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La storia risale a qualche tempo fa. Siamo in Argentina, in un sobborgo di Buenos Aires dove non c’è altro che povertà e miseria. Una ragazza madre disperata abbandona il proprio bimbo appena nato a un angolo per la strada. L’episodio non sfugge a La China, nella foto accanto, una cagnetta di 8 anni che si è presa cura del neonato, salvandolo da morte certacane ha riscaldato col proprio corpo un bimbo, abbandonato alla nascita da una ragazza madre in un sobborgo di Buenos Aires, salvandolalo da una morte che, altrimenti, sarebbe stata certa. Il bebè, nato prematuro da una ragazza di 14 anni, era stato deposto e abbandonato in mezzo ai rifiuti nei pressi di una baraccopoli che sorge alle porte della capitale. Il cane, attirato dal pianto del piccolo, l’ha soccorso, prelevato tenendolo stretto tra i denti e condotto al sicuro nella sua cuccia, distante circa 50 metri.
Come apprendono gli animali? E' un fatto realmente avvenuto, nel 2008. Che cosa ha portato la cagnolina a comportarsi così? Un senso di protezione materna? Un'istinto materno? La cagnetta avrebbe fatto, lo stesso con un adulto o un gatto? Sono temi studiati dagli etologi, gli scienziati che studiano il comportamento degli animali. Comportamento che si basa principalmente su due cardini: l'istinto, cioè gli schemi di comportamento ereditati dai genitori; e l'esperienza e l'apprendimento che fanno nascere (o cambiare) le loro abitudini. Tra i metodi di apprendimento il più importante è il cosidetto imprinting, scoperto dall'etologo Konrad Lorenz. E' un apprendimento precoce - avviene nelle prime fasi di vita - e proprio perché arriva per primo, non viene mai dimenticato.
Le oche di Lorenz Grazie all'imprinting i piccoli di oca seguono mamma oca. Ma se l'uovo si schiude in presenza di un uomo (o di una palla), i pulcini identificano lui come mamma. Questo tipo di imprinting viene detto filiale. Ma non è l'unico. Esiste quello sessuale che stabilisce il legame di coppia, quello alimentare che insegna le preferenze alimentari e l'ambientale, che porta a gli animali a vivere in un certo habitat. L’imprinting è presente anche nei nostri animali domestici. In particolare, nel cane, questo processo di apprendimento ha lo scopo di consentire all’animale di identificare la propria specie di appartenenza. Imprinting significa infatti formare nel giovane l’impronta della specie. Il cucciolo impara a riconoscere caratteristiche e comportamento dei propri simili, e a relazionarsi con loro.
L'imprinting del cane A differenza delle oche dove la fase dell’imprinting è di breve durata (inizia subito dopo la schiusa, e si conclude poche ore dopo), nel cucciolo di cane, che nasce sordo, cieco e immaturo, la sua capacità di formare un legame con madre e fratelli si sviluppa in un periodo più lungo. Il cucciolo apprende fra la nascita e la quattordicesima settimana qual è la sua specie di appartenenza. Quest’apprendimento è ultra specifico e previene comportamenti predatori all’interno della propria specie. L’imprinting è inoltre un processo irreversibile che, se avviene in maniera adeguata, contribuirà ad un corretto sviluppo psichico del cane.
Attenzione ai cuccioli svezzati male Un’alterazione di questo processo può portare seri danni di tipo sociale ma anche sessuale. Contrariamente all’imprinting che serve per l’identificazione con la specie di appartenenza, la socializzazione serve per individuare le altre specie amiche e a differenza dell’imprinting non comporta una generalizzazione (socializzazione con qualche tipo di persona non significa generalizzazione all’intera umanità in quanto specie).
Ad ogni modo, i cani, difficilmente imparano come descritto dalla foto qui sotto.

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In molte guide ed enciclopedie sulle razze canine vengono riportati termine particolari come molossoide, braccoide, lupoide, levrieroide, volpinoide e bassettoide.

