Una finestra sull'Universo

  • Sette pianeti in orbita intorno ad una stella simile al Sole

    Un gruppo di astronomi dell'Osservatorio Australe Europeo (ESO), utilizzando lo strumento leader a livello mondiale per la caccia agli esopianeti HARPS (High Accuracy Radial velocity Planet Searcher), applicato al telescopio da 3,60 metri di apertura dell’Osservatorio di La Silla (Cile), hanno scoperto un sistema planetario con almeno 5 pianeti in orbita intorno ad una stella simile al nostro Sole, denominato con la sigla HD10180. I ricercatori hanno anche prove della presenza di due altri pianeti, uno dei quali avrebbe la massa più piccola finora trovata. Ciò renderebbe questo sistema simile al Sistema Solare, almeno in termini di numero di pianeti (7 rispetto agli 8 del nostro sistema planetario). Inoltre, il team ha anche trovato prove che le distanze dei pianeti dalla loro stella seguono uno schema regolare, come anche accade nel Sistema Solare.

     
    Rappresentazione artistica del sistema planetario scoperto attorno alla stella HD 10180.

    Lo studio della stella HD 10180, situata a circa 127 anni luce di distanza in direzione della costellazione australe del Hydrus (il Serpente Marino), è durato 6 anni. Grazie alle 190 misurazioni effettuate con HARPS, gli astronomi hanno individuato il lieve spostamento radiale in avanti e indietro della stella, causato dal complesso di attrazioni gravitazionali di 5 o più pianeti. I 5 più forti segnali corrispondono a pianeti con masse simili a Nettuno - tra 13 e 25 masse terrestri - che orbitano attorno alla stella con periodi che vanno da 6 a 600 giorni. Questi pianeti si trovano tra 0,06 e 1,4 volte la distanza Terra-Sole dalla loro stella centrale. 


    Secondo i ricercatori, ci sono anche buone ragioni per credere che siano presenti altri due pianeti.
    Uno sarebbe simile a Saturno, con una massa minima di 65 masse terrestri e con un periodo orbitale di circa 2.200 giorni. L'altro sarebbe il pianeta extrasolare con la massa più piccola finora conosciuto, circa 1,4 volte quella della Terra. È molto vicino alla sua stella ospite, solo il 2% della distanza Terra-Sole. Un "anno" su questo pianeta dura solo 1,18 giorni terrestri! Questo oggetto causa una variazione del moto radiale della stella di soli 3 km/h, una velocità inferiore a quella del passo di un uomo. Se confermato, questo oggetto sarebbe un altro esempio di un pianeta roccioso caldo, simile a Corot-7b.
    Il sistema di pianeti che orbitano attorno ad HD 10180 è unico sotto molti aspetti. Prima di tutto, con almeno 5 pianeti come Nettuno situati all'interno di una distanza equivalente al raggio dell'orbita di Marte, è un sistema più popolato del nostro sistema solare nella sua regione interna, e ha molti più pianeti di massa superiore. Inoltre, il sistema non ha particolari giganti gassosi simili a Giove. Inoltre, tutti i pianeti sembrano avere orbite quasi circolari.
    Finora si era a conoscenza di 15 sistemi con almeno 3 pianeti. L'ultimo detentore del record era 55 Cancri, con 5 pianeti, 2 dei quali pianeti giganti. Sistemi di pianeti di piccola massa, come quelli che orbitano attorno a HD 10180, sembrano essere abbastanza comuni, ma la loro storia della loro formazione ed evoluzione rimane un puzzle.
    Utilizzando la nuova scoperta, nonché i dati relativi ad altri sistemi planetari extrasolari, gli astronomi hanno trovato un equivalente della legge di Titius-Bode, che esiste nel nostro Sistema Solare: le distanze dei pianeti dalla loro stella sembrano  seguire uno schema regolare. Questo potrebbe significare che il processo di formazione di questi sistemi planetari è analogo.
    Un altro importante risultato ottenuto dallo studio di questi sistemi è che esiste una relazione tra la massa di un sistema planetario e la massa e il contenuto chimico della sua stella. Tutti i sistemi planetari molto massicci si trovano attorno a stelle di grande massa e ricche di metalli, mentre i 4 sistemi di minore massa si trovano attorno a stelle di massa più piccola e povere di metalli. Queste proprietà sembrano confermare gli attuali modelli teorici.
    Gli studi dei moti planetari nel nuovo sistema rivelano complesse interazioni gravitazionali tra i pianeti che lo formano e ci potranno dare la possibilità di poter prevedere l’evoluzione a lungo termine del sistema.
    Questa notevole scoperta evidenzia anche come stiamo entrando in una nuova era nella ricerca degli esopianeti: lo studio di complessi sistemi planetari e non soltanto dei singoli pianeti.
  • Il Sistema Solare è un pò più vecchio

