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Spizzichi e smozzichi

Lo zampino di un retrovirus nel tumore alla prostata più aggressivo

Il tumore alla prostata? Aumentano i sospetti che sia dovuto a un virus a trasmissione sessuale. Sono sempre di più infatti gli studi che dimostrano che i tumori della prostata più aggressivi sono legati all’infezione di un retrovirus, la cui trasmissione avverrebbe con i rapporti sessuali. Il preservativo quindi aggiungerebbe alle sue indicazioni classiche (prevenzione dei concepimenti indesiderati e dell’infezione veneree compresa quella da papillomavirus responsabile dei tumori del collo dell’utero femminili) anche la prevenzione delle forme più aggressive di questo tumore maschile solitamente ad andamento benigno.

Sulla rivista scientifica Pnas del 7 settembre un gruppo di ricercatori delle università dello Utah e della California guidato da Ila Singh segnala infatti che su 300 campioni tumorali analizzati, poco più di 1 su 4 (27%), quelli con le cellule più maligne, contenevano un gammaretrovirus detto Xmrv (xenotropic murine leukemia virus-related virus) o virus correlato alla leucemia murina, capace di generare forme tumorali del sangue nei topi. «E questo retrovirus sembra essere associato alle forme di tumore alla prostata più aggressive» scrive Singh.

Solitamente infatti i tumori alla prostata hanno una andamento torpido e benigno, ma in alcuni casi sono invece estremamente aggressivi. Non si sa che cosa faccia la differenza, ma ora i sospetti puntano su questo retrovirus.

Il primo lavoro su questo filone di ricerca risale al 2006 quando i ricercatori della Cliveland Clinic nell’Ohio e dell’University of California a San Francisco pubblicarono su Plos Pathogens un articolo in cui comunicavano di aver isolato un retrovirus, Xmrv nei tumori della prostata.

Ma come ci arrivava questo virus nella prostata? A luglio di quest’anno Eric Klein della Cliveland Clinic nell’Ohio segnalava sul Journal of Virology  la presenza di questo virus nelle secrezioni prostatiche di uomini con il tumore della prostata e inoltre dimostrava che sia il seme umano sia una delle sue principali componenti, la fosfatasi acida, moltiplicano per 100 la capacità infettiva di questo virus nei confronti delle cellule della prostata.

«E questo fatto sembra suggerire con forza che Xmrv sia trasmesso per via sessuale» disse Klein. In pratica se un uomo infetto deposita il suo seme in un o una partner, la fosfatasi acida presente nel seme potrebbe aumentare la capacità del virus di infettare il tessuto prostatico dei successivi partner di quell’uomo o di quella donna.

E non è tutto. Ad agosto dell’anno scorso Klein ha anche dimostrato che il retrovirus si integra nel Dna umano in punti fragili di geni correlati ai tumori. A questo, in attesa che i ricercatori trovino il virus in campioni cervicali femminili, e che queste ricerche aprano la strada a diagnosi più precise delle forme tumorali più aggressive forse vale la pena correre ai ripari e usare, in autotutela, il preservativo.
Pubblicato martedì 15 settembre 2009 15.57 di amelia beltramini
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