Sono tutti termini utilizzati per indicare il tipo morfologico cui appartiene una determinata razza. Con questi vocaboli si vuole sottolineare che una determinata razza ha delle caratteristiche fisiche che ricordano quelle di un molosso, di un lupo, di un bracco, di un levriero, di un volpino o di un bassotto.
I molossoidi presentano una testa brachicefala, massiccia, rotonda o cubica, il muso corto con labbra spesse e lunghe e uno stop marcato. Lo stop è un termine tecnico che indica l’angolo tra la fronte e l’inizio del muso. Il corpo di questi cani è massiccio e potente. In questa categoria rientra ad esempio il Mastino Napoletano (nella foto).
I braccoidi si caratterizzano per una testa prismatica, il muso che presenta la stessa larghezza sia alla base che all’estremità. Inoltre presentano orecchie cadenti, labbra lunghe e pendenti e stop molto evidente. Il corpo è robusto. Il Bracco Tedesco è un classico esempio di questa categoria.
La caratteristica principale dei lupoidi è quella di avere la testa a forma di piramide orizzontale con muso allungato e stretto. Le labbra di questi cani sono sottili e aderenti, lo stop è leggero e il corpo è proporzionato e agile. Il Pastore Tedesco ne rappresenta un classico esemplare.
I levrieroidi, invece, hanno la testa a forma di cono allungato con un cranio piuttosto stretto. Le orecchie sono piccole e all’indietro, lo stop è quasi impercettibile e le labbra sono sottili e aderenti. Il corpo di questi cani è slanciato e longilineo. Ovviamente fanno parte di questo gruppo i Levrieri.
I volpinoidi presentano una testa simile a quella dei lupoidi ma con il cranio più largo e il muso più sottile. Le orecchie sono piccole ed erette e il corpo è compatto e breve. La loro principale caratteristica è la coda: è ripiegata sul dorso. Il Volpino è un esempio di questa tipologia.
Per quanto riguarda i bassettoidi, questi si caratterizzano per gli arti corti e sproporzionati rispetto al resto del corpo, ne è un esempio il Bassotto. Questa caratteristica può fissarsi anche sugli altri tipi così da avere una tendenza al bassottismo nel molossoide (es Pechinese), nel volpinoide (es Corgi), ecc.
Questo tipo di classificazione presenta dei limiti in quanto non tutte le razze rientrano in una singola categoria: ad esempio il Labrador, che viene normalmente inserito tra i braccoidi, fa parte, per certi versi, anche dei molossoidi.
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La gravidanza nella gatta dura circa 60 giorni e sembra esserci una distribuzione stagionale delle nascite che aumentano in estate e diminuiscono nel tardo autunno e inizio inverno.

Nella settimana che precede il parto la gatta si cerca un angolo tranquillo e isolato.
La futura madre trascorrerà molto tempo nel nido, che verrà quindi a essere connotato dal suo odore familiare. La maggior parte delle gatte preferisce partorire in solitudine, anche se qualche soggetto, particolarmente socievole, gradisce la presenza del proprietario.
Dopo il parto
Una volta terminato il parto, la femmina tende a stare sempre con i gattini e lascia il nido solo per cercare cibo o fare un po’ di movimento. Il gatto è una specie cosiddetta altricial o “a prole inetta”: animali in cui i piccoli nascono ad uno stadio di sviluppo poco avanzato (ciechi e sordi) e sono totalmente dipendenti dalla madre. Alla nascita gli unici sensi sviluppati sono l’olfatto ed il tatto, che i gattini usano per trovare l’unica fonte di cibo a loro disposizione (la mamma).
Non sono in grado di espletare alcune funzioni fisiologiche come il defecare e l’urinare, ma la mamma deve necessariamente stimolarli leccando l’area perineale del cucciolo. Un comportamento comune delle gatte è quello di trasferire “frequentemente” (pochi gg dopo il parto e poi dopo qualche settimana) i cuccioli in un'altra “tana”. In questo modo li sposta in un luogo più sicuro e pulito.