    Il nostro Sistema Solare potrebbe essere più vecchio di quanto si pensasse finora. Un gruppo di ricercatori statunitensi, infatti, è giunto a questa conclusione analizzando alcuni grani di dimensioni dell’ordine del centimetro presenti in una meteorite del peso di circa 1,5 kg ritrovata nel deserto del Marocco nel 2004. Queste “inclusioni” presenti in alcune meteoriti si formarono nella nebulosa protoplanetaria poco prima che dalla sua condensazione avessero avuto origine i pianeti e gli altri oggetti che formano il nostro sistema planetario.
    Il team, guidato da Audrey Bouvier e da Meenakshi Wadhwa del Centro per gli Studi sulle Meteoriti dell’Università dell’Arizona, sulla base dell’analisi del grado di decadimento degli isotopi uranio-238 e uranio-235, rispettivamente in piombo 207 e piombo-206, presenti in queste inclusioni, è stato in grado di stimare che l’età del Sistema Solare è di 4,5682 miliardi di anni, da 300.000 a 1,9 milioni di anni più vecchio quindi rispetto a quanto creduto finora.


    Disegno artistico della nebulosa planetaria che circondava il giovane Sole.

    Gli studi precedenti con cui era stata stabilita l’età del Sistema Solare si basavano sull’analisi delle meteoriti Efremovka e Allende, trovate in Kazakhstan nel 1962 e in Messico nel 1969, rispettivamente.
    La nascita del Sistema Solare è stata stabilita nel momento della formazione dei primi granelli solidi nel disco di gas e polveri che circondava il proto-Sole, e, precedentemente, le datazioni sono state effettuate sulla base delle analisi di inclusioni meteoritiche ricche in calcio e alluminio, le cosiddette CAI (Calcium-Aluminium Inclusion) presenti in alcune di queste rocce cosmiche. Si pensa che la meteorite di Allende, prima di arrivare sulla Terra abbia subito un forte riscaldamento, che potrebbe avere modificato le sua caratteristiche originarie. La meteorite marocchina, invece, quasi certamente ha subito meno disturbi alla sua struttura isotopica originaria, rendendo così più affidabile la datazione.
    Se da una parte questa differenza di età potrebbe non sembrare un valore tanto grande per qualcosa che ha un età di miliardi di anni, potrebbe invece fare una grande differenza quando si vogliono stabilire le precise origini del Sistema Solare, come anche delle condizioni dei sistemi planetari capaci di sostenere vita.
  • La galassia e il buco nero



    Il telescopio spaziale per radiazione infrarossa della NASA Spitzer ha ripreso questa immagine della galassia a spirale NGC 1097, la cui regione centrale ha la forma di un gigantesco occhio. Questa strana struttura è in realtà un mostruoso buco nero localizzato nel nucleo galattico e circondato da un gigantesco anello di stelle.
    In questa immagine in falsi colori ottenuta nell’infrarosso l’area attorno al buco nero - il quale è invisibile - è di colore celeste chiaro, mentre l’anello di stelle che lo circonda, bianco.
    NGC 1097 è una galassia spirale barrata che dista da noi circa 45 milioni di anni luce in direzione della costellazione australe della Fornace, e la sua struttura è molto simile a quella che si suppone essere la forma della Via Lattea. Il buco nero ha una massa spaventosa, pari a circa 100 milioni di volte quella del Sole ed è alimentato dal gas e dalle polveri che si trovano nelle sue vicinanze, anche se di tanto in tanto qualche stella, con ogni probabilità, viene fagocitata da questo “mostro celeste”. L’energia emessa dalle regioni immediatamente circostanti al buco nero non è comunque molto elevata, se paragonata a quella prodotta da altri nuclei galattici attivi (AGN), per cui si suppone che il buco nero stia attraversando un periodo di “dieta” stretta.
    Anche la nostra Galassia ospita nel suo nucleo un buco nero, ma la sua massa, stimata in pochi milioni di masse solari, impallidisce se confrontata con quella di NGC 1079.



    Questa seconda immagine, nel riquadro a sinistra mostra NCG 1079 ripresa nel visibile nella sua totalità, mentre a destra è riportata l’immagine dell’anello formato da giovani stelle e da nubi di gas e polveri che circonda il centro galattico, il suo diametro è di circa 5.500 anni luce. Quest’ultima fotografia è stata ottenuta con uno dei 4 telescopi da 8,2 metri di apertura che costituiscono il sistema Very Large Telescope (VLT) dell’Osservatorio di Cerro Paranal (ESO, Cile).
    In questa struttura circolare sono state individuate più di 300 regioni di formazione stellare (le macchie chiare nell’immagine). La gigantesca macchia chiara diffusa visibile al centro è invece il nucleo galattico, all’interno del quale si nasconde il buco nero supermassiccio.
    Per riprendere questa immagine è stata utilizzata la tecnica dell’ottica adattiva, grazie alla quale è possibile eliminare buona parte del disturbo indotto dalla turbolenza atmosferica. Per dare un’idea della qualità di questa immagine, in essa sono visibili particolari sottesi da un angolo di soli 0,15 secondi d’arco, che, alla distanza a cui si trova da noi NGC 1079 corrisponde a circa 30 anni luce, poco meno di 8 volte la distanza che ci separa dalla stella più vicina, Proxima Centauri.
  • Una nana bruna in orbita attorno a una stella di tipo solare

