995).
    Quest’anno, il sanguigno toscanaccio ha presentato “L’Italia”.

    Ecco le strofe “incriminate”:
    (...) E’ un paese l’Italia dove un muro divide a metà

    La ricchezza più assurda della solita merda

    Coppie gay dalle coppie normali

    (...) E’ un paese l’Italia dove l’anima muore da ultrà

    Nelle notti estasiate nelle vite svuotate

    Dalla fame dei nuovi padroni

    E’ un paese l’Italia che c’ha rotto i coglioni!


    La canzone è uno sfogo, probabilmente sincero e sentito: vuole denunciare le contraddizioni e il degrado del nostro Paese. Ma le due parolacce non aggiungono nulla al qualunquismo di questo testo, che non brilla per originalità né per profondità: sarebbe rimasto grossolano anche senza parolacce (vedi la strofa: “è un Paese l’Italia che governano loro…le mani bucate dei partiti del giorno”).
    La canzone di Masini appartiene a un genere letterario molto antico: l’invettiva. Un componimento che nasce per scuotere le coscienze, ma nel suo caso si ferma al palo senza rivelare sentimenti o fatti che ancora nessuno aveva avuto il coraggio o la capacità di esprimere.
    Ci era riuscito, invece, un altro (e che altro!) toscanaccio, Dante Alighieri, che nella "Commedia" (Purgatorio, canto VI, strofa 78) scriveva:  
    Ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave sanza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di province, ma bordello!


    Ma lasciamo in pace i geni immortali e torniamo al Festival. Il secondo caso è quello dei Gemelli diversi con “Vivi per un miracolo”.


    Ecco le strofe contestate:
    (...) Per ogni cuore fatto a pezzi da una stronza

    Per ogni donna che ha un uomo che non la ascolta
    (...)
    Per chi è aldilà del muro
    
Per chi è umiliato e al suo padrone grida vaffanculo

    Perché ogni verità taciuta venga conosciuta
    (...)
    Per chi non se ne frega

    Ti imploro veglia e prega
    
Su ogni ribelle nel giusto che non si piega


    E', di fatto, una preghiera moderna, dedicata agli ultimi, ai disperati e agli sconfitti, nella forma musicale del rap. Un genere musicale, questo, lanciato nei ghetti neri di New York (ma in realtà, spiego in “Parolacce”, nato nel Mediterraneo duemila anni fa) : per questo contiene nel suo Dna il linguaggio crudo da strada. Non è arte alata, ma lo trovo più accettabile o almeno coerente con il genere musicale che rappresenta.

    E veniamo all’ultimo brano: “Il paese è reale” degli Afterhours.


    Ecco le strofe "hard":
    (...)
    Piangi fermo in tangenziale
    
Inseguivi una cazzata

    Era splendida e dorata
    
Fresca e avvelenata
    (...)
    Se hai voglia di pensare

    Che fra poco è primavera

    Adesso fa qualcosa che serve

    Che è anche per te se il tuo paese è una merda


    Anche in questo caso una canzone con un taglio “sociale”. E' la storia di un tale in coda sull’auto in tangenziale: si mette a pensare alla situazione dell’Italia, rendendosi conto di aver perso i punti di riferimento. La canzone – un rock musicalmente originale – invita a darsi da fare, superando l’indifferenza regnante. Il testo però è frammentato ed è il più grossolano dei tre, sembra più per povertà espressiva che per scelta voluta: come  fa una cazzata a essere “splendida e dorata, fresca e avvelenata”????

    Proviamo ora a fare una riflessione generale. Intanto, salta all’occhio un dato comune: tutte e 3 le canzoni hanno ambizioni sociologiche. Vogliono fotografare i malumori dell’Italia di oggi, spiegandone le ragioni e dando qualche soluzione o sfogo. Usando il crudo realismo del linguaggio dei “gggiovani”.
    Una scelta artistica accettabile e con una propria dignità.
    Ma è solo così? Inutile nascondersi dietro un dito: le parolacce al Festival di Sanremo, manifestazione tradizionale e tradizionalista, sono un facile escamotage per farsi notare e finire, con una corsia preferenziale, sotto i riflettori di telecamere e giornali.
    A Sanremo le parolacce hanno la stessa funzione dei vestiti trasparenti, stravaganti, provocatori che appaiono in alcune sfilate di moda: nessuno li indosserebbe mai nella vita reale, ma fanno comodo a molti… Ai fotografi che li riprendono, ai giornali che li pubblicano (anche solo per criticarli) e ai lettori che li commentano. E – soprattutto – agli stilisti che li lanciano.



    Abiti presentati alle sfilate di moda in Australia: andreste in giro così?

    Il giochetto, però, è ormai logoro, sia nella moda che nella canzone. Diventa facile, in generale, per chi ha una canzone anche mediocre, conquistare il proprio quarto d'ora di gloria infilandoci una parolaccia per fare audience. Ma il pubblico, alla fine, gradisce altro: forse non è un caso che una delle canzoni più scaricate sia la pulitissima “Sincerità” di Arisa, secondo la classifica della Fimi.
    Parolacce e canzoni sono due linguaggi che esprimono emozioni, ma il loro abbinamento è delicato: se le parolacce esprimono emozioni negative (e lo fanno quasi sempre), appesantiscono una canzone, accentuando gli stati d'animo di rabbia, malumore, risentimento, offesa.
    Diverso è il caso delle canzoni goliardiche (tipo: “Osteria numero mille…”) o umoristiche (tipo: “L’inno del corpo sciolto” di Roberto Benigni): in questi casi, le parolacce hanno un irresistibile e alato effetto comico.

    Per questo lancio una proposta provocatoria: inserite nel regolamento del Festival una norma che vieti l’uso di parolacce! Sia ben chiaro: sono contrario alle censure, ma credo che questo sia l’unico modo di sbarrare la strada ai furbi e all'uso insulso delle parolacce.
    Del resto, non è un caso se dei maestri nell’uso umoristico delle parolacce, Elio e le storie tese, quando hanno partecipato a Sanremo (1996) hanno presentato una canzone, “La terra dei cachi”, che denunciava gli stessi problemi di Masini… Non contiene neppure una parolaccia, ma la trovo molto più incisiva e graffiante: voi che ne dite?





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