L’allattamento
L’allattamento inizia un paio di ore dopo il parto e durante la prima settimana, la madre trascorre il 70% del suo tempio in questa attività. L’allattamento prevede tre periodi successivi: durante il primo (fino a due–tre settimane dalla nascita) è la mamma che prende l’ iniziativa; successivamente (fino alle 4-5 settimane) sia la mamma che i gattini danno inizio alla poppata ed infine saranno per lo più i gattini ad avere l’iniziativa. Il comportamento del cucciolo durante l’allattamento è stereotipato: massaggiano con le zampe anteriori e fanno le fusa mentre succhiano, così da stimolare la fuoriuscita di latte.
Svezzamento
Con l’andare del tempo, la madre cerca di evitare di allattare i piccoli (poppata dolorosa per l’eruzione dei denti) e questi ultimi acquisiscono una maggiore autonomia nella ricerca del cibo, avviandosi verso la fase di svezzamento che inizia verso le quattro settimane di vita. Verso la fine di questa fase la madre porterà con frequenza dei piccoli roditori (all’inizio morti e poi feriti e poco mobili) nel nido, “iniziando” i piccoli all’attività della caccia.
Questo periodo è molto importante per i gatti e per la loro crescita, per cui adottare un gattino (che ha la mamma) non ancora completamente svezzato (quindi prima dei 60 giorni) è sconsigliato perché il gatto potrebbe avere problemi comportamentali da adulto.
Sviluppo sensoriale e motorio
Gli occhi si aprono all’incirca tra i 7 e i 10 gg. Lo sviluppo motorio avviene lentamente ed i gattini iniziano a camminare intorno alle 3 settimane. Dopo tale periodo i gattini iniziano quindi a esplorare il mondo che circonda il loro nido.
I gattini usano richiami ad ultrasuoni, la cui funzione è quella di comunicare costantemente alla madre la loro posizione all’interno del nido.
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Tra tutti i felini, il gatto domestico è quello che presenta la maggior varietà di mantelli. Il tipo di pelliccia è una caratteristica individuale di ogni singola razza. Sappiamo che durante l’addomesticamento sono avvenuti numerosi cambiamenti nel tipo di pelliccia del gatto: alcuni sono dovuti all’evoluzione naturale, mentre altri agli incroci selettivi operati dall’uomo.

Lo Sphinx, meglio conosciuto come "gatto nudo" non è proprio senza pelo, ha una sottile peluria su tutto il corpo
Il mantello originale del gatto era tigrato e la prima mutazione ad un colore singolo, probabilmente il nero, si verificò quando il gatto non ebbe più la necessità di mimetizzarsi. In seguito, altre mutazioni con sfumature di rosso, bianco e colori puri hanno contribuito alla varietà cromatica che ritroviamo oggi nelle nostre razze di gatti. Indipendentemente dal colore, il mantello è costituito dalla combinazione di tre elementi: sottopelo, setole e peli dominanti (o di copertura).
Il sottopelo, corto e soffice, ha la funzione di aiutare a mantenere l’isolamento del corpo. Alcune razze di gatti ne sono prive. Le setole, invece, sono dei peli leggermente più lunghi e ispidi che insieme al sottopelo, rappresentano i peli secondari. I peli dominanti sono noti anche come peli primari e sono la parte più lunga e maggiorente visibile del mantello.
Tra le tante razze di gatti domestici possiamo distinguere tre tipologie fondamentali in base alla lunghezza del pelo: gatti a pelo lungo, a pelo semilungo e a pelo corto.
Nei gatti a pelo lungo, la lunghezza del pelo può variare a seconda della razza e delle stagioni. Il mantello risulta molto folto nel sottopelo in modo da garantire un maggior isolamento. Un esempio ci è fornito dal Persiano a pelo lungo, che ha lunghi peli dominanti che fuoriescono da un fitto sottopelo, creando un mantello molto folto.
Le razze a pelo semilungo presentano pellicce relativamente lunghe con un sottopelo decisamente ridotto rispetto a quello dei Persiani. Tra queste razze ritroviamo il Maine Coon: il suo mantello si caratterizza per la presenza di peli dominanti di lunghezza irregolare. Questi gatti mostrano una notevole differenza nella lunghezza del pelo tra l’inverno e l’estate.