    Un gruppo di astronomi statunitensi è riuscito a scoprire una nana bruna, un oggetto a metà strada tra un pianeta di tipo gioviano ed una stella, in un orbita stretta attorno ad una giovane stella simile al nostro Sole. La scoperta è stata possibile grazie alle eccezionali prestazioni dello strumento Near-Infrared Coronagraphic Imager (NICI) montato sul telescopio da 8 metri di apertura Gemini-South, sulle Ande cilene. Attualmente è il più potente strumento dedicato alla ricerca di oggetti deboli, come appunto le nane brune e i pianeti giganti, fra i bagliori delle stelle che li ospitano: NICI è in grado di scovare fino ad una distanza angolare di 1 secondo d'arco da una stella brillante un compagno di luminosità 1 milione di volte inferiore.


    Immagine della stella PZ Tel A, al centro, e la sua compagna nana bruna, PZ Tel B. La gran parte della luce della stella PZ Tel A è stata rimossa usando speciali tecniche. Quella iscritta è l'orbita di Nettuno per paragonare le distanze. PZ Tel B è una delle poche nane brune di cui abbiamo immagini a distanze minori di 30 UA dalla stella compagna.

    Fra le circa 300 stelle tenute sotto osservazione con NICI, una ha attirato l'attenzione dei ricercatori, PZ Tel A, un astro molto simile al nostro Sole per la sua massa, ma estremamente più giovane, ha infatti un’età di appena 12 milioni di anni (circa 400 volte più giovane del Sole). Il sistema PZ Tel, infatti, è abbastanza giovane da possedere ancora una densa nube di polvere circumstellare, che potrebbe essere stata modellata dall’interazione gravitazionale tra la stella e la compagna nana bruna.
    Nel 2003 PZ Tel era stata già osservata ma non fu notato alcun compagno. Nell’aprile 2009, però, è stato chiaramente individuato a brevissima distanza dalla stella un oggetto che è risultato essere una nana bruna.
    Quello che rende così speciale questa scoperta è la vicinanza tra la nana bruna, la cui massa è stata stimata pari a circa 36 volte quella di Giove, denominata PZ Tel B, e la sua stella, PZ Tel A. I due corpi sono separati da sole 18 UA (UA=Unità Astronomica, equivalente alla distanza Terra-Sole). E' una distanza simile a quella che separa il Sole da Urano, mentre la maggior parte delle nane brune osservate in maniera diretta, si trovano a distanze non inferiori alle 50 UA, molto oltre l’orbita di Plutone (40 UA).
    Oltre alla piccola distanza che le separa, soltanto 0.33 secondi d’arco (l’equivalente di una moneta vista alla distanza di 11 km), già l’anno scorso i ricercatori avevano osservato PZ Tel B che si allontanava rapidamente dalla stella compagna. In un’immagine precedente, ottenuta 7 anni fa e rianalizzata adesso, si nota che se PZ Tel B era oscurata dalla luce della stella, ciò sta quindi ad indicare che allora doveva trovarsi molto vicina a questa, un comportamento che fa pensare che la sua orbita abbia una forma ellittica con un’alta eccentricità.
    Per riuscire a ottenere delle immagini così in vicinanza della stella, è stato usato un sistema di ottiche adattive insieme ad un coronografo che blocca la luce diretta della stella, applicando delle tecniche particolari di analisi per ottenere immagini di oggetti deboli come PZ Tel B, e poter così misurare il suo moto orbitale.
    Il sistema PZ Tel rappresenta un importante laboratorio per studiare le prime fasi della formazione dei sistemi planetari, tra cui il Sistema Solare.
  • Un posto ideale per cercare tracce di vita su Marte

    Nili Fossae è un'ampia frattura sulla superficie di Marte riempita di sedimenti a sud-est della regione di Syrtis Major, dove sono evidenti tracce di un’antichissima attività vulcanica. Oltre alla presenza di rocce argillose e carbonatiche, in questa zona esiste un vasto affioramento di olivina.
    Nel dicembre 2008, la sonda della NASA Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) rilevò in Nili Fossae numerosi minerali a base di alluminio, ferro e magnesio. Ma la scoperta più importante fu fatta l’anno successivo, quando fu annunciato che questa regione è la sorgente di emissioni di metano, la cui natura (geologica o biologica) non è stato possibile stabilire. Per poterlo accertare sarebbe necessario determinare i rapporti isotopici degli atomi che formano la molecola del metano, in quanto a seconda dell’origine di questo composto i loro valori sono diversi.

     
    Immagine ad alta risoluzione della regione di Nili Fossae ripresa dalla camera HiRISE (High Resolution Image Science Experiment) a bordo della sonda della NASA MRO.

