Parma, primi anni novanta. Un gruppo di ricercatori sta studiando come funzionano i neuroni motori, cioè le cellule nervose che permettono di compiere i movimenti. Per farlo hanno trapanato il cranio di un macaco e hanno collegato un elettrodo a una di queste cellule: il neurone si attiva (in gergo “spara”, perché la registrazione dell’attività produce il rumore di una mitragliatrice) quando la scimmia afferra una nocciolina e se la porta alla bocca. Le noccioline sono appetitose, cosicché uno degli scienziati, durante una pausa della lavorazione, decide di mangiarsene una. Trrrrrr. La scimmia è ferma, sta semplicemente guardando. Eppure la cellula, la stessa cellula che si attivava quando la scimmia afferrava la nocciolina, ha “sparato”. Come se questa singola cellula partecipasse, condividesse, rispecchiasse il gesto dello scienziato.
Questa storia non è del tutto vera. Ma è probabile che verrà tramandata così, come un fortunato caso di serendipità. Allo stesso modo in cui la muffa ha permesso a Fleming di scoprire la penicillina o la mela ha illuminato Newton sulla forza di gravità, così la nocciolina ha aiutato l’équipe di Parma guidata da Giacomo Rizzolatti a scoprire quelle cellule che oggi sono universalmente note come “neuroni specchio”. Una scoperta rivoluzionaria, perché dimostra che il nostro cervello è molto più “olistico” di un computer (queste cellule sono infatti in grado di fare più cose contemporaneamente: agire, sentire, partecipare, imitare, “rispecchiare”) e perché dà filo da torcere ai paradigmi su cui è basata la civiltà occidentale (uno su tutti quello Cartesiano, che divide mente e corpo come fossero due entità separate). Non è un caso che al festival della letteratura di Mantova l’incontro per la presentazione del libro
I neuroni specchio: come capiamo ciò che fanno gli altri (Bollati Boringhieri) abbia registrato il tutto esaurito.
Abbiamo intervistato l’autore, Marco Iacoboni, neuroscienziato romano che lavora all’Università della California di Los Angeles.
Professor Iacoboni, ha definito gli autori della scoperta (Rizzolatti, Gallese, Fogassi e Fadiga) i “fabulous four”, i Beatles delle neuroscienze. Come è entrato in contatto con questo gruppo? Ho incontrato per caso Rizzolatti, dal cui lavoro ero sempre stato affascinato, durante un convegno scientifico a Praga nel ’95, un anno prima che l’équipe comunicasse al mondo la sua scoperta con un articolo sulla rivista Brain. L’idea era di creare un programma internazionale: loro si sarebbero occupati della neurofisiologia, proseguendo gli studi sulle scimmie, io avrei approfondito lo studio sull’uomo, attraverso le indagini di neuroimmagine.
Già, non si possono certo impiantare gli elettrodi sull’uomo… Per studiare i neuroni specchio sull’uomo abbiamo a disposizione due tipi di indagine, tra loro complementari: la risonanza magnetica funzionale, che ci permette di localizzare le aree che si “illuminano” quando svolgiamo determinate funzioni; e la stimolazione magnetica transcranica, con cui possiamo inibire o stimolare queste aree, verificando così se svolgono effettivamente quella funzione. Sono le indagini che ci hanno permesso di individuare le aree dei neuroni specchio nell’uomo, come abbiamo pubblicato su Science nel ‘99.
La scoperta dei neuroni specchio ha seguito diverse tappe. Può riassumere le principali? Tutto è avvenuto nel giro di pochi anni. Prima c’è stata la scoperta della loro esistenza nella scimmia, che in genere viene raccontata con la storiella della nocciolina. In realtà l’intuizione non è stata immediata: per molto tempo si è pensato che la duplice attivazione fosse un artefatto di laboratorio. Questo per il preconcetto, molto radicato in neurologia, che ogni cellula avesse una sua precisa funzione: i neuroni motori, quelli sensitivi, quelli cognitivi, e così via. Invece questi neuroni, che poi abbiamo chiamato “specchio”, funzionavano sia compiendo un’azione sia osservandola compiere da altri.
Poi avete capito che non erano solo le azioni ad attivare queste cellule…
Ci si è presto accorti che nella corteccia motoria esistono due tipi di neuroni specchio: quelli che riconoscono una determinata azione – per esempio afferrare una tazza di caffè - e quelli che riconoscono l’intenzione del gesto: afferrare la tazza per berla è diverso dall’afferrarla per sparecchiare. Il tipo di gesto e il contesto – per esempio la tavola appena preparata piuttosto che disordinata – permettono a questi neuroni di attivarsi sulla base dell’azione prevista.