Tra i gatti a pelo corto possiamo riscontrare notevoli differenze sia nell’aspetto che nella tessitura del mantello. Le razze orientali e il Siamese presentano un mantello molto morbido e soffice con un pelo molto corto. Il Manx, invece, presenta un evidente doppio mantello (sottopelo folto più peli dominanti) che fa sì che il gatto sembri più grosso di quello che è. Fanno parte del gruppo dei gatti a pelo corto anche gli Sphinx, meglio conosciuti come “gatti nudi”. In realtà, proprio nudi non sono visto che la maggior parte del loro corpo presenta una sottile peluria e ritroviamo anche un po’ di pelo più fitto alle estremità. Hanno inoltre sopracciglia e baffi più corti del normale.
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La gravidanza umana è una fase molto delicata, in cui il rapporto tra il proprietario e il gatto può subire forti ripercussioni.
Solitamente nel momento in cui la proprietaria scopre di aspettare un bambino viene assalita da mille dubbi relativamente ai pericoli che può comportare la convivenza con il proprio gatto.

Da una parte la preoccupazione maggiore può essere quella di contrarre, attraverso il contatto con l’animale, alcune malattie che hanno ripercussioni sul feto.
Toxoplasmosi Prima fra tutte la Toxoplasmosi. Purtroppo questa patologia è spesso accompagnata da una serie di informazioni sbagliate, come per esempio la necessità di allontanare il gatto durante la gravidanza perché il contatto con la futura madre potrebbe essere fonte di contagio. In realtà, nella maggior parte dei casi la trasmissione della malattia avviene attraverso l’ingestione di alimenti quali insaccati o carne poco cotta e di verdure lavate in maniera superficiale. Il contatto effettivo con il gatto non è invece pericoloso tranne nel caso in cui la futura madre ingerisca feci di gatto affetto da questa patologia (evento alquanto improbabile). Per cui basta prendere opportune accortezze, come mettere dei guanti prima di pulire la lettiera, lavarsi accuratamente le mani dopo averlo fatto o demandare l’operazione ad altri membri della famiglia per non andare incontro a situazioni di rischio.
Il gatto e il neonato Un'altra preoccupazione che spesso accompagna la gravidanza è quella relativa al comportamento che il gatto potrà manifestare nei confronti del neonato. Il problema può essere tranquillamente affrontato avendo l’accortezza di documentarsi in modo da poter creare una corretta convivenza fra gatto e bambino. Ad esempio supervisionare tutte le interazioni tra gatto e bambino, dare attenzioni al gatto soprattutto in presenza del bambino, evitare di allontanare l’animale in maniera brusca nel momento in cui cerca di annusare qualche oggetto del bambino e fare in modo che il gatto si abitui gradualmente a una serie di stimolazioni olfattive legate alla presenza del neonato.
Alla luce di ciò, la presenza di un gatto può accompagnare la gravidanza della proprietaria in modo sereno e senza necessità di doverlo allontanare dal nucleo familiare. Molti studiosi hanno verificato inoltre che più di un bambino agitato nel ventre della mamma si è tranquillizzato nel momento in cui il gatto si è acciambellato sull’addome della proprietaria e si è messo a fare le fusa.
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Il gatto è notoriamente un animale molto pulito: trascorre infatti gran parte del suo tempo lavandosi e lisciando il mantello grazie all’azione della sua lingua, che essendo ricoperta da particolari papille ruvide, agisce come una vera e propria spazzola.

Nonostante ciò, alcune volte può essere necessario sottoporre l’animale a un bel bagno, per esempio nel caso di gatti a pelo lungo, per i gatti che frequentano mostre ed esposizioni feline, ma anche per tutti i gatti di casa per questioni igienico-sanitarie. I gatti possono essere lavati al massimo una volta al mese, variabile a seconda del tipo di pelo, del colore, della stagione e di esigenze particolari dei proprietari.
Ma come fare? La cosa importante è abituare il gattino fin dai primi mesi di vita all’esperienza del bagno. E’ molto importante abituarlo in maniera graduale, per esempio utilizzando inizialmente una bacinella con un fondo di acqua e posizionandoci il gatto dentro per qualche minuto.