    Adesso, un gruppo di ricercatori dell’istituto SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence), del Jet Propulsion Laboratory (JPL) e della Johns Hopkins University hanno utilizzato lo strumento CRISM (Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars) a bordo di MRO per analizzare le rocce di Nili Fossae nell'infrarosso.
    La tecnica utilizzata è la stessa che è stata impiegata per lo studio di una particolare area della regione di Pilbara, nell'Australia occidentale. Questa parte della crosta terrestre è rimasta costantemente in superficie per 3,5 miliardi di anni, cioè per quasi tre quarti della storia del nostro pianeta, e rappresenta quindi una piccola finestra su ciò che è avvenuto sulla Terra nel corso delle sue fasi evolutive iniziali.
    Il risultato di questo studio è che circa quattro miliardi di anni fa la regione di Nili Fossae sarebbe stata ricoperta dalle acque e al suo interno sarebbero state in attività diverse sorgenti idrotermali, simili a quelle che oggi sulla Terra caratterizzano alcune zone delle dorsali oceaniche. I ricercatori ipotizzano che l'antica area vulcanica della regione orientale di Pilbara possa costituire un sito analogo a quello della Nili Fosse e ritengono che gli stessi processi idrotermali che hanno preservato i marcatori di antiche forme di vita sulla Terra possano essere stati attivi anche sul Marte nella regione di Nili Fossae, e che, inoltre, l'attività idrotermale associata abbia fornito energia necessaria per lo sviluppo di un'attività di tipo biologico.
    Questa analisi indica che biomarcatori e prove dell'esistenza di organismi su Marte, se prodotti in quest’area, potrebbero essersi conservati proprio come nella regione del North Pole Dome del cratone (regione geologica molto antica e stabile) di Pilbara.
    Nili Fossae sarebbe quindi il luogo ideale dove fare atterrare uno dei rover previsti dalle prossime missioni automatiche di esplorazione marziana. Questa possibilità era già stata presa in considerazione, ma per adesso è stata scartata a causa della natura molto tormentata della superficie marziana in questa regione, che renderebbe troppo rischioso l’atterraggio di una sonda.
  • Le meteoriti metalliche del cratere Kamil

    Nel post dello scorso 23 luglio ho dato la notizia della scoperta, che abbiamo fatto lo scorso anno, del cratere da impatto Kamil in Egitto. In quanto ho scritto non mi sono dilungato molto sulle bellissime meteoriti che erano disperse attorno al cratere, ragion per cui ritengo che sia utile soffermarmi un pò su di esse, mostrandovi alcune immagini significative.


    Il cratere da impatto Kamil visto da una distanza di circa 200 metri.

    Le meteoriti di cui era disseminata la zona attorno al cratere sino ad una distanza di oltre 1 km erano tutte schegge, eccetto una, prodotte dall’esplosione del corpo cosmico metallico al momento dell’impatto.


    Uno "scheggione" metallico di qualche kg prodotto dall'esplosione del corpo cosmico al momento dell'impatto.


    Un'altra meteorite metallica, la cui superficie esposta all'aria mostra una struttura a "buccia d'arancia" causata dall'erosione prodotta dalla sabbia trasportata dal vento.

    L’unica meteorite “individuale”, che cioè si è distaccata dal corpo principale prima della collisione durante l’attraversamento dell’atmosfera ad una velocità di diversi km/s, giaceva al suolo a poco più di 200 metri a nord del cratere.


    L'unica meteorite "individuale" ritrovata a circa 200 metri dal cratere. E' la più grande in assoluto, il suo peso è di 83 kg.


    Un dettaglio della superficie della meteorite riportata nell'immagine precedente ricoperta completamente da "regmaglipti".

    Questo pezzo di ferro a forma di goccia è lungo circa 70 cm e pesa 83 kg. E’ completamente ricoperto da “regmaglipti”, cioè da piccole depressioni, simili all’impronta di un dito su del “pongo”, che si producono sulla superficie delle meteoriti a causa della violenta ablazione della loro superficie che si verifica per attrito con l’aria durante il passaggio nell'atmosfera.


    Un "cluster" di meteoriti.

    In alcuni casi le meteoriti apparivano raggruppate in piccoli cluster non molto distanti dal cratere, molto probabilmente si trattava dei frammenti di qualche piccolo pezzo distaccatosi dal corpo principale pochi istanti prima dell’impatto.


    Una meteorite Gebel Kamil sezionata.

    Le meteoriti, denominate Gebel Kamil, sono state inserite nel catalogo ufficiale della Meteoritical Society. Sono di un tipo abbastanza raro tra le già poco comuni meteoriti metalliche, che rappresentano circa il 6% di tutte quelle conosciute, anche se la loro massa totale è pari a circa il 90% di quella di tutte le meteoriti finora conosciute, poco più di 500 tonnellate.


    Passando una calamita sul terreno attorno al cratere si può raccogliere una moltitudine di particelle metalliche.

    La meteorite Gebel Kamil, dopo le analisi effettuate dai colleghi Massimo D’Orazio dell’Università di Pisa e Luigi Folco dell’Università di Siena, è stata classificata come atassite “ungrouped”, cioè non appartenente ad uno particolari gruppi chimici esistenti. A parte il ferro, il suo contenuto di nickel è molto alto, circa il 20%, mentre l’abbondanza di cobalto è dello 0,75%. Altri elementi come il rame, gallio, germanio, oro, platino, ecc. sono presenti in tracce.
    L’articolo che riporta l’annuncio della scoperta con i risultati preliminari del lavoro, che abbiamo fatto in situ durante la spedizione scientifica italo-egiziana dello scorso febbraio, sono stati pubblicati sul giornale online Science Express giovedì scorso e verranno pubblicati nell’edizione cartacea del 13 agosto prossimo della rivista Science.
  • 2182, un asteroide colpirà la Terra?

