
Sempre più spesso virus, trojan keylogger e malware assortiti si rivelano validi alleati delle forze dell'ordine nella lotta contro criminali e malintenzionati che di virtuale hanno ben poco. Poco tempo fa gli uomini della DEA (Drug Enforcenment Administration) hanno messo sotto controllo il traffico dati di un ufficio di Escondido, in California, sospettato di essere il centro di controllo di un'attività di produzione e spaccio di droghe sintetiche. Gli hard disk dei sospetti, le e-mail e ogni altra comunicazione elettronica, erano stati criptati con PGP, uno dei sistema di crifratura più noti e sicuri, quasi impossibile da forzare se non con dispendi di tempo e risorse davvero ingenti.
Gli agenti della DEA hanno quindi installato sulle macchine dei presunti trafficanti di droga dei keylogger in grado di registrare e trasmettere sui server dell'Agenzia Federale quanto digitato sulle tastiere.
Grazie a questo sistema, lo stesso utilizzato dai malintenzionati che tentano di appropriarsi delle nostre identitià digitali piuttosto che dei codici di accesso ai nostri conti correnti, i federali sono riusciti a procurarsi le prove necessarie a incastrare Mark Forrester e Dennis Alba. Una sentenza della Corte d'Appello del Nono distretto di pochi giorni fa, pur avendo messo in libertà i due boss (tutto il mondo è paese...) ha però confermato la leggittimità delle azioni di keylogging esercitate dalle forze di polizia nello svolgimento delle loro indagini. Si tratta di una sentenza comunque importante per la lotta online alla criminalità, in un paese dove spesso la tutela della privacy rischia di trasformarsi in tutela dei delinquenti...