Per evitare che il bagno diventi traumatico o possa recare dei danni alla cute e al mantello dell’animale, si consiglia di seguire alcune indicazioni:
- prima di bagnare il gatto spazzolarlo per bene al fine di eliminare eventuali nodi del pelo
- utilizzare solo uno shampoo specifico per la cute del gatto
- mettere un tappetino di gomma sul fondo della bacinella per evitare che il gatto possa scivolare
- assicurarsi che l’acqua non sia né troppo calda né troppo fredda
- evitare di lavare gli occhi e le orecchie con lo shampoo
- preparare tutto l’occorrente prima di iniziare: bacinella, shampoo specifico, spazzola, pettine e phon.
Al momento del bagno bisogna immergere il gatto in 10-15 cm di acqua tiepida e frizionarlo con lo shampoo facendo attenzione ad evitare occhi ed orecchie. Subito dopo va sciacquato abbondantemente per eliminare tutti i residui di shampoo (può essere utile utilizzare una doccia flessibile per il risciacquo, evitando però di indirizzare il getto di acqua direttamente sul muso del gatto).
Per asciugarlo, si deve avvolgerlo in un asciugamano. Dopo aver frizionato il gatto con il telo, si può utilizzare una stufetta termoconvettrice o un phon silenzioso. Anche in questo caso è bene evitare di indirizzare l’aria del phon sul muso del gatto, in modo da non rischiare di spaventarlo. Per abituare l’animale anche al rumore dell’asciugacapelli, può essere utile farglielo sentire prima di procedere con il bagno, in un contesto molto piacevole per l’animale (per esempio mentre lo si fa giocare o gli si dà qualche croccantino) in modo che possa associarlo a un’esperienza positiva e non a uno stimolo per lui pericoloso. Nei casi in cui il gatto non rimanesse fermo si può metterlo in un trasportino a griglia e asciugarlo con il phon dall’esterno, facendo attenzione a non spaventarlo con un getto d’aria troppo forte, eccessivamente vicino e diretto. Nelle diverse fasi descritte, può essere sempre molto utile premiare il gatto ogni volta che rimane tranquillo e non cerca di reagire.
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Una delle domande più frequenti poste dai proprietari è quella relativa alla frequenza dei lavaggi del proprio cane.
Vivere con il cane in casa, infatti, può creare preoccupazioni di carattere “igienico”, senza contare che per alcuni proprietari l’odore dell’animale può costituire un grosso problema.

Durante il bagno meglio evitare il getto diretto dell'acqua sull'animale
FREQUENZA
Spesso, per questo motivo, si può arrivare a situazioni estreme in cui il cane viene lavato e profumato ogni settimana. Ciò è deleterio per il benessere dell’animale, sia perché in questo modo si altera il film protettivo che protegge la cute dall’aggressione di agenti esterni (es. batteri, parassiti, ecc.), sia perché i profumi particolarmente piacevoli per l’uomo non sono graditi all’olfatto sensibile del cane. Per queste ragioni è importante lavare completamente il cane non più di 3-4 volte l’anno, ma è possibile pulire spesso il suo mantello con un panno imbevuto di acqua e aceto, al fine di ridurre odori sgradevoli.
COME FARLO
Durante il bagno è importante utilizzare alcuni accorgimenti: usare sempre acqua tiepida, uno shampoo specifico per il ph della cute del cane, evitare il getto diretto dell’acqua e stare attenti a non insaponare alcune parti della testa (occhi e orecchie in particolare!). Dopo aver sciacquato il cane, avvolgerlo in un asciugamano. Nei casi in cui fosse necessario utilizzare un asciugacapelli, munirsi di diffusore per evitare che il getto di aria calda arrivi direttamente sul cane, rischiando di scottarlo o spaventarlo. Durante la spazzolatura, che va effettuata seguendo la direzione del pelo, è bene fare attenzione a non far male al cane, strappando il pelo in corrispondenza di eventuali nodi. Esistono in commercio spazzole e pettini idonei ai diversi tipi di mantello dell’animale.