    Per ora, il pericolo è molto remoto: una probabilità su mille. Ma il rischio potrebbe aumentare nel 2182, quando l'asteroide (1019955) 1999 RQ36, un enorme roccia cosmica delle dimensioni di poco inferiori ai 600 metri, passerà abbastanza vicino al nostro pianeta da rischiare di colpirlo.
    Quella dei Potentially Hazardous Asteroids (PHA), una classe di piccoli asteroidi le cui orbite sono molto prossime (in termini astronomici) a quella della Terra, è una minaccia ricorrente. Gli asteroidi classificati come PHA sono oggetti con diametro grosso modo superiore ai 100 metri e con un’orbita che li porta ad una distanza inferiore ai 7,5 milioni di chilometri (0,05 Unità Astronomiche) dalla Terra. Fino ad oggi ne conosciamo 1.140 e, tanto per dare un’idea, nei prossimi quattro mesi almeno 17 di questi transiteranno a breve distanza dal nostro pianeta (vedi il sito web http://www.spaceweather.com). Si tratta quindi di piccoli corpi planetari che possono venirsi a trovare pericolosamente vicini a noi, tanto da avere remote, ma non nulle, probabilità di impatto, con le prevedibili conseguenze disastrose per la Terra.

     
    Rappresentazione artistica dell'impatto di un asteroide sulla Terra.

    Archiviato per adesso Apophis e vari suoi simili, ecco che ne spunta un altro che risulta avere 1 probabilità su 1.000 (per la precisione 0,92 su 1.000) di impattare la Terra entro il 2200.
    L’orbita di 1999 RQ36 è ormai ben conosciuta, essendo stata determinata attraverso quasi 300 osservazioni telescopiche e 13 radar (queste ultime, in particolare, sono molto più affidabili e permettono di calcolare i parametri orbitali in maniera estremamente precisa). Proprio il fatto di conoscere molto bene l'orbita dell'oggetto in questione, porta a prendere sul serio la previsione: secondo i risultati delle simulazioni orbitali al computer per i prossimi 200 anni, è risultato che nel periodo 2060-2080 la pericolosità dei passaggi ravvicinati di 1999 RQ36 aumenterà di circa 10.000 volte rispetto a quella attuale. Ci sarà poi un ulteriore incremento nel passaggio del 2162, un successivo calo di pericolosità, ma un picco nel 2182, anno con la maggiore probabilità di collisione, per la precisione il 24 settembre.
    Sapere oggi se realmente l'impatto ci sarà o meno è impossibile, e ciò a causa del fatto che l'asteroide è piccolo ed è pertanto soggetto all'effetto Yarkovsky, una sorta di “effetto razzo” dovuto all’emissione di radiazione infrarossa termica dalla parte “pomeriggio” dell'emisfero illuminato, come risposta al riscaldamento della superficie dell’oggetto da parte della radiazione solare. Si tratta di un effetto che produce delle conseguenze sulle orbite difficilmente prevedibili, se non dopo un lungo periodo di osservazioni. Tale effetto può modificare l'orbita di un piccolo asteroide quanto basta per farlo finire dove non si prevedeva sulla base dei classici calcoli orbitali, che tengono conto dei soli influssi gravitazionali del Sole e dei pianeti maggiori. Soltanto un lungo e continuo periodo di osservazione potrà permetterci di stabilire se l'impatto ci sarà oppure no.
    Come fanno notare i ricercatori dell’Università di Pisa e dell’Università di Valladolid (Spagna) che hanno condotto lo studio, sarà fondamentale sapere entro il 2080 o, meglio ancora entro il 2060, se le probabilità che questo piccolo asteroide impatti contro la Terra sono concrete, infatti, entro quel periodo sarà relativamente semplice poter attuare eventuali procedure per deviarne l'orbita quel tanto che basta per scongiurare la collisione.
    Se fossimo oggi nel 2080 e l'impatto fosse certo, con le tecnologie attualmente a nostra disposizione non potremmo fare pressoché nulla per evitarlo. La collisione con il nostro pianeta con un oggetto di queste dimensioni, se l'impatto avvenisse  sulle terre emerse, provocherebbe un cratere del diametro compreso tra 5 e 10 km e avrebbe effetti devastanti e potrebbe influire pesantemente sull'ecosistema del nostro pianeta.
    1999 RQ36 dovrà essere tenuto sotto continua e stretta osservazione, perché i dati ricavati da un suo passaggio in prossimità della Terra possono variare in modo sostanziale la sua traiettoria. L’asteroide si trova adesso in congiunzione con il Sole e sarà di nuovo osservabile la prossima primavera.
    L’asteroide 1999 RQ36 ha dimensioni pari a circa il doppio dell’ormai famoso Apophis, che come probabilità di impatto con la Terra è quotato a 1 su 250.000 nel 2036 (ridotto rispetto ai calcoli precedenti che lo davano a 1 su 45.000). Comunque l’asteroide Apophis dovrebbe aver un incontro ravvicinatissimo (il più ravvicinato) con la Terra, venerdi 13 Aprile 2029, passando a meno di 30.000 km dalla superficie terrestre, al di sotto delle orbite dei satelliti geostazionari, e sarà visibile ad occhio nudo.
  • Una meteorite impatta su un campo da cricket