Ma sono più importanti i neuroni che rispondono alle azioni o quelli che rispondono alle intenzioni?La quantità di neuroni specchio che si attivano per l’intenzione è maggiore di quelli che codificano per l’azione. Il nostro sistema sembra cioè più sviluppato per cogliere le intenzioni altrui che le azioni pure e semplici.
Perché questa scoperta è così importante?Perché dimostra che noi siamo in grado di capire immediatamente quello che un altro fa o ha intenzione di fare, cioè che non ci comporta nessuno sforzo immedesimarci negli altri. E’ un meccanismo che si è mantenuto e perfezionato perché si è rivelato evolutivamente vantaggioso. La biologia ci ha selezionato per essere animali sociali.
Ecco perché vi siete concentrati sull’empatia.Sì, e soprattutto sulla tendenza all’imitazione, una spinta presente in maniera molto forte nell’essere umano fin dalla nascita. Istintivamente neonati e genitori si imitano tra di loro: quando il neonato contrae involontariamente le labbra all’insù e i genitori rispondono a loro volta con un sorriso, i neuroni specchio stanno gettando le basi per l’empatia e per la comprensione reciproca degli stati emotivi.
Quindi noi capiamo istintivamente le espressioni emozionali altrui perché le riviviamo dentro di noi? Proprio così. Nelle situazioni sociali tendiamo inconsciamente a imitare gli altri, i loro gesti, le loro espressioni fisiche e verbali perché questo ci aiuta a capire il loro stato d’animo: è quello che gli psicologi chiamano “effetto camaleonte”. Questa capacità di capire gli altri in modo immediato, istintivo, senza ragionamenti di alcun tipo, è dovuta ai neuroni specchio, che interagiscono con le aree classiche emotive del cervello, come l’insula e l'amigdala, per produrre empatia. E’ a causa di queste cellule che, quando vediamo una scena strappalacrime, cediamo anche noi all’emozione. Allo stesso modo quando guardiamo lo sport allo stadio o anche semplicemente in TV, partecipiamo letteralmente alle performance degli atleti: spesso ne assumiamo inconsciamente le posture e le espressioni del viso e ci poniamo in un atteggiamento di tensione muscolare, come se ne condividessimo lo sforzo.
Si può dire che noi viviamo gli altri dentro di noi, e quindi che, in un certo senso, noi e gli altri siamo “la stessa cosa”? Negli altri, attraverso i neuroni specchio, vediamo noi stessi. Queste cellule sono il collante che ci lega insieme. In effetti i nostri studi hanno aperto la strada a nuove interpretazione sul concetto del sé, che non sembra essere così distaccato da quello dell’altro. Quando vediamo una serie di fotografie di persone, i nostri neuroni specchio si attivano alla visione di tutti i volti, ma più intensamente quando vediamo la nostra faccia. Questo ci fa pensare che il sé sia più una costruzione sociale che innata, e che il senso del noi venga prima del senso del sé.
E’ la sconfitta dell’individualismo occidentale.La cultura occidentale ha dato per scontata una separazione totale del sé dall’altro. Negli Stati Uniti, dove vivo, vige un individualismo esasperato. Al contrario le culture orientali, come quella giapponese, hanno un maggior senso della società, danno molto peso a come ci si deve comportare con gli altri. L’Europa, a mio parere, si colloca un po’ a metà tra questi due estremi.
Insomma, state mettendo in atto una vera e propria “rivoluzione scientifica”. Del resto Vilayanur Ramachandran, neuroscienziato noto per le grandi capacità intuitive nonché divulgative, sostiene che la scoperta dei neuroni specchio rappresenti per la psicologia quello che il DNA ha rappresentato per la biologia.Il mitico “Rama” ci ha sempre sostenuto. E’ anche grazie a lui che il mondo si è interessato alla nostra scoperta.