La prima volta che si fa il bagno a un cucciolo è meglio averlo prima sottoposto a una visita di controllo veterinario
CUCCIOLI
Per fare in modo che il cane viva l’esperienza del bagno come una cosa piacevole, è importante abituarlo fin da cucciolo, in maniera graduale e associandolo a dei premi (es. premio in cibo o gioco). La prima volta in cui si lava il cucciolo è importante accertarsi del suo stato di salute tramite una visita veterinaria.
Quando non si ha la possibilità di lavare il cane in casa ci si può rivolgere ad un centro di toelettatura per cani con buone credenziali o optare per dei centri di lavaggio cani self-service. In questi casi è bene far conoscere questi ambienti al cane eventualmente anche prima del bisogno ed associare l’esperienza a qualcosa di piacevole.
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Si sente spesso parlare di “morfotipo” del cane. Questo strano termine indica la distinzione dei cani in base alle loro caratteristiche fisiche, in particolare in base alla struttura anatomica e alle proporzioni dei diametri del loro corpo. Esistono oltre 400 razze di cani e, all’interno di esse possiamo individuare 4 fondamentali morfotipi: Mesomorfo, Dolicomorfo, Brachimorfo e Analicomorfo.
Una classificazione dell''800 di alcune razze di cani
Il Mesomorfo si contraddistingue per le proporzioni medie del corpo. Rappresenta il gruppo da cui sono successivamente derivati gli altri. Appartiene a questo gruppo ad esempio lo Spaniel Breton.
Il Dolicomorfo, invece, presenta un corpo allungato, stretto e sottile. I diametri longitudinali sono più sviluppati di quelli trasversali. Il classico esempio di cane dolicomorfo è rappresentato dal Levriero.
Il Brachimorfo al contrario del tipo precedente, presenta diametri trasversali più sviluppati rispetto ai longitudinali. Per questo ha delle forme massicce e muscolose, con arti brevi. Tipico esemplare è il Bulldog Inglese.
Infine, l’Analicomorfo si caratterizza per le sue “sproporzioni”. Ad esempio gli arti molto corti rispetto al tronco. Chi vi viene in mente? Sicuramente il Bassotto!
Considerando invece la forma della testa possiamo distinguere tre tipi: mesocefalo, dolicocefalo e brachicefalo.
Il mesocefalo presenta una testa caratterizzata da proporzioni medie: cioè la larghezza è uguale o quasi alla metà della sua lunghezza.
Il dolicocefalo, invece, si caratterizza per una testa con i diametri longitudinali più sviluppati dei trasversali; insomma è molto più lunga che larga, come nel Levriero.
Nel brachicefalo, infine, la larghezza della testa è superiore alla sua lunghezza. Un esempio è rappresentato dal Boxer.
Verrebbe da pensare che i cani mesomorfi siano mesocefalici e i cani brachimorfi siano brachicefalici, ma non è sempre così: ad esempio il Boxer è un mesomorfo con una testa brachicefala e il Pointer è un mesomorfo con la testa dolicocefala.
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Nella risoluzione dei problemi comportamentali interviene la terapia comportamentale e in alcuni casi, la combinazione tra questa e una terapia farmacologica di supporto.

Togliere le corde vocali a un cane che abbaia spesso è una pratica crudele. Il problema dovrebbe essere affrontato in modo diverso, con una specifica terapia comportamentale
La terapia comportamentale prevede una serie di modificazioni comportamentali e ambientali. Le prime riguardano cambiamenti che i proprietari devono adottare nel loro modo di relazionarsi con il cane. Infatti, solo passando attraverso il proprietario si può arrivare a modificare anche il comportamento dell’animale.
Per quanto riguarda invece le modificazioni ambientali, si traducono in cambiamenti nell’ambiente di vita dell’animale allo scopo di favorire il suo stato di benessere e la sua capacità di adattamento. Oltre a questo tipo di interventi, ne esistono altri che non possono assolutamente essere definiti “terapeutici”: si tratta degli interventi estremi. Sono delle manipolazioni dell’animale, il cui solo scopo è quello di ridurre o eliminare il problema che l’animale causa all’essere umano, ma che non intervengono assolutamente nel modificarne il comportamento e tanto meno nel curare il disturbo comportamentale che sta alla base del problema manifestato dal cane o dal gatto.