    Sabato scorso, durante una partita di cricket della squadra del Sussex contro quella del Middlesex, a Uxbridge vicino Londra, qualcosa ha sorvolato il campo di gioco, scatenando attimi di panico tra due spettatori dell’incontro. Non si trattava di una pallina colpita dal battitore. Ma di una meteorite. Il sasso venuto dallo spazio ha sfiorato le due persone, mentre si stavano godendo una birra in attesa del lancio successivo. La pietra spaziale ha dimensioni di alcuni centimetri, e con ogni probabilità arriva dalla Fascia Principale degli asteroidi.

     
    Due frammenti della meteorite caduta sabato scorso in un campo di cricket.

    “Eravamo seduti sul bordo del campo quando, dal cielo, abbiamo visto un piccolo oggetto scuro precipitare verso di noi”, ha raccontato uno dei due testimoni. “Ha toccato terra a quattro metri e mezzo da noi e si è rotto in due pezzi. Un pezzo è rimbalzato e mi ha colpito al petto, mentre l’altro è finito a bordo campo. E’ arrivato a una certa velocità, se mi avesse colpito sarebbe stato interessante”. Certo, per esser centrati da una meteorite ci vuole davvero un bel colpo di sfortuna, o fortuna, dipende dai punti di vista. Questa meteorite, infatti, se i due proprietari lo vorranno, potrà essere venduta a carissimo prezzo.
    La Terra è costantemente bombardata da materiale cosmico, sotto forma di polveri, meteoriti di varie grandezze, ma anche di dimensioni ragguardevoli come quello che ha prodotto il cratere Kamil (vedi post del 23 luglio scorso). Di quelli delle dimensioni di una  pallina da tennis ne entrano in atmosfera fra i 10.000 e i 100.000 all’anno, mentre si stima che ogni anno sul nostro pianeta cadano dalle 50.000 alle 100.000 tonnellate di materia extraterrestre.
    La maggior parte dei corpi macroscopici si polverizza attraversando l’atmosfera. Solo una minima frazione di quelli più grandi o di natura metallica raggiunge la superficie, finendo con grande probabilità in mezzo al mare, dato che la superficie terrestre è ricoperta per più del 70% dalle acque. L’eventualità che un sasso spaziale cada sulle terre emerse, in zone abitate ed esattamente nel punto in cui si trova una persona di passaggio è estremamente rara, ma certamente non è impossibile. Si stima che la probabilità sia dell’ordine di 1 su 1 miliardo.
    In Italia, per esempio, è successo a Torino il 18 maggio 1988, quando una meteorite di circa 1 kg colpì la parete esterna di un capannone dell’allora Aeritalia, dove si stava assemblando il satellite astronomico Hipparcos. L’evento si verificò quando gli operai e gli impiegati stavano rientrando dalla pausa pranzo e il sasso celeste toccò terra a pochi metri di distanza di alcuni di loro.  Il caso recente più famoso è quello della meteorite caduta a Carancas, nel settembre 2007, al confine tra il Perù e la Bolivia, sulle rive del lago Titicaca (vedi post del 24/09/2007). L’impatto al suolo, di cui sono stati testimoni diversi abitanti della zona, ha formato un cratere di 10 metri di diametro. I frammenti schizzati via hanno sfondato il tetto di una capanna vicina e colpito le corna di un povero toro che stava pascolando nei paraggi.
    Non si ricordano, a memoria d’uomo, vittime di meteoriti. L’unico caso di ferimento in tempi recenti risale al novembre del 1954, quando una meteorite precipitò nel soggiorno della casa di Elizabeth Hodges, a Sylacauga, in Alabama, procurandole quasi un infarto e qualche graffio. Esiste poi un antico documento che riferisce di un malcapitato frate che nel XVII fu colpito in pieno da una meteorite e non sopravvisse, ma è difficile verificare la veridicità di questa notizia.
    Naturalmente, è impossibile prevedere la caduta di oggetti cosmici di questo genere. Soltanto una volta, nell’ottobre 2008, nel caso del celebre mini-asteroide 2008 TC3, si è riusciti a prevedere con precisione la sua caduta con 20 ore di anticipo in una zona desertica nel nord del Sudan (vedi post del 07/10 e 08/11/2008). Ma si è trattato di un vero e proprio un colpo di fortuna.
  • Scoperto il fullerene nello spazio interstellare