Ramachandran dice anche che i neuroni specchio potrebbero essere alla base della nascita della cultura. Si riferisce ai vostri studi sul linguaggio?Anche se l’argomento più “popolare” è sempre stato quello dell’empatia, il linguaggio è stato uno dei primi temi che abbiamo affrontato. Se i neuroni specchio si sono evoluti favorendo l’imitazione e l’interazione, potrebbero esserne i precursori. E’ quello che ha ipotizzato il neuroscienziato computazionale Michael Arbib colpito dal fatto che l’area dei neuroni specchio che abbiamo scoperto nella corteccia motoria delle scimmie corrisponde nell’uomo all’area di Broca, la più importante per il linguaggio. D’altra parte la tendenza a gesticolare quando parliamo, o a usare espressioni corporali come “hai afferrato il concetto?”, ci fanno pensare che gestualità e linguaggio facciano parte di un unico sistema. I neuroni specchio potrebbero cioè aver preceduto, dal punto di vista evolutivo, le cellule che ci servono per parlare. Il loro ruolo potrebbe essere stato quello di trasformare le azioni del nostro corpo in esperienza sociale, da condividere con i nostri simili, e quindi in linguaggio.
“Quanto ci piace chiacchierare”, diceva lo spot di una compagnia telefonica…Per la maggior parte delle persone affrontare un monologo o seguirne uno tenuto da un'altra persona è più difficile che dialogare. Il dialogo, benché strutturalmente più complesso, ci risulta più naturale. Durante una conversazione i due interlocutori si uniformano l’uno con l’altro, imitano reciprocamente i gesti e il modo di esprimersi, un meccanismo che funziona anche al telefono e nelle chat.
Forse non è un caso che un tempo, per divulgare la conoscenza, ci si serviva soprattutto della forma letteraria del “dialogo”: lo usavano Socrate e Platone, lo ha usato Galileo, nel dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, per ribaltare la concezione antropocentrica del mondo. Oggi questo sistema si è un po’ perso, tranne forse nelle interviste giornalistiche…Nella letteratura si è un po’ perso, mentre nelle conversazioni quotidiane si è un po’ impoverito, sostituito spesso dalle e-mail e dagli sms, un modo meno naturale di connetterci con gli altri. E’ pur sempre una forma di dialogo, ma la forma più potente di comunicazione resta quella che stiamo mettendo in atto in questo momento io e lei, faccia a faccia.
Noi di Brain Trainer ci occupiamo di ginnastica mentale. Sappiamo che esercitare il cervello con giochi di vario tipo lo mantiene in buona salute e lo protegge dall’invecchiamento. Ha senso esercitare i neuroni specchio?A mio parere sì. Lo possiamo dedurre dagli esperimenti che abbiamo fatto sui bambini autistici. Sembra che alla base del disturbo ci sia un deficit a livello dei neuroni specchio, cioè della naturale connessione emotiva con gli altri. Quello che noi facciamo in modo naturale, come apprendere imitando gli altri, per gli autistici è enormemente faticoso, ragion per cui tendono a chiudersi in loro stessi. Sulla base delle nostre scoperte abbiamo ideato protocolli terapeutici basati sull’imitazione, con ottimi risultati: se imitiamo i gesti di questi bambini e insegniamo loro a imitarci possiamo ottenere notevoli miglioramenti, sia a livello sociale che linguistico.
E’ un discorso che quindi si può estendere a tutti? Imitare, e interagire in genere, fa bene? Del resto anche gli studi sul brain training dimostrano che è soprattutto il gioco sociale, condiviso con altri, a mantenere giovani.Direi di sì. E’ molto probabile che abituarsi a osservare e imitare gli altri, cercando di percepire quello che fanno, di entrare in sintonia, migliori la capacità di empatizzare e di apprendere. Persone in riabilitazione per deficit motori recuperano più facilmente se, insieme agli esercizi fisici, si abituano anche a guardare gli atti motori che devono acquisire.
Su che cosa state lavorando ultimamente?Ci sono casi molto particolari in cui vengono impiantati elettrodi anche nel cervello umano. Si tratta dei malati di epilessia da operare, nei quali il chirurgo vuole individuare il “focus epilettico”, cioè la regione esatta del cervello da cui parte la scarica che scatena la crisi. Durante il breve periodo in cui indossano gli elettrodi, alcuni pazienti accettano di sottoporsi ai nostri esperimenti. Questo ci ha permesso, per esempio, di localizzare altre aree ricche di neuroni specchio: per la verità finora ne abbiamo trovati in tutte le nostre registrazioni.
In sostanza voi avete scoperto i neuroni specchio nella corteccia motoria perché quello era il vostro campo di ricerca. Ma nulla vieta di pensare che queste cellule si trovino in tutto il resto del cervello… E’ quello che pensiamo. Ma non ci sono ancora dati definitivi ben controllati, è ancora presto per sbilanciarsi…
Marta Erba