Tra questi tipi di interventi ritroviamo la limatura dei denti del cane: viene fatta su cani aggressivi per renderli meno offensivi e per ridurre il danno che possono provocare nel mordere una persona o un altro animale. Tuttavia, questa procedura non elimina la funzione che il comportamento aggressivo esprime, ovvero quelle che sono le motivazioni che portano il cane ad aggredire.
Un altro esempio è quello della deungulazione del gatto che graffia i mobili di casa. Oltre ad essere una pratica alquanto dolorosa per l’animale e crudele da un punto di vista umano, è da ritenersi inutile ai fini curativi. Anche in questo caso non si cura il problema, ma si evita il danno.
Altra brutale e assurda pratica è quella del taglio delle corde vocali del cane per fare in modo che non possa più abbaiare. Viene richiesta per esempio per quei cani che, quando stanno a casa da soli, continuano a piangere e abbaiare. Anche in questo caso il problema comportamentale dell’animale rimane, anzi peggiora perché aumenta il livello di stress-ansia del cane.
Tutte queste orrende pratiche mutilano l’animale e alterano i suoi sistemi di comunicazione. Pensate infatti alla quantità di informazioni sia visive che olfattive che veicolano i graffi che il gatto lascia in diversi punti del suo territorio. E cosa dire del complesso sistema di vocalizzazioni che il cane utilizza per trasmettere informazioni sul suo stato emotivo sia ai conspecifici che ad altre specie fra le quali anche l’uomo (per esempio ringhiare per minacciare; mugulare per richiamare l’attenzione del proprietario, per esprimere sottomissione, leggera frustrazione; abbaiare per indicare uno stato di eccitazione, per difendere il territorio, per segnalare situazioni di allerta; ululare per sollecitare i contatti sociali).
E’ importante sottolineare che queste pratiche non vanno quindi considerate degli interventi risolutivi e curativi, bensì dei semplici palliativi che interferiscono profondamente e sullo stato di benessere dell’animale.
E la Legge le vieta se non eseguiti a scopo terapeutico, sia per i gatti che per i cani perché considerati maltrattamento sugli animali (legge 281/1991 e ordinanza 03/03/2009)
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Il gatto è un animale particolarmente pulito: passa molto del suo tempo in attività dedicate alla cura del pelo. Tramite il grooming (attività di leccamento del pelo) il gatto esplica diverse funzioni: la pulizia del corpo, il controllo dei parassiti e rende liscio il mantello.

Durante questa attività il gatto ingerisce involontariamente una certa quantità di peli. Normalmente gran parte di questi viene eliminata con le feci, ma un’ingestione eccessiva potrebbe determinarne un accumulo in vari tratti dell’apparato digerente: esofago, stomaco e a livello intestinale. La formazione di questi accumuli, chiamati tricobezoari, è frequentemente causa di diversi disturbi digestivi: più frequentemente rigurgiti e vomito, ma anche stitichezza, diarrea e addirittura ostruzioni od occlusioni intestinali. Possono presentarsi anche calo d’appetito o addirittura anoressia. I gatti più colpiti dal problema sono quelli a pelo lungo, ma può presentarsi anche nei gatti a pelo corto. Inoltre i gatti che vivono prevalentemente in appartamento hanno una muta del pelo quasi permanente, che determina un transito rallentato dei peli aumentando il rischio di comparsa di questi fenomeni. Tutti i fattori che inducono un leccamento più frequente del mantello (come parassiti esterni, nodi, ecc.) accentuano il rischio della formazione di boli di pelo. Come prevenzione è buona norma spazzolare il gatto tutti i giorni, soprattutto se a pelo lungo, per prevenire anche la formazione di nodi. Consentire al gatto di mangiare l’erba gatta se lo desidera, in quanto può aiutarlo ad eliminare i boli anche tramite il rigurgito. Per i soggetti a rischio è consigliabile somministrate delle paste in tubo, che si trovano in negozi specializzati per animali, volte a rimuovere il pelo attraverso le feci due volte alla settimana.
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