    Dopo la recente scoperta dell’antracene (vedi post del 21/6/2010), un’altra molecola complessa, il fullerene, è stata individuata per la prima volta nello spazio interstellare. Si tratta delle molecole di carbonio più grandi conosciute.
    I fullereni sono microaggregati di atomi di carbonio, di fatto un nuovo stato di aggregazione del carbonio puro, come il diamante e la grafite, e sono così denominati in onore di Richard Buckminster Fuller, architetto celebre per la progettazione della cupola geodetica. 
Nel 1985, studiando la formazione di molecole di carbonio con la tecnica della vaporizzazione con laser, H. Kroto e R. Smalley riuscirono a sintetizzare un aggregato di 60 atomi di carbonio, C60, che possiede una stabilità di gran lunga più elevata di tutte le altre molecole complesse di questo elemento. A questa macromolecola, che è strutturalmente simile alla grafite, inizialmente era stato dato il nome di soccerene, da soccer (calcio, in inglese-americano), vista la somiglianza della sua struttura con quella di un pallone da calcio. Gli atomi di carbonio si dispongono infatti ai vertici di un particolare poliedro semiregolare: l’icosaedro troncato. Si tratta di uno dei 13 solidi archimedei, le cui facce sono esagoni e pentagoni. Il fullerene cilindrico è altresì noto come buckytube o nanotubo.


    Immagine artistica di molecole di fullerene nello spazio.

    Adesso, grazie alle osservazioni effettuate con il telescopio spaziale Spitzer, il fullerene è stato scoperto per la prima volta spazio interstellare. Si è sempre pensato che queste macromolecole fossero presenti nello spazio, ma è la prima volta che vengono effettivamente rintracciate. Nel corso di queste osservazioni è stato scoperto anche un tipo di fullerene che ha la maggiore elongazione tra le molecole conosciute, noto come C70. Queste molecole consistono di 70 atomi di carbonio ed hanno una forma del tutto simile a quella di un pallone da rugby. Si tratta delle più grandi molecole finora conosciute nello spazio.

     
    Confronto tra lo spettro ottenuto dal telescopio spaziale Spitzer (bianco) e quelli ottenuti in laboratorio del fullerene C60 (rosso) e C70 (azzurro). La corrispondenza tra le righe spettrali che caratterizzano queste due macromolecole è perfetta.

    La scoperta di queste molecole complesse è avvenuta in maniera del tutto inattesa nella nebulosa planetaria chiamata Tc 1. Le nebulose planetarie sono i resti di stelle, simili al Sole, che, al termine del loro ciclo evolutivo, espellono nello spazio i loro inviluppi esterni di gas e polveri. Una stella compatta e molto calda, una "nana bianca" al centro di queste nebulose, illumina e riscalda le nubi di materiale che sono state espulse. Le molecole sono state trovate in queste nubi, forse derivanti da una breve fase nella vita stellare durante la quale è stato espulso materiale ricco di carbonio.
    Gli astronomi, che hanno utilizzato gli spettroscopi a bordo di Spitzer, hanno analizzato la luce infrarossa proveniente dalla nebulosa e riconosciuto le firme spettrali di queste molecole. Secondo i ricercatori che hanno effettuato la scoperta, Spitzer ha avuto la fortuna di guardare nel posto giusto e nel momento giusto: tra cento anni niente di tutto questo, probabilmente, potrebbe essere osservato.
    I dati spettroscopi ottenuti sono stati comparati con quelli di laboratorio, mostrando una corrispondenza perfetta.
    Nel 1970, il professore giapponese Eiji Osawa aveva predetto l'esistenza di queste molecole, ma, come abbiamo visto, soltanto nel 1985 sono state osservate per la prima volta in laboratorio. I ricercatori hanno simulato le condizioni nell'atmosfera invecchiata e ricca di carbonio delle stelle giganti, nelle quali sono state riscontrate catene di atomi di carbonio. Sorprendentemente, questi esperimenti hanno portato alla formazione di grandi quantità di molecole di questo tipo. Sulla Terra sono state poi trovate, in natura, in strati rocciosi e meteoriti.
    Si tratta di molecole molto importanti visto che hanno caratteristiche uniche in termini di proprietà fisiche e chimiche, che potrebbero renderle utili per le tecnologie dei superconduttori.
    Kroto, che nel 1996 ha condiviso con Bob Curl il Premio Nobel per la chimica per la scoperta di queste molecole, ha affermato che “si tratta di una scoperta fondamentale che fornisce la prova che queste molecole esistono da tempo immemorabile negli angoli più oscuri della nostra Galassia”. Precedenti ricerche effettuate nelle vicinanze di stelle ricche di carbonio avevano dato esiti negativi. Un caso promettente era stato presentato 15 anni fa, ma sta ancora aspettando conferma dai dati di laboratorio. Più recentemente, un altro team di Spitzer aveva riportato l'evidenza di queste molecole in diversi tipi di oggetti, ma le firme spettrali osservate erano parzialmente contaminate da altre sostanze chimiche.
  • Un cratere lunare sulla Terra

    E’ stata un’esperienza affascinante, iniziata più di due anni fa. Lo scopritore di questo piccolo cratere, battezzato “Kamil crater”, è stato Vincenzo De Michele, geologo ed ex curatore della sezione di mineralogia del Museo di Scienze Naturali di Milano. Vincenzo, appassionato di deserto, era alla ricerca di villaggi preistorici su GoogleEarth, quando si è imbattuto in una strana formazione che a prima vista sembrava essere il cratere di una bomba o di un missile, ipotesi non da scartare, in quanto la regione nel sud-ovest egiziano (a soli 2 km dalla frontiera con il Sudan e ad una cinquantina da quella libica) è “calda” sia dal punto di vista climatico sia da quello politico.


    Immagine satellitare del "Kamil crater". Diametro 45 metri, profondità circa 15 metri.

    Nel febbraio 2009 abbiamo quindi deciso di andare a dare un’occhiata a questo “cratere” insieme a Giancarlo Negro, grande esperto di deserto ed editore della rivista Sahara, e a Romano Serra dell’Università di Bologna. Giunti a qualche centinaia di metri dal punto GPS, siamo scesi dai fuoristrada e ci siamo incamminati verso la direzione del cratere, e la prima grande emozione è arrivata quando, raccogliendo da terra delle “pietre” scure, ci siamo resi conto che si trattava di meteoriti metalliche, schegge, alcune delle quali di qualche kg di peso, del corpo cosmico che impattando al suolo aveva prodotto il cratere disintegrandosi. Arrivati sul bordo del cratere ci siamo resi conto che a formarlo non poteva essere stato che un gigantesco meteorite. Esplorando la zona circostante, a circa 200 metri dal cratere, mi sono imbattuto poi in una meteorite metallica di 83 kg. In questo caso non si trattava di una scheggia, ma di un pezzo del corpo cosmico che si è distaccato dal questo durante l’attraversamento dell’atmosfera, l’unico del genere che abbiamo ritrovato.


    Confronto fra il "Kamil crater" e due altri crateri simili su Marte e su Mercurio.

    La caratteristica di questo cratere da impatto, che ha un diametro di circa 45 metri ed è profondo una quindicina, è di mostrare una evidente raggiera di ejecta, il materiale espulso al momento dell’impatto. Nell’immagine satellitare, nel quadrante in alto a destra, sono visibili anche delle piccole macchie chiare che sono minicrateri secondari prodotti dalla ricaduta di blocchi di roccia. Si tratta dell’unico caso fra gli oltre 170 crateri conosciuti sul nostro pianeta.


    Il "Kamil crater".

    Dopo che ci siamo accertati della vera natura del cratere, tenendo la scoperta il più possibile segreta per evitare che le meteoriti venissero saccheggiate, nel febbraio di quest’anno abbiamo organizzato una spedizione congiunta italo-egiziana, coinvolgendo Luigi Folco, geologo dell’Università di Siena, Massimo D’Orazio, esperto di meteoriti metalliche dell’Università di Pisa, e Iacopo Nicolosi e Stefano Urbini geofisici dell’INGV con l’incarico di svolgere le indagini geomagnetiche e radar dell’area del cratere, ed un gruppo di ricercatori egiziani.
    I risultati preliminari di questo lavoro sono stati pubblicati ieri sulla rivista Science.


    Lo scrivente con la meteorite "individuale" da 83 kg.

    I parametri morfometrici del cratere concordano con quanto previsto dai modelli per un impatto di una meteorite ferrosa di circa 1,3 m di diametro (equivalente a poco meno di 10 tonnellate) ad una velocità compresa tra 3 e 4 km/s, assumendo una velocità media di ingresso in atmosfera di 18 km/s e un angolo di inclinazione di 45°. Il nostro team ha riportato a casa circa 50 kg di meteoriti, rocce e vetri (prodotti dalla fusione delle rocce al momento dell’impatto) per ulteriori studi, mentre 850 kg di meteoriti, sono state trasferite al Museo Geologico del Cairo.
    Il 12 luglio le meteoriti sono state “battezzate” ufficialmente con il nome “Gebel Kamil” e la classificazione è stata pubblicata su Meteoritical Bulletin della International Society for Meteoritics and Planetary Science.
    Le meteoriti sono composte per circa l’80% da ferro, il 20% da nickel, con tracce di altri elementi come cobalto, iridio, gallio, germanio, ecc. Un genere di meteorite abbastanza rara.

     
    Una delle tante meteoriti metalliche di cui era cosparso il terreno circostante al cratere per centinaia di metri.

    La composizione metallica dell’impattore indica che originariamente era parte del nucleo di un asteroide differenziato frantumatosi a seguito di una collisione catastrofica con un altro oggetto nella Fascia Principale, tra le orbite di Marte e Giove. Le perturbazioni gravitazionali indotte da Giove hanno poi modificato la sua orbita portandolo nelle regioni interne del Sistema Solare e al suo incontro finale con la Terra.

    La spedizione congiunta italo-egiziana è stata possibile grazie al generoso contributo dato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, dal Monte dei Paschi di Siena e dalla Telespazio SpA. Un particolare ringraziamento va al Prof. Franco Porcelli, addetto scientifico presso l’Ambasciata d’Italia al Cairo per il suo determinante contributo nell’organizzazione della spedizione.
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